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Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

giovedì 13 novembre 2014

LA BIBBIA SENZA PREGIUDIZI

TUTTI GLI ABITANTI DI…

 Quante volte abbiamo letto nelle descrizioni della Bibbia che a qualche avvenimento avevano preso parte “tutti gli abitanti della città” o “della regione” o addirittura “della terra”. Forse qualcuno avrà cercato anche di immaginare folle immense radunate per celebrare eventi eccezionali, stipate all’inverosimile negli spazi ristretti che forse aveva visto in qualche pellegrinaggio in Terra Santa.
Se pensiamo anche ai numeri che la Bibbia riporta quando parla di eserciti o di popoli descritti sempre con cifre a molti zeri, l’impressione che ne risulta giustifica il modo di dire diventato proverbiale quando si vuole indicare un numero spropositato di persone o anche di anni: dimensioni bibliche!
Il cinema ha trovato facile ispirazione da questa grandiosità per rappresentare scene spettacolari con movimenti di masse imponenti che davano corpo ai sogni di fantasie sfrenate che dagli autori si riversavano nella mente degli spettatori più sprovveduti. In questo modo si è costruito un mondo mai esistito nella realtà che doveva essere molto più modesta di come è stata rappresentata.
Faccio notare che i numeri gonfiati non riguardano solo la Bibbia ma coinvolgono tutta la storia antica. Basta pensare alle scene degli schiavi egizi costruttori delle piramidi senza ricorrere, come si è soliti fare, ai “seicentomila uomini… senza contare i bambini… e alla massa di gente promiscua” che avrebbe lasciato l’Egitto sotto la guida di Mosè!
L’uso del termine “tutto, tutti” è frequentissimo nella Bibbia. Non sempre però indica una totalità assoluta di tipo numerico, ma spesso ha valore qualitativo, cioè sottolinea quella che noi indichiamo con il concetto di “solidarietà” o, se vogliamo, di rappresentanza qualificata. Così quando leggiamo in 2 Re 23,1-3 che il re Giosia “salì al tempio con tutti gli uomini di Giuda, con tutti gli abitanti di Gerusalemme… con tutto il popolo dal più piccolo al più grande” non possiamo immaginare una totalità numerica che non avrebbe potuto trovare posto nel tempio. L’espressione significa soltanto che i presenti fisicamente rappresentavano anche gli altri che non avevano potuto intervenire. L’assenza non liberava dagli obblighi che i partecipanti all’assemblea si erano assunti. Oppure si dovrebbe ammettere che la popolazione della Giudea era formata da poche migliaia di persone.


TUTTA LA TERRA!
Noi usiamo il termine “terra” con diversi significati. Può indicare il suolo, il terreno oppure la proprietà di qualcuno o ancora una zona limitata con caratteristiche particolari, pensiamo alla “Terra dei fuochi” di cui si è parlato molto in questi mesi. Può anche indicare il mondo intero, come quando vediamo le foto della Terra riprese dal satellite oppure quando parliamo del sistema solare con i suoi pianeti. Perciò la parola “terra” in se stessa non ha un significato preciso. Questo lo si può ricavare soltanto dal contesto.
Lo stesso discorso vale anche per la lingua ebraica nella quale l’equivalente di “terra” è espresso con il termine “’erets” ma anche con “ ’adamah” quando significa il terreno o con “ ‘olam” se si vuole indicare il mondo intero. A sua volta “ ‘olam” può indicare anche quella che noi chiamiamo “eternità”. È soltanto il contesto che determina il senso da dare alla parola in quel testo preciso.
Se si traduce “terra” ogni volta che il termine ricorre nel testo ebraico della Bibbia si rende un pessimo servizio a quella che noi accettiamo come “parola di Dio”. La buona fede o l’ignoranza non bastano ad eliminare un fraintendimento che in qualche caso ha portato a conseguenze disastrose nell’interpretazione della Bibbia.
Ad esempio, quando nella Bibbia si parla di “terra promessa” penso che sia chiaro per tutti che non ci si riferisce a tutto il mondo, ma solo alla regione che noi oggi chiamiamo in modo improprio Palestina o anche Terra santa. Così quando leggiamo “terra dove scorre latte e miele” intendiamo lo stesso territorio detto altrove “terra promessa”. Si tratta sempre di una regione mai di tutto il mondo. Si potrebbero portare decine di esempi nei quali il termine ebraico “ ’erets” definisce un territorio limitato, anche se è accompagnato da “tutta”.
È il caso, tra i tanti, di 2 Re 17,5 dove si legge che “il re di Assiria invase tutta la terra” mentre in realtà si trattava della regione al centro-nord della Palestina, cioè di quello che è conosciuto come “Regno di Israele”. Se la superficie della Palestina equivale più o meno a quella del Lazio possiamo capire che si tratta comunque di un territorio molto ristretto.
Solo un altro esempio. In 1 Samuele 4,5 dove si descrive la guerra di Israele contro i Filistei, si legge che quando l’arca dell’alleanza giunse nell’accampamento “gli israeliti elevarono un urlo così forte che ne tremò la terra”. L’enfasi della descrizione è ben evidente anche se ci limitiamo ad un territorio ristretto sul quale Filistei ed Israeliti avevano posto i loro accampamenti.
Concludo con una domanda. Il racconto di Genesi capitoli 7-8 afferma ripetutamente che “le acque del diluvio furono sopra la terra” e il fatto è conosciuto come “diluvio universale”. Non c’è dubbio che l’autore del racconto e i suoi lettori lo intendessero proprio in questo senso. Penso però che sia lecito domandarsi se anche in questo caso non si debba intendere il termine “ ’erets” nel senso di regione, con riferimento alla Mesopotamia, “regione” dove il racconto è nato.
Mi rendo conto che in questo modo rottamiamo un universo di fantasticherie in cui siamo cresciuti e che continuano a condizionarci. Ma sinceramente preferisco mandare al macero le ricostruzioni dei pittori, dei registi hollywoodiani, dei poeti anche se fossero mistici, per salvare in una nuova “arca” dal diluvio che la minaccia, la cosa che ci è più cara: la Bibbia e il suo significato autentico.

mercoledì 24 settembre 2014

ESISTE DIO?

