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Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

lunedì 27 febbraio 2017

PREGATE PER I VOSTRI PERSECUTORI (Matteo 5,44)



È difficile… Ma dobbiamo imparare a farlo, perché si convertano”.

Lo ha riconosciuto papa Francesco domenica 19 febbraio commentando il brano del vangelo di Matteo letto durante la celebrazione della messa in una parrocchia della periferia di Roma. Penso che tutti i sacerdoti nell’omelia abbiano evidenziato la stessa difficoltà condivisa senza alcun dubbio da tutti i presenti e anche da chi è rimasto a casa. Ma credo che la condivisione si limiti alla difficoltà del perdono e non alla necessità di pregare per i nemici, cosa a cui non siamo abituati.


Ricordo la sorpresa dei presenti quando alcuni anni fa a seguito di un attentato ho invitato a pregare per gli attentatori spiegando che le vittime non avevano bisogno delle preghiere di suffragio essendo certamente accolte da Dio che, nella Bibbia sta sempre dalla parte dei più deboli. Invece erano gli assassini che dovevano cambiare modo di pensare e di vivere se volevano essere oggetto della misericordia. Purtroppo in questi ultimi anni ho dovuto ripetere troppe volte l’esortazione a pregare per i delinquenti che danno l’impressione di essere refrattari alle nostre preghiere.

Ma chi sono questi nemici?

Forse c’è qualcosa che non funziona nel nostro modo di pregare, forse non mettiamo l’indirizzo giusto, forse pensiamo solo agli esecutori materiali delle uccisioni dimenticando che spesso sono essi le prime vittime di una violenza che ha dei mandanti insospettabili. Non c’è bisogno di smascherare complotti, riunioni segrete o vertici di politici o banchieri miranti a destabilizzare gli ordinamenti sociali. Ci sono stati in passato e certamente esistono anche oggi, ma ormai vivono di rendita. Sono riusciti a creare una mentalità largamente diffusa che mette il denaro e il profitto al di sopra di ogni altro interesse. Dalla ricchezza si fa derivare il potere, la felicità, la realizzazione della propria personalità, il godimento sfrenato del sesso. Tutto questo viene identificato con la libertà che raggiunge la sua massima espressione nello “sballo”.


Una volta erano soltanto gli intellettualoidi che cercavano l’affermazione del proprio io secondo il proverbio “Meglio un giorno da leoni che cento da pecora”. Oggi sta diventando l’ideale di certi ambienti giovanili dove si dichiara apertamente e si pratica la violenza non solo sugli altri ma su sé stessi. Una vita serena e tranquilla è considerata insipida, si cercano le situazioni estreme in grado di scaricare tutta l’adrenalina che si ha in corpo per provare emozioni forti, almeno una volta nella vita. Anche se sarà l’unica e irripetibile perché, spiaccicati contro un muro o sull’asfalto di un cortile, si è scritta la parola “FINE”.

Qualcuno mi accuserà di cinismo, ma trovo insopportabili e ipocrite le lacrime e i pianti che accompagnano puntualmente i funerali di chi ha cercato lo “sballo”. Ha ottenuto ciò che voleva, perché piangere? Capisco il dolore di una mamma e di un padre che hanno perso un figlio, ma non potevano fare niente per evitare quella che non può essere chiamata “disgrazia”? Forse sono anch’essi vittime insieme ai loro figli, drogati prima nel cervello che nel sangue, di nemici che si presentano accattivanti promettendo la felicità in cambio dei nostri soldi, ma in realtà consegnandoci dei cadaveri irriconoscibili.

Si ripete la storia di Pinocchio abbindolato dai due soci truffaldini che continuano a ripetere a tutti i babbei che incontrano “Di noi ti puoi fidar”, magari anche in musica come nella canzonetta. Non tutti ci cascano, ma può venire a tutti il sospetto che potrebbero anche aver ragione e che la felicità si trovi davvero nel paese dei balocchi. Perché non farci una visita? Ad occhi aperti, s’intende, tanto siamo vaccinati.

