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Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

venerdì 23 settembre 2016

NON TOCCATECI LA MESSA...

…MA NON CHIAMIAMOLA MESSA!


     “Ite, missa est”. Era il saluto con cui il sacerdote congedava i fedeli che avevano partecipato alla Cena del Signore Gesù rispondendo al suo invito: “Fate questo in mia
memoria”. Non era soltanto un incontro conviviale di un gruppo di amici, ma era soprattutto rivivere l’esperienza degli apostoli in quell’ultima cena con Gesù prima della sua morte. Il Maestro aveva parlato a lungo, aveva confidato i suoi sentimenti più intimi e soprattutto aveva promesso di rimanere sempre con loro come il pane e il vino che non potevano mai mancare, anche nel cibo dei più poveri, per garantire la vita.

     I primi cristiani avevano coscienza di realizzare qualcosa di singolare in quei loro incontri, anche se c’era già qualcuno che non aveva capito bene la differenza tra una cena normale tra amici e quel pasto a menu fisso: Gesù in persona con la sua parola e con tutto se stesso, corpo e sangue. Paolo denuncia questa confusione descrivendo quanto accadeva a Corinto (1 Corinzi 11,17-34). “18Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. 19È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova. 20Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore”.
     L’accusa di Paolo riguarda il fatto che ognuno portava le proprie provviste determinando così la divisione tra ricchi e poveri in quello che doveva essere un pasto che ho definito a “menu fisso”, cioè il corpo e il sangue del Signore Gesù. Notiamo che in questo caso non c’è polemica di carattere sociale: “22Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere?”, concetto ripetuto a conclusione dell’intervento “se qualcuno ha fame, mangi a casa” (11,34).
     Paolo ricorda che nella cena del Signore non c’è spazio per i protagonismi perché il centro unico è Gesù come emerge chiaramente dal racconto di quel momento che ormai era diventato patrimonio comune di tutte le comunità cristiane. Il mancato riconoscimento dell’unicità di quella “Cena” è causa di un giudizio severo: “chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (11,29).

Adattamenti stabilizzati

     Gli studiosi di storia della liturgia hanno individuato i tempi e i motivi delle trasformazioni avvenute nel modo di ricordare quanto aveva fatto Gesù in quella cena con gli apostoli. Col passare del tempo sono state aggiunte preghiere varie per rispondere a necessità particolari, segno della consapevolezza del valore universale attribuito alla preghiera di Gesù. Sono stati introdotti gesti simbolici che volevano rendere comprensibili ai cristiani di regioni e culture differenti i significati che si venivano scoprendo grazie alla riflessione teologica.
     Guidati dal principio accettato da tutti che non si poteva togliere nulla a quanto era stato acquisito in precedenza si è avuta una crescita inarrestabile di elementi sovrapposti che hanno finito con l’appesantire lo svolgersi lineare e semplice di un incontro conviviale, per quanto unico e caratteristico.
     Chi ha i capelli bianchi forse ricorderà la sfilza delle preghiere “per varie necessità”, sempre comunque in numero dispari (!); i lunghi silenzi dovuti alla recita bisbigliata del sacerdote celebrante, interrotti dall’improvviso “nobis quoque peccatoribus” che si intrufolava nel rosario delle vecchiette, introdotto per riempire un vuoto celebrativo. Il campanello, conteso tra i chierichetti, col suo tintinnio sembrava una sveglia per un gruppo di persone assopite o un segnale per gli uomini che si intrattenevano in conversazioni fuori della chiesa aspettando di entrare all’ultimo minuto utile per “non perdere la messa”.