    
   Nei giorni passati i giornali hanno pubblicato una notizia che forse ha lasciato perplesso qualche lettore. L’Arcivescovo di Westminster Justin Welby avrebbe dichiarato che a volte dubita dell’esistenza di Dio. Chi ha diffuso la notizia pensava certamente di fare uno scoop. 
Se il capo della Chiesa Anglicana nutre dubbi di questo tipo non c’è da meravigliarsi se i fedeli, già poco propensi a credere, abbandonano la fede per seguire idee più consone alla mentalità moderna, libera da pregiudizi ereditati da un passato bigotto e credulone.
      Leggendo tutta la notizia, si veniva a sapere che i dubbi erano formulati come una domanda retorica che l’illustre Arcivescovo si poneva di fronte a situazioni drammatiche, sentite da un credente come una sfida alla propria fede. In pratica erano le stesse domande che ognuno di noi si fa quando capita qualche disastro naturale o qualche strage dovuta alla malvagità umana. La stessa domanda che è nata nella coscienza di molti di fronte alla Shoa o quando ai giorni nostri assistiamo al massacro di intere popolazioni o allo sgozzamento spettacolarizzato di vittime inermi.
La domanda è sempre la stessa, di una semplicità disarmante: “Dov’è Dio? Perché non interviene ad impedire questi orrendi crimini? Perché permette i terremoti o gli tsunami?”.
Una domanda che ricorre sovente nelle pagine bibliche sulla bocca di tanti personaggi che non riescono a capacitarsi dei mali che li colpiscono come individui e come popolo. È il grido di protesta di Giobbe, di Geremia e di tanti che si rivolgono a Dio anche con espressioni violente che ci lasciano sconcertati. Se nella Bibbia, considerata dai credenti il testo su cui fondano la propria fede, si trovano espressioni simili non c’è da meravigliarsi che il ripetersi delle sciagure porti con sé anche oggi gli stessi interrogativi angosciosi degli autori biblici.

TUTTO NASCE DA UN EQUIVOCO
L’equivoco è dovuto al fatto che si fa confusione con due coppie di verbi usati per descrivere il comportamento che ci aspettiamo da Dio. I verbi in questione sono:
proibire – impedire
proporre – imporre

Nella Bibbia Dio è presentato come un padre che insegna ai figli il modo di vivere felici. Mette in guardia dai pericoli derivanti da scelte sbagliate e suggerisce cosa fare per ottenere i risultati migliori. Secondo le norme scoperte dalla moderna pedagogia, Dio aiuta i figli a crescere con le proprie forze, a maturare le proprie capacità. Non vuole sostituirsi ad essi ma li affianca nella fatica, li sostiene, li incoraggia, li aiuta a capire rispettando la loro libertà e la loro dignità. È un rischio, ma Dio lo accetta. È una sfida, e Dio la raccoglie.
La riflessione biblica ha letto in questa prospettiva il rapporto tra Dio e Adam (cioè l’Umanità) a cui è indicato ciò che è bene e ciò che è male, lasciando però all’uomo la scelta. Se l’uomo sa come stanno le cose e compie le proprie scelte deve anche accettare le conseguenze che ne derivano. Dio ha fatto la propria parte, l’uomo deve fare altrettanto. Il rischio è duplice e carico di conseguenze, ma permette all’uomo di realizzare in pieno quella somiglianza con Dio che l’autore del primo capitolo del libro della Genesi presenta come l’intenzione del Creatore nel dare la vita all’Adam.
La Bibbia descrive la volontà di Dio servendosi prevalentemente dei due primi verbi: proibire e proporre. Solo in pochi casi ricorre all’immagine di uno che impedisce qualcosa o che costringe qualcuno ad agire contro voglia. Però, di fronte agli eventi drammatici della vita, gli uomini hanno preferito usare gli altri due: impedire e imporre, scaricando così su Dio le responsabilità di tutto ciò che andava storto nell’esistenza umana.
Da questo equivoco nascono le domande angoscianti “Perché Dio non impedisce il male? Perché non impone a tutti un comportamento corretto?”. A questo punto la risposta è chiara, anche se difficile da accettare a livello emotivo: “Dio non interviene perché non è compito suo!”. Lui ha fatto la sua parte e proprio perché ci ritiene capaci di assumerci le nostre responsabilità rispetta le nostre decisioni. Anche se non le condivide.
E non si tratta di un insegnamento obsoleto dell’Antico Testamento superato da quello del vangelo. È l’atteggiamento tenuto dal padre nella tanto celebrata parabola del “figlio prodigo” che oggi va di moda indicare con il titolo di “padre misericordioso”. Un padre, però, che dà al figlio ciò che gli chiede anche se sa benissimo l’uso che ne farà. Ma non lo impedisce, anzi neppure lo avverte. Il figlio deve sapere come comportarsi.
Noi sappiamo come andrà a finire. Il fallimento della brutta avventura porterà ad una soluzione positiva. Ma quanto è costata, sia al figlio che al padre.
Ci piaccia o meno, è questo l’insegnamento che ci viene dalla Bibbia e deve essere sulla stessa linea anche il nostro modo di giudicare gli eventi. Lasciamo finalmente da parte l’immagine di un Dio tappabuchi impegnato a mettere le toppe ai disastri che noi combiniamo. Dio vuole trattare con persone responsabili, coscienti e libere. Non tratta con dei robot.  È sempre pronto ad accogliere anche chi ha sbagliato ma è disposto a riconoscere i propri errori.