Gentile e suadente, ma è sempre arroganza

Il libro della Sapienza ci aveva presentato il ritratto del potere arrogante e sfacciato, da chiunque venisse esercitato (Sapienza 6,1-11). Era facilmente riconoscibile e quindi era possibile opporvisi anche se c’era il pericolo di venire schiacciati o anche di sostituirlo con altrettanta arroganza. Ma il potere che ha conquistato il consenso popolare promettendo di costruire un paese di Bengodi dove tutti vivranno felici e contenti, presenta altre credenziali di non facile interpretazione. Sono un po’ come certi contratti che ci vengono proposti dove spiccano in bella evidenza i vantaggi mentre le clausole vessatorie sono scritte in caratteri microscopici.


Si tratta, a volte, di autentiche truffe, di circonvenzione di incapaci che, quando sono proposte da soggetti al di sopra di ogni sospetto non sono considerati dalla giustizia. Le cronache anche recenti ci hanno fornito purtroppo materiale abbondante di questo genere. Mi permetto una digressione sul tema. Ho cercato su internet la voce “circonvenzione” e nella sezione “Immagini” ho notato una presenza piuttosto consistente di preti e di vescovi, in buona compagnia di noti uomini politici e di personaggi dello spettacolo. Sarà un caso? O si tratta di un prodotto di qualche fabbrica di bufale? Oppure di una campagna denigratoria? Comunque, da qualsiasi parte la si giri salta sempre fuori l’arroganza del potere che, a quanto pare, ha sfiorato anche le aule dove troneggia la scritta “La legge…” con quel che segue.

È in questo miscuglio di poteri subdoli e arroganti che dominano la nostra vita che dobbiamo ricercare i “nemici per cui pregare”, come dice un bel canto di chiesa. Sono questi poteri occulti, siano essi organizzazioni multinazionali oppure il semplice impiegato che timbra il cartellino e poi va a giocare alle slot machine, che hanno inquinato la nostra vita e che in un modo o in un altro influiscono sul nostro modo di pensare e di agire.

Se adesso pensate che sto esagerando, attenzione! Siete già stati contagiati dal virus che minimizza la capacità dei poteri occulti di influire negativamente sui comportamenti soprattutto dei giovani, cioè dei più deboli. Altro soprassalto di stupore indignato perché vi hanno convinti (i poteri occulti!) che i giovani sono i più forti perché fanno molti goal, perché corrono veloci, perché hanno sempre il telefonino in mano, perché, perché… Non sono i più forti, ma i più fragili, e non certo per colpa loro ma per la mancanza di educazione ricevuta dagli adulti. Il comportamento del figlio di Salomone che ho ricordato nel post precedente, evidenzia i disastri che può provocare una cattiva educazione che permette all’inesperienza dei giovani di trasformarsi in arroganza presuntuosa, rafforzata dal sostegno interessato dei coetanei (1 Re 12,1-19).

I giovani sono solo i più esposti al pericolo di diventare dei robot telecomandati da chi li vuole sfruttare a proprio vantaggio. A chi approfitta della loro inesperienza e mette in giro certe idee diventando così la causa di comportamenti a volte delittuosi, Gesù direbbe, senza mezzi termini “Guai anche a voi!”.

E allora, come dobbiamo pregare?

Chiedo scusa a chi legge se mi rifaccio sempre alla lingua ebraica. Non la considero l’unica lingua capace di comunicare con Dio, però è la lingua dalla quale dipendono tutte le nostre conoscenze su Dio, secondo la fede degli ebrei e di noi cristiani. A volte certe parole diventate comuni si riempiono di significati impensati se pronunciate nella lingua originale. È il caso della preghiera e del verbo corrispondente.


Pregare, in ebraico è hitpallel e preghiera è tefillah. Il verbo ha come primo significato “giudicare” e nella forma (o coniugazione) dove assume il senso di pregare, indica un’azione riflessiva o reciproca. Per capirci meglio, pensiamo al verbo “lavarsi”: generalmente è usato come riflessivo ma può indicare anche uno scambio di servizi tra due o più persone. Quindi il verbo hitpallel avrebbe il significato di “giudicare il proprio comportamento” e anche quello di “giudicare il comportamento di un altro che, a sua volta fa lo stesso verso di noi”. Trattandosi di un giudizio, si presuppone un dialogo o con se stessi o con una terza persona che, nel contesto specifico, è nientemeno che Dio.