     Il momento  in cui il sacerdote ripeteva le parole di Gesù era conosciuto come “l’elevazione” che alcuni confondevano con il sollevamento della “pianeta” da parte del chierichetto di turno. Il “lavabo”, staccato dalla realtà che lo aveva originato, era presentato come il ricordo del gesto di Pilato che si lavava le mani per dichiarare la sua estraneità a quanto accadeva a Gesù. Questa  estraneità raggiungeva il culmine quando si rifiutava di distribuire il pane a quanti erano stati invitati a cena. Ma nessuno faceva notare l’incongruenza di un invito a vedere alcuni che mangiavano, come se si trattasse di uno spettacolo.
     Gli abiti indossati dai sacerdoti, assolutamente rispondenti ad esigenze di vita e gusti di moda dei tempi antichi, erano diventati un autentico enigma per una cultura che ormai si ispirava ad altri canoni estetici e pratici. Che senso aveva indossare il “piviale” nelle
processioni sotto il sole di giugno quando lo stesso nome originale lo indicava come “mantello per ripararsi dalla pioggia” (dal latino pluvialis). O ancora, perché continuare a portare il “manipolo” destinato ad asciugarsi il sudore e il naso e che gli antichi avevano legato al polso sinistro per averlo “a portata di mano”, quando noi abbiamo la comodità di tenere il fazzoletto in tasca? Ecco il passaggio da indumento a “paramento”, indossato non per necessità ma per una “parata” cioè una messa in scena per dare spettacolo.
     È questa l’immagine delle nostre liturgie che siamo riusciti a comunicare ad un pubblico estraneo ai nostri ambienti anche se composto da persone regolarmente battezzate e cresimate. È emblematico il caso di Federico Fellini con la scena impietosamente vera della sfilata di moda ecclesiastica nel film Roma. Le innovazioni tecnologiche, gli effetti spettacolari, i raggi laser non bastano a cancellare l’atmosfera fumosa dell’incenso che si mescola con la polvere sollevata dai quadri di epoche lontane rimpiante da una nobiltà fatiscente. Quelle tiare sorrette da un bastone rappresentano al meglio il nulla percepito da un estraneo presente alle nostre liturgie solenni.

Da cena condivisa a cerimonia commemorativa

     Ridotta a questa dimensione spettacolare, la celebrazione della messa perdeva la sua caratteristica originale per assumere i contorni di una cerimonia sempre più legata a regole rigide, a rituali che dovevano rispettare scale di valori e di “dignità” originate dalla società civile e trasportate di peso all’interno della chiesa che proclamava di ispirarsi a valori ben diversi che erano contenuti nel Vangelo.

     Condividendo in pratica gli stessi ordinamenti, era naturale  e doveroso lo scambio di presenze delle rispettive “autorità” a cerimonie celebrative di avvenimenti e personaggi tipici dell’una o dell’altra società. Questo anche per favorire la convivenza armoniosa del potere civile con quello religioso. Ottimo intento che non richiedeva certo la condivisione dei valori celebrati, ma unicamente la presenza rispettosa. In fondo si trattava di opportunismo politico o, se vogliamo, di buona educazione.
     Si capisce così la presenza compunta alle messe solenni di uomini politici dichiaratamente atei o miscredenti oppure notoriamente libertini (come si diceva una volta). Altrettanto comprensibile la presenza di vescovi e cardinali, o anche di “semplici monsignori”, a cerimonie patriottiche, culturali, sportive o di spettacolo a cui, per definizione, non avrebbero dovuto avere il minimo interesse. Quante volte queste “autorità” sono state immortalate in filmati o foto che li ritraevano annoiati o addirittura appisolati. La loro presenza era dovuta a motivi diversi da quelli pensati dalle rispettive istituzioni. Si trattava di scambio di cortesie, niente di più.
     Penso anche alle messe in occasione di funerali o di matrimoni. Spesso la presenza del pubblico è dovuta a motivi di parentela o di amicizia oppure a solidarietà con l’ideologia politica dei protagonisti della cerimonia. E ritorna sempre la stessa domanda: “Che c’entra la cena del Signore?”. Gli invitati al matrimonio aspettano solo di sentir dire “La messa è finita” per lasciare il campo libero ai fotografi e per avviarsi verso il ristorante dove finalmente si mangia e si beve e si fa festa. Ma non hanno già fatto cena con il Maestro?
     Tranquilli, non sono così ingenuo, idealista e integralista da non distinguere le due cose. Anche Gesù non solo parla dei banchetti di nozze ma vi prende parte attiva lui stesso con il gruppo dei suoi amici. Sapeva di che cosa si trattava. Ma ogni cosa ha il suo tempo e i suoi modi di essere.
     Chi si trova in una situazione che non conosce o di cui si è fatto un’dea sbagliata ha ragione di sopportare in qualche modo la cosa aspettando che qualcuno lo autorizzi ad andarsene senza fare brutta figura. “La messa è finita!” dice il prete o chi per lui (noi sappiamo che si chiama diacono, cioè inserviente!) “Finalmente!” commenta mentalmente il nostro ospite casuale che se ne va sollevato. Forse è anche in grado di sintetizzare la sua esperienza come la giapponesina che si era trovata in una chiesa cattolica. Alla domanda “Che cosa hanno fatto?” rispose “In piedi, seduti! In piedi, seduti!”. Descrizione forse un po’ riduttiva.

A Messa con i musulmani?