sabato 13 settembre 2014

ANCORA SU BIBBIA E VIOLENZA


Non ricordo quante volte ho scritto e parlato su questo tema. Evidentemente non tutti hanno letto o mi hanno sentito, perché continuo a leggere e sentire affermazioni del tipo “Anche la Bibbia è violenta!” quando si accenna alle istigazioni alla violenza presenti nel Corano. Come se, anche ammesso che la Bibbia esiga da noi, oggi, dei comportamenti aggressivi e dei massacri di innocenti, sia questo un motivo sufficiente per giustificare quanto avviene non molto lontano da noi.


Ma in realtà la Bibbia non inculca la violenza come un precetto divino, anzi condanna in modo totale ogni genere di sopraffazione anche se non giunge alla soppressione fisica del nemico. Addirittura la Bibbia indica l’amore come l’ideale che deve ispirare i rapporti con tutte le persone.

Certamente le pagine che noi consideriamo ispirate (non dettate!) da Dio contengono racconti di una violenza inaudita che fanno rabbrividire. Certamente le stragi dei nemici sono presentate come esecuzione di un ordine divino. Certamente quando gli Israeliti risparmiano i nemici sono puniti per una disobbedienza considerata una ribellione molto grave ai voleri della divinità.

Tutto vero. Non ci vuole molto a comporre un’abbondante antologia di testi, soprattutto dell’Antico Testamento, che presentano queste caratteristiche. Però sono racconti che troviamo quasi in fotocopia negli scritti dei popoli in mezzo ai quali vivevano gli Ebrei, che condividevano convinzioni religiose, abitudini e comportamenti comuni alle civiltà con cui erano in contatto.

Tra queste convinzioni spiccava quella di attribuire al dio nazionale la responsabilità di difendere il suo popolo anche con l’eliminazione fisica dei nemici. E poiché ogni popolo aveva un dio proprio, la guerra tra popoli era considerata guerra tra dèi. Forse qualcuno sarà sorpreso di trovare questa mentalità anche nelle pagine bibliche. Però è un dato di fatto che richiede di essere capito e non semplicemente ignorato perché ritenuto scomodo.

VENIAMO A NOI

Questa lunga premessa per giustificare la mia sorpresa quando in una recente trasmissione di Rai 2 ho sentito un rappresentante di una certa intellighenzia culturale che va per la maggiore, citare il v. 9 del Salmo 137, quello famoso che riporta la preghiera di alcuni Israeliti esuli a Babilonia, per dimostrare che la Bibbia è violenta.

Non cercate quel versetto nella raccolta dei Salmi per la preghiera dei sacerdoti, dei religiosi e anche dei laici impegnati. Non lo troverete. È stato tralasciato (direi: censurato) perché è stato letto dai liturgisti con la stessa mentalità del guru intervenuto a Rai 2, cioè come espressione di una volontà divina che incita alla violenza più spregevole, contro bambini innocenti. E questo dava fastidio alla nostra sensibilità raffinata.

È il segno preoccupante di un certo modo di leggere la Bibbia con i paraocchi di una cultura diversa dalla propria senza avere il coraggio di affrontare un testo per quello che è e per quello che comunica. Nel caso specifico, e in altri casi analoghi, lo si è fatto per “difendere la Parola di Dio”. In realtà si ricorreva ad un sotterfugio maldestro che finiva per diventare un ostacolo in più per capire e accettare il messaggio di Dio rivolto a noi.

Basta leggere un’altra pagina della Bibbia, il capitolo 29 del libro di Geremia, dove il profeta riferisce agli stessi Israeliti esiliati a Babilonia, un’esortazione presentata come esplicita volontà del Dio di Israele “Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare. Pregate il Signore per esso, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere” (v. 7). Il paese in questione è proprio Babilonia.

Non facciamo difficoltà a leggere questa espressione come parola di Dio. Ma anche il v. 9 del Salmo 137 lo è, per la nostra fede! Come si può spiegare?

La risposta in un prossimo post. Per ora mi basta sottolineare l’attualità scottante di questa “Parola” se avessimo il coraggio di annunciarla nella sua interezza e ragionevolezza agli stranieri che, oltre tutto, non abbiamo deportato come prigionieri nei nostri paesi.


Senza volerlo, mi sono riagganciato al post precedente. A dimostrazione di come i problemi si rincorrono ma anche di come sono legati da un unico filo conduttore. Basta trovare il bandolo della matassa e tutto può diventare comprensibile e ragionevole.

martedì 9 settembre 2014

COERENTI AL VANGELO


Il brano del vangelo di Matteo (18,15-20) che abbiamo letto durante la celebrazione della messa domenica scorsa 7 settembre, proponeva alla nostra riflessione soprattutto un tema che è sempre stato attuale ma che oggi assume dei contorni inquietanti. Potremmo riassumerlo in due parole: responsabilità e solidarietà.
Un altro tema evidente è l’invito al perdono delle offese ricevute. Lo ha inteso in questo senso Pietro che, nel seguito del racconto di Matteo, pone a Gesù la celebre domanda “Quante volte dovrò perdonare? Fino a sette volte?”.