In pratica, la preghiera è sentita come un confronto tra la propria vita e la volontà di Dio espressa nei comandamenti, ma anche come una verifica della fedeltà di Dio alle sue promesse. Partendo da queste considerazioni non possiamo più identificare la preghiera con la recita di formule fisse anche se avallate da tradizioni secolari. La stessa invocazione conclusiva della preghiera che ci ha insegnato Gesù “ma liberaci dal male” esce dal generico per assumere le fattezze non tanto di persone singole quanto di comportamenti contrari all’insegnamento del vangelo che ci sono proposti con un bombardamento continuo di messaggi.

Il primo “giudizio” che la preghiera ci invita a pronunciare è su noi stessi, sulla nostra risposta alle sollecitazioni a considerare la ricchezza e il piacere egoistico l’unico scopo della vita. È questo il nemico per cui dobbiamo pregare perché modifichi i suoi messaggi che portano alla morte trasformandoli in inviti a vivere felici insieme agli altri e non escludendo qualcuno. E Dio ci risponderà facendoci capire che tocca a noi reagire, dissociandoci dalle lusinghe ingannevoli e dimostrando con i fatti che è possibile realizzare una società più giusta. Senza aspettare che ci venga recapitata dagli angeli in confezione regalo con tutti gli accessori e perfettamente funzionante.

A parte la buona fede di tanti cristiani che si sono fatti dei meriti, grazie alla misericordia di Dio, biascicando rosari o inventando “coroncine” fantasiose, penso che sia doveroso dare alla nostra preghiera un contenuto diverso che non ci lasci come eravamo ma che ci spinga a migliorare la vita nostra e della società di cui siamo parte.

venerdì 17 febbraio 2017

ACCADEVA 2000 ANNI FA…


“GUAI A VOI”


Il giudizio è severo contro coloro che stanno in alto”. È un’affermazione che si trova nel libro della Sapienza (6,5) e che riassume le valutazioni di molte pagine bibliche sugli uomini che esercitano il potere. Nella Bibbia sono indicati con diversi nomi, giudici, re, faraoni, satrapi, governatori o imperatori non cambia molto perché hanno tutti un denominatore comune: l’uso dell’autorità a vantaggio personale. Non fanno eccezione i capi religiosi né tantomeno coloro che hanno accumulato ricchezze. Come su ogni tema, nella Bibbia si trovano anche valutazioni positive che idealizzano alcuni personaggi, ma sono casi rari e a volte anche discutibili, come avviene per il grande re Salomone (Siracide 47,12-23).


 È emblematico il racconto del cambiamento istituzionale richiesto dal popolo di Israele con il passaggio dal governo dei Giudici alla monarchia. Non si trattava soltanto di cambiare il titolo di chi comandava prendendolo dai nemici Filistei, ma di attribuire al re un potere assoluto che gli oppositori sostenevano che appartenesse soltanto a Dio.  La narrazione del capitolo 8 del primo libro di Samuele meriterebbe un commento a parte. Samuele, sacerdote e giudice, aveva lasciato la carica di giudici ai suoi due figli che “però non camminavano sulle sue orme, perché deviavano verso il lucro, accettavano regali e sovvertivano il giudizio” (1 Samuele 8,3). La richiesta di essere governati da un re in sostituzione dei giudici è interpretata come una ribellione contro Dio: “hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi” (8,7).
Le conseguenze prospettate sono drammatiche per il popolo costretto a lavorare per mantenere la vita agiata del re, dei suoi funzionari e della pletora di burocrati al servizio del regno (8,9-22). Mi limito a sottolineare l’insistenza del narratore nel dire “quello che è vostro diventerà suo” come avveniva in una società che pagava le tasse non con moneta ma con beni materiali e con prestazioni personali a titolo gratuito.
L’esigenza di avere comunque una guida per organizzare la vita sociale portava ad accettare la nuova situazione di compromesso affidandola alla protezione del Dio nazionale. La tensione tra una realtà difettosa e un ideale sognato si riscontra nella presentazione dei vari re. Sono pochi quelli a cui è dato un voto sufficiente in una classifica che ha come elemento di confronto il re Davide, lui stesso fortemente idealizzato in vista di un suo futuro discendente che realizzi in pieno le aspettative di Dio e del popolo. Sarà il Messia a dare una risposta adeguata al desiderio di giustizia e di pace. Per i cristiani è stato Gesù di Nazareth l’interprete autentico del progetto di Dio, mentre gli ebrei vivono ancora nell’attesa di una risposta.