     Con queste premesse non c’è da meravigliarsi se qualche vescovo, sostenuto da parte di un’opinione pubblica che si definisce pacifista, si è rallegrato per la presenza di autorità e fedeli islamici alle messe domenicali per dimostrare solidarietà con i cattolici in occasione dell’assassinio di un sacerdote in una chiesa di Francia. Lodevole l’intenzione di superare le barriere che ci separano. Mi pare però discutibile aver scelto la messa come test dimostrativo.

     Sarebbe doveroso fare alcune osservazioni a partire dalla teologia islamica, ma il discorso ci porterebbe molto lontano e in un campo minato. Limitandoci alla riflessione cristiana, la presenza di non credenti o di seguaci di altre fedi al mistero che riassume la nostra fede  è intrinsecamente incompatibile. A maggior ragione per la fede islamica che nega esplicitamente qualificando come bestemmia quanto noi affermiamo a proposito di Gesù.
     A meno che… a meno che non consideriamo la messa come un semplice rito, come una cerimonia commemorativa anodina. Cosa che invece è accaduta in passato, come abbiamo visto in precedenza. Mi sforzo di capire quei vescovi esultanti e non metto in dubbio la loro fede nel mistero. Ma l’abitudine di celebrare di fronte alle autorità riverenti, anche se non credenti, non può aver influito subdolamente sul modo di considerare la “cena del Signore”? Se tutti siamo d’accordo nell’indicarla con un termine che non la definisce per quello che è, non c’è motivo di esigere dai musulmani quello che è tollerato negli altri casi. Il ragionamento ha una sua logica.
     Sono soltanto mie supposizioni (maligne, penserà qualcuno), ma nascono dal desiderio di capire la realtà in cui vivo. È un desiderio che mi ha sempre accompagnato e che è cresciuto a contatto con le esperienze che andavo facendo. I ricordi più lontani che ho salvato nella mia memoria riguardano proprio la messa. Ci andavo con la mamma e mi sentivo attratto dal silenzio che regnava in chiesa ma soprattutto da quell’uomo, vestito in modo strano, che parlava una lingua che non capivo ma che mi attirava per le sue sonorità. Ripetevo le parole ma soprattutto mi sarebbe piaciuto poter ripetere quei gesti misteriosi. Non avevo ancora compiuto sei anni quando fui ammesso alla prima comunione. Il passo successivo mi portò sui gradini dell’altare come chierichetto. Non arrivavo a spostare il leggio con il messale (non sono mai stato un campione di altezza) ma potevo suonare il campanello, alzare la pianeta, rispondere in latino evitando gli strafalcioni delle “pepie” (così chiamavamo a Torino le vecchiette rosarianti).

     Non era gran che, ma è stato sufficiente per portarmi in seminario dove nel corso dei lunghi anni di studio ho scoperto progressivamente che cosa era quella messa che mi aveva affascinato fin da bambino. E sono passato attraverso le vicende di questi ultimi cinquant’anni nei quali la messa è stata forse l’indice più significativo dei cambiamenti avvenuti nel modo di vivere la nostra fede cristiana. Poco per volta mi sono liberato dalle incrostazioni che avevano appesantito la linearità dell’evento originale fino ad indicarlo con quel nome strano che nessuno spiegava con certezza ma che certamente non comunicava nulla a chi lo sentiva. O peggio, poteva trasmettere un messaggio che ne alterava il vero significato.
     “Ite, missa est!”. “Andate, è il momento di mandarvi via!” facendo derivare quella parola “missa” dal verbo latino mittere, inviare, spedire. In altre parole era l’invito a tornarsene a casa. Quando il saluto finale è stato identificato con quello che precedeva si è giunti all’assurdo che “andare a messa” significava andare a sentirsi dire “tornate a casa!”. L’ignoranza del latino, la pigrizia intellettuale di spiegare le cose, il pressapochismo di comodo hanno consolidato un equivoco di cui portiamo ancora le conseguenze.