Ma vorrei fermarmi sull’aspetto che ho evidenziato prima, anche perché è messo in primo piano dalla scelta della liturgia che propone il testo di Ezechiele dove il profeta è presentato come la sentinella, responsabile della sorte dei suoi concittadini. Notiamo subito che la responsabilità della sentinella si limita al dovere di dare l’allarme per segnalare un pericolo, non riguarda il fatto che il segnale sia accolto o meno dalle persone che doveva allertare.
Il discorso di Gesù è rivolto ai suoi discepoli e muove dal presupposto che qualcuno abbia commesso una colpa contro di loro. Notiamo che il “qualcuno” non è considerato un estraneo o un nemico ma è definito come “fratello”. Anche in questo caso (come si è visto nell’episodio della donna cananea) abbiamo un cammino in crescendo a tappe successive. Si parte dalla ricerca del dialogo personale (v. 15), fallito il quale si deve chiedere l’aiuto di qualche amico (v. 16). Se anche questo tentativo non ottiene risultati positivi si potrà procedere ad un processo pubblico (v. 17). Di fronte all’ostinazione del fratello nel rifiuto di riconoscere i propri torti non rimane altra soluzione che lasciarlo ad affrontare le conseguenze delle sue scelte sbagliate (v. 17).
La conclusione è sconvolgente. Lo è almeno per una mentalità che sta prendendo piede nella società attuale. Oggi si vorrebbe per ogni vicenda drammatica una assoluzione generale di tutti i (cosiddetti) colpevoli, del tipo “Liberi tutti!” del famoso gioco che facevamo da bambini.
Ma la vita non è un gioco. Gesù ci invita a prenderla sul serio, ci apre gli occhi sulle nostre responsabilità. Se prendiamo delle decisioni dobbiamo anche avere il coraggio di portarne le conseguenze senza accusare sempre e soltanto gli altri.
Gesù però chiede anche ai discepoli di non “abbozzare” (diremmo noi) di fronte ai torti ricevuti. L’amore verso il fratello che ci ha offesi esige che si tenti ogni strada per convincerlo del suo sbaglio. Diversamente si diventerebbe conniventi e corresponsabili dei soprusi e delle violenze collaborando a diffondere il male anziché cercare di estirparlo. Non si sarebbe “costruttori di pace” ma strumenti di guerra.

E VENIAMO AI GIORNI NOSTRI

Mi auguro che sia solo una mia impressione, ma oggi si riflette poco su questo aspetto dell’insegnamento di Gesù. Forse non ci si pensa, o si ha paura di andare contro corrente, o si teme di essere accusati di integralismo.
Sono pensieri che mi sono venuti in mente questa domenica mattina al termine della celebrazione della messa, quando ho letto su un quotidiano nazionale la notizia (ripresa poi da altri quotidiani) delle perplessità che ha suscitato in qualche ambiente benpensante lo scritto di mons. Tommaso Ghirelli vescovo di Imola. Il quale, al di là del tono che si è voluto dare alle sue parole, non chiede ai fratelli islamici niente altro che di dichiarare pubblicamente la loro volontà di dissociarsi in massa dalle violenze disumane perpetrate da alcuni loro correligionari.
Si ripete continuamente che la maggioranza degli islamici sono contrari alla violenza, e anch’io sono convinto che lo sono. Ebbene, il vescovo ha offerto loro l’occasione di dimostrare questa loro lodevole volontà di pace con qualche gesto significativo che sia comprensibile anche alla nostra sensibilità. Ma che sia anche un impegno leale che si assumono di fronte a tutto il mondo. Insomma, che i moderati escano allo scoperto e formino un’opinione pubblica significativa nei loro ambienti.
Tutto qui. Non vedo che cosa ci sia di riprovevole a chiedere di manifestare quello che si dice di volere. Anche per evitare ogni equivoco, ogni appiglio per insinuare dubbi e sospetti. La chiarezza nei rapporti non solo tra persone singole ma anche tra gruppi di qualsiasi tipo è fondamentale per poter attuare una convivenza serena e produttiva per tutti.
Se manca questa trasparenza rimane sempre il sospetto che le parole nascondano, per motivi inconfessabili, simpatie e collusioni con chi commette atrocità che la nostra società ha condannato apertamente. Anche se poi tra di noi c’è sempre qualcuno che trasgredisce, ma che comunque cerchiamo di isolare, come si fa proprio in questi giorni con chi può essere un diffusore di Ebola.
La parola “vescovo” deriva dal greco “episcopos”, cioè “colui che guarda dall’alto”, che è come dire “sentinella” di un gruppo di persone che si affidano alla sua vigilanza. Se la sentinella di Imola ha dato un allarme penso che sia ragionevole svegliarsi per essere pronti ad ogni eventualità, sempre con la speranza e il desiderio che non ci sia bisogno di intervenire contro gli assalitori.
  E non tiriamo fuori il solito spauracchio delle crociate. Non credo proprio che sia il clima che si respira nelle nostre sacrestie. Chi lo pensa, evidentemente non le frequenta molto e forse ha ancora in mente gli anni quaranta del secolo scorso quando si cantava ”un esercito ha l’altar!”.
Spero sia solo una mia impressione, ma oggi sembra che si debba parlare piuttosto, con una certa giustificata preoccupazione, di “mezzelunate”. Mi si passi il neologismo, che certamente richiamerà alla mente di qualche fratello un certo Pierre l’Ermite di cui però non condivido assolutamente né ideali né metodi.
Il rifiuto e la condanna della violenza non ci portano a condannare il fratello violento, ma a fare tutto il possibile perché cambi il suo comportamento e cessi la violenza. Questo ci chiede il vangelo, non di far finta di niente. Se non ci impegniamo a trasformare in meglio questo nostro mondo non possiamo dirci cristiani. Anche se ci siamo sentiti ripetere per secoli che un buon cristiano deve disinteressarsi del mondo e pensare solo al paradiso.


mercoledì 27 agosto 2014

MA GESU’ ERA RAZZISTA?