“Morirete come ogni uomo”
Che il potere dia alla testa e faccia credere a chi lo esercita di essere superiore a tutti e a tutto comunicando la convinzione di essere onnipotente, è opinione comune, trasformata in comportamenti arroganti da chi comanda. Sembra essere questa la situazione denunciata nel Salmo 82 che ai governanti di qualsiasi popolo, illusi di essere delle divinità immortali, toglie la maschera senza alcuna pietà: “morirete come ogni uomo, cadrete come tutti i potenti” (82,7). Dopo l’accusa generica di favorire i delinquenti (82,2) il Salmo propone un programma di buon governo. “Difendete il debole e l’orfano, al misero e al povero fate giustizia. Salvate il debole e l’indigente, liberatelo dalla mano degli empi” (82,3-4). Tutti i verbi sono all’imperativo e descrivono quello che ogni governante dovrebbe fare.
Il primo libro dei Re al capitolo 12 riporta l’episodio forse più drammatico della storia politica di Israele, cioè la divisione del regno in due stati nemici, il Regno di Samaria al Nord e il Regno di Giuda al Sud. La scintilla che ha scatenato la tragedia è stata, secondo il racconto biblico, l’arroganza del figlio di Salomone che doveva succedere al padre. Certamente vi erano motivi profondi di disagio che rendevano precaria la situazione, ma tutto poteva avere una soluzione positiva se non ci fosse stata l’inettitudine di Roboamo e di tutto l’ambiente della corte di Gerusalemme. Anche questo episodio meriterebbe un commento più ampio, non possibile in questa sede. Per il nostro scopo sarà sufficiente la semplice lettura di tutto il racconto.
Ma può essere utile e interessante leggere le affermazioni attribuite al figlio di Salomone, istigato dai giovani suoi coetanei “educati” – si fa per dire – con lui a corte. Agli Israeliti che abitavano al Nord e che chiedevano una riduzione delle pesanti tasse imposte da Salomone, Roboamo rispose: “Mio padre vi ha imposto un giogo pesante; io renderò ancora più grave il vostro giogo. Mio padre vi ha castigati con fruste, io vi castigherò con flagelli” (1 Re 12,14). A queste parole scoppiò la rivolta delle tribù interessate che portò alla divisione del regno. Con un nuovo atto di arroganza il re mandò a sedare i disordini il capo della polizia che era l’uomo meno adatto essendo il sovrintendente ai lavori forzati imposti agli Israeliti del Nord ora diventati ribelli. Il servo del potere morì lapidato dalla folla mentre il re scappò a rifugiarsi nella sua reggia. “Fece ciò che è male agli occhi del Signore” (1 Re 14,22) è il giudizio severo che verrà ripetuto spesso sia per i re di Giuda che per quelli del Regno del Nord. 