Ad ogni cosa il suo nome

     Secondo il racconto biblico, la prima attività dell’uomo è consistita nel dare il nome agli esseri viventi (Genesi 2,19-20) con una decisione a cui si sottomette lo stesso Dio. Evidentemente, attribuire il nome “messa” alla cena consumata da Gesù con gli apostoli era un’eccezione clamorosa in contrasto con la capacità dell’uomo di conoscere le cose e di indicarle con il nome giusto.
     Questa osservazione, insieme a tante altre, mi ha aiutato ad andare oltre ai luoghi comuni che apparentemente semplificano la vita ma che a lungo andare finiscono per creare più problemi di quanti ne hanno risolti. Una domanda ha sempre guidato le mie riflessioni: gli estranei alla nostra fede come vedono i nostri paramenti, i nostri atteggiamenti, i nostri gesti, le nostre parole, le preghiere che recitiamo?
     Ricordo l’impressione che ho avuto a Gerusalemme dove mi trovavo per concludere gli studi biblici, quando vedevo i gruppetti di giovani studenti delle scuole rabbiniche che sciamavano per strada nelle loro palandrane nere, con in testa la kippà nera, con le peot (in italiano li chiamano cernecchi) ugualmente nere, che si muovevano come un solo uomo quasi fossero telecomandati. Mi sembravano tanto, ma tanto strani fino a che non ho pensato ai nostri seminaristi che dovevano indossare talare nera e cappello nero (noi lo chiamavamo saturno per la sua forma bizzarra) fin dalla tenera età di dieci anni, anche quando giocavano a calcio o uscivano inquadrati per la passeggiata quotidiana.

Un “Grazie!” al cinema

     E mi sono sentito in dovere di guardarmi allo specchio con gli occhi di chi non conosce le mie abitudini per sperimentare che cosa prova uno che vede i miei comportamenti. Ringrazio il mio interesse per il cinema che è stato per me questo specchio rivelatore di come una persona “normale” percepisce il nostro modo di pregare e di celebrare la messa, per fermarmi solo a questo aspetto. Ho capito quanto fastidio provochi nei non addetti ai lavori il rosario biascicato a velocità da Gran Premio di F1, o il tono melenso con cui si dicono le preghiere, o la voce nasale che si tira fuori quando si vuole dare solennità a quanto si dice oppure si vuole sottolineare il distacco dalla vita reale tuonando come un oratore del ‘600. Come se non esistessero già da qualche anno i radiomicrofoni.
     Senza parlare dei segni di croce non solo dei giocatori di calcio quando entrano o escono dal campo ma soprattutto di quelli con cui, dai semplici preti fino al papa, si benedicono persone o cose. Che si tatti di un segno che rappresenta una croce bisogna leggerlo nei testi che ne parlano o lo si deve dare per scontato. In realtà viene percepito come un gesto che ricorda più che altro quello che tutti compiamo quando, infastiditi, cerchiamo di liberarci dalle mosche. Il cinema ha semplicemente esasperato questi gesti accentuandone il lato caricaturale. A me da fastidio vederli perché a volte sono dovuti a disprezzo verso la religione, ma purtroppo devo riconoscere che spesso corrispondono a quanto realmente si fa nelle nostre assemblee.

     Tutto questo ha finito per avvolgere la messa in quell’alone di “mistero” che non corrisponde certo a quello che dichiariamo stancamente “mistero della fede” ma semplicemente dimostra la non conoscenza di quello che stiamo facendo. E le cose non cambiano se al posto dello Stato maggiore dell’esercito sull’attenti allo squillo della tromba si sostituisce un milione di giovani abituati a vivere i loro incontri in un clima non proprio rispondente a quello dell’Ultima Cena.
     Ci sono anche altri motivi per cui non voglio né musulmani, né atei, né libertini notoriamente tali, né autorità in divisa o senza, né orchestre sinfoniche, né gruppi producenti suoni, né urlatori che si dimenano, né coreografie a cui mancano solo i fuochi pirotecnici, quando mi trovo con un gruppo di amici a ripetere parole e gesti di Gesù alimentando la mia vita con la sua.
     Ma è giusto limitare la presenza ai soli credenti? Non si dice che il sangue di Gesù è sparso “per tutti”? Non entro nella discussione ripresa anche recentemente sul significato da dare all’espressione “pro multis” del latino che corrisponde al testo originale greco. Ritengo corretta la traduzione “per tutti” ma questo si riferisce al valore universale della salvezza e non alla presenza fisica alla cena consumata da Gesù con gli apostoli.
     Come chiamare questa esperienza? Certamente, lo ribadisco, non si può chiamare “messa”. Cena del Signore Gesù? Sarebbe molto semplice e soprattutto vero. Intanto, in attesa che chi può decidere lo faccia presto e si corregga il vocabolario, teniamo le porte chiuse a chi non condivide la nostra fede o non sa nemmeno di che si tratti. Tenere le porte chiuse non significa “sbattere le porte in faccia” ma semplicemente, in modo educato e con carità, chiedere ad estranei di non violare la nostra privacy. A meno che non la riconosciamo come tale