La domanda è inevitabile se leggiamo il racconto di Matteo al capitolo 15 dal versetto 21 al 27. E la risposta è altrettanto evidente: Sì, si comporta come un vero razzista. Però il racconto termina al v. 28. Perciò la risposta deve tener conto di tutto il brano e non solo di una parte. Si tratta di un testo esemplare per la composizione letteraria e che deve essere analizzato attentamente per scoprirne il vero significato senza fermarsi a considerazioni superficiali e parziali….

Lo schema del racconto


Bisogna subito notare lo schema narrativo. Il v. 21 precisa il luogo dove è collocato l’avvenimento: siamo ai confini del territorio abitato da Ebrei e quindi ci troviamo a contatto con popolazioni “straniere”. È un elemento fondamentale per capire il racconto vero e proprio che è scandito in quattro momenti, ognuno dei quali è articolato in forma di domanda e risposta.


- Presentazione della donna straniera (v. 22) e prima richiesta di intervento. Gesù la ignora completamente: “non le rivolse neppure una parola” (v. 23).


- Intervento dei discepoli infastiditi dalle grida della donna interpretate come manifestazione di arroganza (v. 23). Gesù risponde ai discepoli con una motivazione teologica: la sua missione riguarda soltanto il popolo di Israele (v. 24).


- La donna blocca Gesù gettandosi ai suoi piedi: “Signore, aiutami!” (v. 25). Anche in questo caso Gesù non risponde alla donna ma si rivolge ai discepoli continuando a spiegare il perché del suo atteggiamento. La sua posizione è chiara e raggiunge la sua massima espressione quando si trasforma in disprezzo verso la straniera, espresso con un insulto crudele (v. 26).


- La donna non reagisce come avrebbero fatto altri, protestando o imprecando contro chi l’aveva offesa così pesantemente (v. 27). Accetta la discriminazione fatta da Gesù, e la giustifica con una dichiarazione inaspettata che sembra cogliere di sorpresa il maestro. Ed ecco che la tensione creata dal racconto si scioglie nelle parole di Gesù che dall’insulto passa immediatamente alla lode per la fede di quella straniera (v. 28).


Due percorsi psicologici


Si deve ancora notare come l’autore delinea il percorso psicologico compiuto dai due protagonisti: Gesù parte dall’indifferenza, poi fornisce le motivazioni del suo atteggiamento, lo porta alle estreme conseguenze giungendo al disprezzo. È un crescendo che possiamo definire negativo, ma che è funzionale nella dinamica del racconto, proprio perché sfocia nella conclusione che capovolge il giudizio sullo straniero.

Dal disprezzo si passa all’ammirazione e alla lode portando il potenziale nemico ad esempio per tutti. Ma in parallelo abbiamo anche il percorso della donna che in qualche modo si svolge in senso inverso a quello di Gesù. La sua prima richiesta di aiuto è formulata con un linguaggio che potremmo definire “burocratico”. Espone una situazione drammatica ma in modo impersonale.

Si ha l’impressione che consideri l’intervento richiesto come qualcosa di dovuto. Si rivolge al “figlio di Davide” perché tutti lo chiamano così. Dimostra certamente di avere fiducia in lui, ma in quanto rivestito di autorità e quindi in possesso di qualità straordinarie. La seconda richiesta è accompagnata da un gesto significativo. Prima gridava da lontano, adesso si avvicina, si getta ai piedi di Gesù impedendogli di camminare e dice una sola parola: ”Aiutami!”.

Data la vicinanza con il maestro, possiamo pensare che non abbia gridato con la voce. Il gesto stesso era un grido disperato. Non rivendica un diritto, riconosce la propria indigenza e si rivolge a chi può esaudire la sua richiesta. Semplicemente. È un passo importante che prelude all’ultima tappa di un cammino, breve nel tempo ma lungo per tutta la storia dell’umanità: il superamento delle barriere che contrappongono i popoli tra di loro.

L’espressione di disprezzo usata da Gesù, invece di provocare una reazione risentita viene accolta come la costatazione di un dato di fatto. La donna riconosce e accetta la sua inferiorità sottolineata così brutalmente dal riferimento ai cani, perché i vantaggi che spera di avere con la guarigione della figlia sono talmente grandi da non far sentire l’offesa dell’orgoglio ferito. Non avanza più pretese, non ha diritti da rivendicare, non ha posizioni di prestigio da difendere ad ogni costo. L’arroganza iniziale si trasforma in supplica senza pretese. La sua debolezza è disarmante e diventa la sua forza vincente. Finalmente, è Gesù a crollare. O meglio, a trovarsi nella situazione giusta che gli permette di manifestare le sue vere intenzioni.

Che non sono quelle descritte negli atteggiamenti precedenti ma quelle che emergono dalla considerazione finale. A questo punto la risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio diventa evidente. Il maestro ha indossato i panni del razzista usando la sua terminologia e ricalcando i suoi comportamenti per dimostrare l’assurdità di una ideologia perversa, anche se mascherata da elucubrazioni teologiche addomesticate o da giustificazioni pseudo culturali di comodo.


Non ci sono “i buoni” e “i cattivi”


Ma nel percorso della donna Matteo fa capire anche come deve essere l’atteggiamento di chi si sente discriminato, se vuole uscire dalla situazione di disagio in cui si trova. L’orgoglio non è una virtù, nonostante si sia sempre proclamato il suo valore sociale e la sua importanza per l’affermazione della propria dignità. Se l’orgoglio è condannato quando spinge il più forte a calpestare i diritti del debole, deve essere considerato ugualmente, se non di più, negativo, quando porta il debole a contrapporsi all’oppressore in una sfida persa in partenza.