Anche se comandano le donne…
I racconti biblici riguardanti i re riferiscono di intrighi, congiure sanguinose, massacri compiuti per accedere al potere. In queste lotte sanguinose troviamo anche una donna di nome Atalia che, dopo aver ordinato l’uccisione dei rivali, regnò in Gerusalemme per sette anni prima di venire a sua volta uccisa in una congiura guidata da un sacerdote del tempio. La vicenda non è entrata nei racconti popolari della nostra cultura biblica e forse qualcuno sarà stupito per questa presenza femminile inaspettata.
Ma il racconto è interessante anche per il seguito immediato che presenta un caso di lavori per il restauro del tempio, appaltati e finanziati regolarmente e mai eseguiti. Il capitolo 12 del secondo libro dei Re è così fitto di particolari descrittivi da sembrare un resoconto fiscale dove si intrecciano la raccolta di offerte per il tempio, l’affidamento dell’appalto dei lavori, i lunghi anni passati senza fare nulla (ma con i soldi intascati!), l’esclusione dei primi impresari e la gestione diretta dell’impresa da parte del giovane re, Ioas (2 Re 12,1-17). Il quale re finisce poi per consegnare tutte le offerte raccolte ad un re straniero per convincerlo a togliere l’assedio a Gerusalemme (2 Re12,18-19). Questa decisione salvò la città ma non la vita del re, ucciso in una congiura dei suoi ufficiali (12,20-22). Ci sarebbe materiale abbondante per un film di azione!
Atalia non è l’unica donna nella Bibbia ad interpretare l’arroganza del potere fino a giungere all’assassinio. Si racconta anche della regina Gezabele, moglie di Acab re nel regno del Nord venuto in contrasto con un suo suddito per il possesso di una vigna. Il re vive in modo drammatico la vicenda e viene umiliato dalla regina che lo accusa di essere un incapace e un imbelle. Gezabele gestisce personalmente il caso commettendo una serie di reati: prende decisioni al posto del re, abusa del potere, falsifica i documenti, li autentica con il sigillo reale, ordina di istruire un processo che dovrà concludersi con la condanna a morte già decisa dalla regina per eliminare l’innocente che aveva osato contrapporsi al re (1 Re 21,1-16). Il racconto non si conclude con la descrizione del delitto ma continua con il nuovo processo intentato dal profeta Elia a nome di Dio contro Acab e Gezabele e con la condanna a morte dei due colpevoli (1 Re 21,17-26; 2 Re 9,10). 

Potere ed edilizia
Nel libro del profeta Geremia è riportata una denuncia rivolta direttamente al re Ioiakim accusato di un comportamento che oggi definiremmo “anti sindacale” in occasione dei lavori di sopraelevazione di un attico nella reggia. La citazione è un po’ lunga ma è troppo bella per essere mutilata. “Guai a chi costruisce la casa senza giustizia e il piano di sopra senza equità, che fa lavorare il suo prossimo per nulla, senza dargli la paga, e dice: ‘Mi costruirò una casa grande con spazioso piano di sopra’ e vi apre finestre e la riveste di tavolati di cedro e la dipinge di rosso. Forse tu agisci da re perché ostenti passione per il cedro? Forse tuo padre non mangiava e beveva? Ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene; questo non significa infatti conoscermi? Oracolo del Signore. I tuoi occhi e il tuo cuore, invece, non badano che al tuo interesse, a spargere sangue innocente, a commettere violenza e angherie” (Geremia22,13-17).
Garantisco che il testo non è copiato dai quotidiani usciti in questi ultimi tempi, ma si trova nel libro di Geremia. Bisogna anche ricordare che il padre che “mangiava e beveva ma praticava la giustizia” è il “pio re” Giosia, ricordato altrove con grandi lodi per la riforma religiosa di cui si era fatto promotore. Geremia, piuttosto freddino per questo aspetto religioso che aveva ottenuto scarsi risultati, lo loda invece per il suo impegno nel praticare la giustizia, senza per questo dover rinunciare ad una vita normale. 

Dio giudica i potenti
Potrei continuare a sfogliare la Bibbia evidenziando altri personaggi emblematici per l’arroganza con cui hanno esercitato il potere accompagnati sempre da dure condanne attribuite a Dio stesso e da conseguenti tremendi castighi. L’autore del libro della Sapienza, dal quale ho copiato le parole con cui ho aperto questo post, aveva molto materiale a sua disposizione che lo autorizzava a scrivere parole di fuoco contro i governanti. Mi scuso ancora per la citazione molto lunga, ma non me la sento di toglierne nemmeno una parola. Siamo nel capitolo 6 del libro della Sapienza, attribuito a Salomone (!).
  6,1 Ascoltate dunque, o re, e cercate di comprendere;
imparate, o governanti di tutta la terra.
2 Porgete l'orecchio, voi dominatori di popoli,
che siete orgogliosi di comandare su molte nazioni.
3 Dal Signore vi fu dato il potere
e l'autorità dall'Altissimo,
egli esaminerà le vostre opere e scruterà i vostri propositi.
4 Pur essendo ministri del suo regno,
non avete governato rettamente
né avete osservato la legge
né vi siete comportati secondo il volere di Dio.
5 Terribile e veloce egli piomberà su di voi,
poiché il giudizio è severo contro coloro che stanno in alto.
6 Gli ultimi infatti meritano misericordia,
ma i potenti saranno vagliati con rigore.
7 Il Signore dell'universo non guarderà in faccia a nessuno,
non avrà riguardi per la grandezza,
perché egli ha creato il piccolo e il grande
e a tutti provvede in egual modo.
8 Ma sui dominatori incombe un'indagine inflessibile.
9 Pertanto a voi, o sovrani, sono dirette le mie parole,
perché impariate la sapienza e non cadiate in errore.
10 Chi custodisce santamente le cose sante
sarà riconosciuto santo
e quanti le avranno apprese vi troveranno una difesa.
11 Bramate, pertanto, le mie parole,
desideratele e ne sarete istruiti.

     Il potere come servizio al bene comune
     Chi scriveva questi giudizi pesanti non poteva immaginare che dopo pochi decenni a Gerusalemme ci sarebbe stato un re ambizioso, amante del lusso e di ogni piacere, senza scrupoli, sanguinario e violento di nome Erode, e che i suoi successori ne condividessero non solo il nome ma anche l’arroganza. Non poteva pensare che anche il potere religioso sarebbe stato gestito con criteri ben diversi da quelli che lui proponeva. Forse invece sperava che qualcuno continuasse il suo impegno per moralizzare la vita della classe dirigente, demolendo gli idoli tanto cari ai potenti e realizzando finalmente il sogno di un regno costruito e governato secondo la volontà di Dio.
Quando un falegname di Nazareth, lasciati gli strumenti da lavoro incominciò ad annunciare il regno di Dio, forse aveva presenti le figure di governanti delineate nel libro della Sapienza se si sentiva in dovere di affermare: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve” (Luca 22,25-26; Matteo 20,25-27; Marco10,42-45).

Certamente Gesù pensava ai rapporti tra i suoi discepoli e non a riforme istituzionali delle monarchie o comunque dei governi dei diversi popoli per i quali comunque valeva il principio dell’autorità come servizio pubblico e non come fonte di ricchezza per pochi privilegiati. La condanna della ricchezza quando diventa lo scopo della vita, l’idolo a cui si sacrifica ogni altro valore, è la costante della predicazione di Gesù, indirizzata a tutti quelli che hanno qualche autorità non solo politica ma anche religiosa, non solo a singole persone ma anche a classi sociali o gruppi di potere.
L’attaccamento al denaro spingeva quelli che si ritenevano superiori agli altri per censo, per cultura, per posizione sociale ad approfittare della situazione a scapito della stragrande maggioranza della gente. Bastava saper scrivere – cosa piuttosto rara in quei tempi – per vantare una serie di privilegi che facilmente si trasformavano in veri soprusi a danno dei più deboli e indifesi (Luca 20,45-47). Gesù ha parole durissime contro i Farisei che erano considerati le guide del popolo e approfittavano della loro posizione di prestigio per ottenere vantaggi personali (Matteo 23,1-33).
Nei Vangeli, come in tutta la Bibbia, non troviamo una condanna della ricchezza in sé stessa, che anzi è considerata una benedizione di Dio. Il Siracide dichiara “Beato il ricco, che si trova senza macchia e che non corre dietro all’oro. Chi è costui? Noi lo proclameremo beato” (31,8-9a). La domanda “Chi è costui?” sottolinea la rarità di questo comportamento che comunque viene presentato come un’opportunità offerta all’uomo. Così anche Gesù non propone ai discepoli un ideale ascetico con la rinuncia ai beni materiali ma li mette in guardia dal pericolo di considerarli l’unico scopo della vita e di servirsene in modo egoistico. Il ricco gaudente della parabola non è condannato perché organizza banchetti sontuosi e mangia a crepapelle. “Travaglio di insonnia, coliche e vomiti accompagnano l’uomo ingordo” è il giusto castigo per chi è solito abbuffarsi, aveva già commentato il Siracide (31,20b). Il ricco Epulone della parabola invece, è sepolto nell’inferno perché non aveva prestato attenzione al mendicante che moriva di fame alla porta del suo palazzo (Luca 16,19-31).