Con l’unico risultato di continuare all’infinito una lotta assurda nella quale tutti sono perdenti. Notiamo ancora che alla fine del racconto si stabilisce finalmente un dialogo tra Gesù e la donna straniera che fino a quel momento era stata ignorata, ma che a sua volta aveva cercato solo di ottenere qualcosa di concreto. Nessuno dei protagonisti sembrava interessato a cercare di costruire con l’altro un rapporto personale, che invece si rivela decisivo per la soluzione positiva.

Nel racconto non ci sono buoni e cattivi definiti in base alla loro appartenenza sociale o alla loro origine. Ciò contrasta con l’opinione, che si vorrebbe far passare per comune, che gli stranieri siano tutti buoni in forza della loro situazione, e quelli che dovrebbero accoglierli siano tutti cattivi perché vivono nella terra in cui sono nati. E non dimentichiamo che anche gli altri popoli condividevano le stesse idee nei confronti non solo degli Ebrei ma di tutte le popolazioni di origine diversa dalla propria.

Non sarà certamente il buonismo dilagante oggi a risolvere il problema con sofismi anti storici. I racconti evangelici riferiscono altri episodi simili a quello che stiamo studiando. Pensiamo alla donna che tocca il mantello di Gesù o al centurione romano che chiede la guarigione del servo o al padre che intercede per la figlia. Ma in tutta la Bibbia ebraica si ripete come un ritornello l’affermazione che “Dio resiste ai superbi” e accoglie benevolmente chi si rivolge a lui senza alcuna pretesa. È il tema sviluppato nella preghiera che Luca mette sulla bocca di Maria e che è conosciuta con i
l nome di “Magnificat”.

lunedì 4 agosto 2014

IL VANGELO DIMEZZATO

Il brano di vangelo che abbiamo letto nella liturgia di domenica 27 luglio proponeva tre parabole che formano una unità letteraria molto interessante (Matteo 13,44-52). Purtroppo anche in questo caso la lettura che ne è stata data nei secoli passati e che è ancora radicata nella mentalità e nella prassi di molti cristiani non rispecchia il significato del testo di Matteo...

Le conseguenze di un’interpretazione riduttiva dell’insegnamento evangelico (come si vedrà) si possono verificare nell’immagine che molti hanno della fede e della vita cristiana. Non possiamo negare che molti atteggiamenti dei cristiani danno l’impressione di gente insoddisfatta della vita e che non trova nella propria fede motivi sufficienti per un impegno a migliorare la società. Certamente ci sono i santi del passato che si sono distinti per le loro attività caritative, ci sono tanti contemporanei impegnati nel sociale.

Ma la sottolineatura che si tende ad evidenziare, e che è diventata prevalente nella mentalità comune, porta in primo piano le rinunce ai beni materiali, alle gioie della vita, la scelta volontaria delle sofferenze come se non bastasse la rassegnazione ad accettare quelle che ci vengono addosso anche senza che le cerchiamo. In poche parole, noi cristiani siamo conosciuti come gente che rinuncia ai valori della vita presente nella speranza di ottenere un premio in una vita futura che si fa sempre più evanescente nella coscienza comune.

Sono sicuro che molti reagiranno indignati a questa analisi e diranno che la nostra fede non è così. Ma non basta protestare per modificare una convinzione diffusa e fondata su tanti comportamenti evidenti a tutti. Sono convinto che la lettura superficiale di queste tre parabole, insieme ad altri passi dello stesso tipo, sia stata la causa della deformazione del messaggio evangelico nel senso negativo che abbiamo rilevato.

Abbiamo messo in primo piano la frase: “vende tutto” e l’abbiamo isolata dal contesto. In questo modo Gesù ci chiederebbe di ridurci al lastrico come quei due ingenui che ci presenta come modello, o come i pescatori della terza parabola che faticano tutta la notte per poi buttar via parte di quanto hanno pescato. Ma è proprio questo che ci chiede il nostro Maestro? È proprio questo quanto è scritto nel testo di Matteo? Solo l’analisi letteraria del racconto ci aiuta a capire che cosa ha voluto comunicarci Gesù per dirci che cosa fare per essere felici.

E allora, pazientemente, cerchiamo di vedere come è costruita questa unità letteraria. Per prima cosa è evidente che il tema centrale è “il regno dei cieli”. L’uomo lo incontra in tre modi diversi. Nella prima parabola l’incontro avviene in modo casuale, nella seconda è il risultato di una lunga ricerca, nella terza invece fa parte della vita dei pescatori, è il loro mestiere. Nei primi due casi, l’incontro con il “tesoro” lascia pensare che abbia cambiato in meglio la vita dei due fortunati.

La terza situazione, quella dei pescatori, fa pensare ad un impegno di routine senza trasformazioni significative delle abitudini. Soltanto nel primo caso si sottolinea che il fortunato è “pieno di gioia”, comprensibile per la sorpresa dovuta al ritrovamento inaspettato. Il mercante invece considera la scoperta della perla preziosa come frutto della sua abilità e del fiuto per gli affari. Manca la sorpresa ma rimane la soddisfazione per l’investimento realizzato.

Anche questo fa parte del mestiere e non c’è bisogno di evidenziarlo. Il caso dei pescatori introduce un elemento nuovo: il “tesoro” quotidiano, cioè la pesca abbondante indicata dalla rete “piena”, esige un’ulteriore fatica per separare il vero tesoro (i pesci buoni) da ciò che è inutile o addirittura dannoso (i pesci cattivi). Quest’ultimo particolare porta l’attenzione sulla composizione del regno dei cieli.