Un’ultima riflessione. Il potere mantiene la sua arroganza anche quando passa nelle mani di folle inferocite che lo esercitano con violenze e crudeltà inaudite. Poco importa se sono reazioni a soprusi subiti, reali o immaginati. Nel libro che racconta le vicende di alcuni apostoli si legge che anche Paolo in diverse occasioni è stato oggetto di violenza da parte di folle sobillate contro di lui a causa della sua predicazione. “Alcuni Giudei trassero dalla loro parte la folla; essi presero Paolo a sassate e quindi lo trascinarono fuori della città, credendolo morto” (Atti 14,19). “La folla insorse contro di loro, mentre i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e dopo averli caricati di colpi, li gettarono in prigione” (16,22-23a). Anche i compagni di Paolo furono coinvolti in brutte avventure a motivo della loro predicazione: “All’udire ciò s’infiammarono d’ira e si misero a gridare […] Tutta la città fu in subbuglio e tutti si precipitarono in massa nel teatro, trascinando con sé Gaio e Aristarco macèdoni, compagni di viaggio di Paolo. […] Intanto, chi gridava una cosa, chi un’altra; l’assemblea era confusa, e i più non sapevano il motivo per cui erano accorsi” (19,28-29.32).
Tutta la storia, anche al di fuori di quella narrata dalla Bibbia, è intessuta di stragi compiute in nome della giustizia e della libertà, etichette di comodo usate dai vincitori per dare una parvenza di legalità a quella che spesso è solo alternanza di potere arrogante. Condannato senza mezzi termini dalla Bibbia.

Ma per nostra fortuna la Bibbia racconta fedelmente quanto accadeva più di 2000 anni fa, mentre oggi è tutta un’altra cosa….



PS. Se qualche lettore pensa che il testo di Sapienza 6,1-11 possa interessare i nostri governanti, può inviarlo via e-mail con una semplice operazione di copia-incolla, oppure farglielo pervenire con altri canali tradizionali o attraverso i social network.


martedì 7 febbraio 2017

IN CUCINA CON IL VANGELO




Anche senza fare una ricerca accurata, vengono in mente diversi momenti in cui Gesù dimostra di avere una certa familiarità con l’ambiente in cui si preparano i cibi e non soltanto con quelli in cui si consumano. I vangeli presentano Gesù come invitato a banchetti in varie occasioni. In un caso – le nozze a Cana – la sua partecipazione è attiva e determinante. Nei racconti della moltiplicazione dei pani e dei pesci è il personaggio centrale. La sua familiarità con il cibo si manifesta anche dopo la risurrezione quando chiede che gli venga offerto un boccone o quando accetta l’invito dei due discepoli a Emmaus. Addirittura il vangelo di Giovanni ce lo presenta come cuoco che accende il fuoco per una grigliata di pesci che offre agli apostoli sulle rive del lago di Genezaret. Non ha paura di ripetere l’accusa che gli facevano di essere un mangione e un beone. Soprattutto lega la sua presenza in mezzo ai discepoli ad una cena nella quale lui stesso è cibo e bevanda.


La sua esperienza tra i fornelli gli permette non di scrivere un ricettario di piatti prelibati, ma di ricavare degli insegnamenti preziosi riguardanti il comportamento da tenere verso il prossimo e verso Dio, secondo il metodo dei grandi maestri di sapienza. Così la cuoca che impasta la farina e aspetta paziente che sia lievitata diventa l’icona di chi lavora alla costruzione del regno di Dio (Matteo 13,33-35). La donna che mette a soqquadro la casa per cercare la moneta smarrita e festeggia il ritrovamento con le vicine è presentata come un modello da seguire nella ricerca di chi si è allontanato da Dio (Luca 15,8-10). La cucina è anche l’ambiente più probabile in cui si accende la lampada e soprattutto si controlla se il sale può ancora essere usato per insaporire i cibi (Matteo 5,13-16). E proprio da questo Gesù trae lo spunto per delineare il ritratto dei suoi discepoli che devono essere luce e sale.