Dalla visione idealizzata delle prime due parabole alla descrizione di una realtà complessa che non perde però il suo valore (è condizione di vita per i pescatori) nonostante la presenza di elementi negativi. Di fronte al regno dei cieli presentato come un tesoro, i primi due fortunati hanno un momento di riflessione in cui valutano quanto hanno scoperto e fanno i loro calcoli studiando il modo di venirne in possesso.

Quando sono convinti di fare un vero affare non hanno esitazioni e vendono ogni cosa sicuri di realizzare un investimento che darà una svolta positiva alla loro vita. In un primo momento si trovano senza soldi e anche il tesoro non è che si trasformi subito in moneta corrente. A prima vista possono sembrare dei poveracci, dei falliti, degli illusi, ma la certezza di possedere qualcosa di grande impedisce loro di sentire la rinuncia come un peso.

Per i pescatori, la condizione di vita non è presentata come frutto di una scelta infelice, ma è affrontata serenamente, con naturalezza, nonostante i limiti legati alla natura del mestiere. È una situazione diversa dalle prime due ma basata sullo stesso principio condiviso: la convinzione di aver finalmente realizzato il sogno di una vita. Di fronte a queste considerazioni è evidente che vedere nelle tre parabole, se non esclusivamente, almeno come prevalente l’invito alla rinuncia è assolutamente riduttivo dell’insegnamento che Gesù ha voluto dare.

Al limite, è tradire l’annuncio del vangelo. Se manca l’entusiasmo o almeno la consapevolezza razionale dei valori proposti da Gesù, saremo sempre dei perdenti, frustrati nel rimpianto delle cipolle e dell’aglio d’Egitto, come gli ebrei nel deserto. Ma con questo atteggiamento non riusciremo mai a convincere nessuno che essere cristiani non vuol dire “essere cretini”, come sosteneva tempo fa un matematico che imperversava sui giornali e alla TV. Senza arrivare però a scimmiottare altri, promovendo manifestazioni di “christian pride”.


lunedì 21 luglio 2014

«FERMATI, O SOLE!» (2)

«FERMATI, O SOLE!» (2) Per prima cosa si deve individuare il luogo dove è ambientato il racconto. I geografi collocano Gabaon sulle montagne a nord di Gerusalemme, ad un’altitudine di circa 700 metri sul livello del mare. L’accampamento degli ebrei è situato a Galgala che si trova nella valle del Giordano a circa 300 metri sotto il livello del mare...
Tra le due località vi sono dunque circa 1000 metri di dislivello che gli uomini di Giosuè hanno superato con una marcia notturna (Giosuè 10,9) che deve essere stata piuttosto un’arrampicata faticosa non essendoci di sicuro strade agevoli. Il testo dice che Giosuè piombò sulle truppe che assediavano Gabaon gettando lo scompiglio nell’accampamento, sorpreso ancora nel sonno. Naturalmente il testo attribuisce lo scompiglio all’intervento del Signore e non si sofferma sui particolari facilmente immaginabili. Anche in questo caso la strategia adottata è quella della sorpresa. Era un dogma accettato da tutti, che di notte non si combatte, mentre invece… 
Destati bruscamente dal teru’a lanciato dagli uomini di Giosuè (non c’è nel testo, ma era normale che ci fosse), senza capire ciò che sta succedendo, completamente disarmati, senza vestiti e ancora intontiti dal risveglio inconsueto i soldati cercano solo di mettersi in salvo da quel nemico invisibile che lo spavento e le tenebre ingrandiscono a dismisura. Abbandonano corazze, scudi e armi in un fuggi fuggi generale che segna la sconfitta degli assedianti e la vittoria di Giosuè. Infatti è quello il momento decisivo, “quando il Signore mise gli Amorrei nelle mani degli Israeliti” (10,12). Il racconto prosegue descrivendo quanto avvenne durante la fuga verso la pianura che porta al mare, ad occidente di Gabaon. Sui fuggitivi assolutamente indifesi, si scatenò una furiosa tempesta di grandine che li seguiva nella discesa senza possibilità di scampo. Infatti gli Israeliti li inseguivano uccidendo con le spade tutti quelli che si fermavano: un’autentica strage favorita da un evento atmosferico che noi avremmo definito “provvidenziale” secondo la nostra terminologia e che secondo la mentalità e l’uso degli antichi viene attribuito in modo esplicito all’intervento diretto di Dio: “Il Signore lanciò dal cielo su di essi grosse pietre” (Giosuè 10,11).

La preghiera di Giosuè 
L’autore del racconto collega questo aiuto insperato all’invocazione di Giosuè che chiede al sole di nascondersi dietro le nubi per rendere possibile agli Israeliti, già sfiniti per la scalata notturna, di completare la vittoria sui nemici. Dobbiamo notare che la preghiera è ambientata “quando il Signore mise gli Amorrei nelle mani degli Israeliti” e cioè al mattino quando Giosuè è già all’inseguimento nella discesa verso il mare (ad occidente!) e quindi si trova con Gabaon alle spalle (e cioè ad oriente!). Infatti chiede al sole di fermarsi “in Gabaon” indicando così il momento in cui il sole stava sorgendo con le conseguenze che abbiamo illustrato. Rimane ancora da capire perché l’invocazione di Giosuè si trovi alla fine del racconto che si conclude con il v. 15. Questa collocazione è stata determinante nell’interpretazione comune di un prolungamento del giorno. Ma anche in questo caso il testo afferma un’altra cosa che diventa chiara soltanto se si tiene conto della struttura letteraria del racconto. 

La struttura letteraria del racconto
Con un po’ di pazienza, ritorniamo all’inizio del racconto, perché dobbiamo renderci familiare il modo di raccontare del nostro autore. Il v. 7 dice che “Giosuè partì da Galgala” e nel v. 15 leggiamo che “Giosuè ritornò all’accampamento di Galgala”. È evidente l’intenzione di dirci che l’episodio che interessa è racchiuso tra questi due momenti: partenza e ritorno da vincitore. Nel v. 8 è riportata la promessa fatta dal Signore di “mettere in potere” di Giosuè i nemici. I versetti 9-10 presentano la realizzazione della promessa attribuita a Dio che agisce attraverso la sorpresa dell’attacco all’alba, l’inseguimento dei fuggitivi lungo la discesa verso il mare durante la quale si nomina la località di Azeka, fino alla conclusione della battaglia nella tappa definitiva di Makkeda. 
Il racconto è completo: gli israeliti potrebbero ritornare al loro accampamento di Galgala come detto al v. 15. E invece no, il nostro autore ritorna indietro per spiegarci che cosa è accaduto durante l’inseguimento e attribuisce la vittoria strepitosa e impensabile ad un ulteriore intervento di Dio che manda sui nemici una grandinata micidiale (v. 11). È la seconda sorpresa che, aggiunta alla prima (il risveglio improvviso “sotto attacco”) è stata determinante per la vittoria. Il narratore ci tiene ad informarci che la grandinata ha avuto una durata limitata, “fino ad Azeka” (ecco perché l’ha ricordata prima!), ma sufficiente per mettere i nemici in balìa degli uomini di Giosuè che hanno concluso la strage nei chilometri che li separavano da Makkeda dove si era conclusa la battaglia verso sera, come era normale che accadesse. È evidente che il versetto 11 non racconta ciò che è avvenuto dopo quanto narrato in quelli precedenti ma si inserisce in quelli per indicarci la modalità eccezionale dell’accaduto. È lo stesso fatto, presentato da un punto di vista diverso, non un qualcosa da aggiungere al racconto precedente. 
Il versetto 12 aggiunge ancora una spiegazione: quanto è accaduto è stato determinato dalla preghiera che Giosuè ha rivolto al Signore. L’attenzione del lettore è indirizzata non ai particolari della battaglia ma al fatto che “il Signore aveva ascoltato la voce di un uomo e combatteva per Israele” (v. 14). Il v. 13 dimostra che l’episodio era entrato nella leggenda epica popolare che se ne era impossessato trasformandolo nel testo di un canto che si trovava in una raccolta di cui è riportato anche il titolo. Come si vede, il racconto è inserito in un contesto narrativo più ampio che comprende la giustificazione dell’alleanza con i gabaoniti (9,1-10,5) e la conclusione che va ben oltre l’episodio centrale (10,16-43). Da notare che il ritorno a Galgala è riferito due volte (10,15 e 10,43). Inoltre, l’introduzione (9,1-10,5) è redatta in stile narrativo “libero”, mentre la conclusione segue uno schema ripetitivo piuttosto rigido. 
Ci siamo dilungati in un’analisi attenta alle caratteristiche letterarie del nostro testo tanto discusso ma partendo da punti di vista molto diversi. Mi auguro che a nessun archeologo venga in mente di negare la storicità del nostro racconto per il fatto che non ha trovato tracce della grandine! A meno che non voglia vederle nella vallata che scende da Gabaon verso il mare dove si rimane impressionati da una quantità incredibile di pietre di varie dimensioni disseminate sulla superficie dei campi. Potrebbero essere un elemento per suggerire un’origine eziologica del nostro racconto! Il racconto che forma l’introduzione meriterebbe una lettura attenta perché presenta un quadro delizioso per l’ingenua furbizia dei gabaoniti che fa da contrappunto a quella vantata dagli israeliti. Un tema affascinante presentato in una forma letteraria che, anche in questo caso, potrebbe fornire senza molte modifiche il copione di un film di avventure. 
Forse qualcuno si sarà meravigliato, (spero non si sia annoiato), perché siamo ritornati più volte sullo stesso testo studiandolo da diversi punti di vista. È stata una scelta voluta che va contro l’abitudine pessima che ci è inculcata dalla società in cui viviamo che ci spinge a voler vedere subito “come va a finire” con una lettura superficiale dei testi. È anche vero che molti testi contemporanei offrono poco materiale degno di approfondimento e non meritano altra attenzione se non quella riservata all’usa e getta. Ma la Bibbia è un’altra cosa. Purtroppo le riserviamo lo stesso trattamento che giustamente dedichiamo ad altre letture. Invece, anche indipendentemente dal fatto che i credenti la considerano parola di Dio, la Bibbia è una raccolta di testi che sono frutto di lunghe riflessioni sui grandi interrogativi dell’esistenza umana. Non si possono trattare come un articolo che parla di sport o di un concerto rock o che presenta il gossip sui personaggi dello spettacolo. La Bibbia stessa ci dice che deve essere “ruminata” (Salmo 1,1) cioè resa assimilabile in tutte le sue componenti, sfruttata in tutte le sue potenzialità espressive. Una lettura affrettata e superficiale ci lascerà sempre insoddisfatti e ci farà perdere la stima e l’amore per una raccolta di libri che giustamente sta in cima alla classifica di quelli che sono proclamati patrimoni dell’umanità. Mi riprometto di continuare a sviscerare altri testi biblici con lo stesso impegno che mi auguro verrà condiviso da qualcuno almeno dei lettori.
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