Nel mondo antico non ci si preoccupava che il sale facesse salire la pressione del sangue e si teneva conto solo del sapore che dava ai cibi e delle altre qualità positive che lo rendevano un elemento fondamentale e indispensabile per la vita. Lo sapeva bene l’autore del libro di Giobbe che considera la mancanza di sale sul cibo una delle sofferenze più insopportabili toccate al protagonista della vicenda narrata. “Si mangia forse un cibo insipido, senza sale? Che gusto c’è nel liquido del latte cagliato? Quello che mi dava il voltastomaco è diventato il mio pane” (Giobbe 6,6-7). L’identificazione degli alimenti ripugnanti non è facile, ma la mancanza di sale è espressa chiaramente e trova il consenso di tutti i traduttori.

È alla luce di queste caratteristiche del sale che si capisce a fondo l’insegnamento che ne ricava Gesù. Come il sale rende gradevoli i cibi così i discepoli devono comunicare agli uomini il gusto della vita vissuta secondo il volere di Dio. Ma non possono trasmettere nulla agli altri se non lo hanno in sé, perché fa parte della loro natura. I discepoli devono vivere con gioia per poter essere testimoni credibili. Se vivono un’esistenza scialba, insipida, senza ideali ed entusiasmi non possono comunicare nulla, diventano ingombranti e meritano di finire tra i rifiuti.



Se c’è un black out e rinunciamo al sale…

Tra le caratteristiche dei discepoli Gesù mette per prima la luce. È una parola che ricorre centinaia di volte in tutta la Bibbia e spesso viene usata in senso figurato per indicare la realtà in opposizione alle tenebre che impediscono di vedere le cose come sono. L’evangelista Giovanni nel prologo del suo vangelo identifica il Verbo di Dio con la luce (Giovanni 1,4-9) e poi con Gesù e con il suo insegnamento: “Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»” (8,12). I discepoli non possono emettere una luce propria ma solo quella che hanno ricevuto dal loro Maestro (Matteo 5,13).


Il legame tra luce e sale rende i due termini inseparabili e interdipendenti. Ci sono molte proposte offerte all’uomo per la valorizzazione e il godimento della vita, ma solo quella testimoniata dai discepoli è quella autentica che può realizzare le attese più profonde. A patto che abbia come contenuto la verità realizzata in Gesù.

Il carpentiere di Nazareth ha dimostrato di conoscere bene anche quanto avviene in cucina e di apprezzare e gustare i cibi saporiti. Ma il suo insegnamento non riguarda la gastronomia bensì la vita intera sulla quale proietta la luce che permette di vedere le cose nelle loro forme effettive. E non vuole essere da solo in questa impresa, cerca dei testimonial convinti della bontà del suo progetto e capaci di presentarlo in modo convincente ai loro contemporanei.

L’invito è allettante e provocatorio allo stesso tempo. Da una parte offre la possibilità di entrare in un’impresa grandiosa a dimensione mondiale e dall’altra pone la domanda sulla scarsa incisività della proposta nel mondo moderno. Siamo sinceri: al di là di certi criteri di valutazione basati su statistiche puramente numeriche (leggi: numero dei battezzati, anche questo comunque in calo), si deve costatare un distacco crescente dei comportamenti personali dai valori contenuti nel vangelo a cui sono preferite altre proposte di vita. Le letture trionfalistiche del passato hanno fatto il loro tempo anche se affiorano ancora in qualche occasione.

La luce che Cristo ha acceso non può manifestarsi solo con qualche flash abbagliante ma deve illuminare la vita quotidiana mettendo in evidenza gli aspetti che la rendono appetibile e gustosa e rendendo visibili gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione. Sono convinto che molti cristiani vivono la loro esperienza guidati da queste convinzioni. Senza stabilire confronti impossibili, forse sono anche in numero maggiore che nel passato, ma ho l’impressione che oggi ci manchi la capacità e forse anche la voglia, di incidere sulla società.

Non mancano certo, gli interventi ufficiali delle guide autorizzate. Ma non sono i documenti né tantomeno le leggi imposte a cambiare la vita. Se manca la convinzione profonda, se non si prova il gusto e il sapore di un’esperienza vissuta in modo positivo non servono a nulla le “gride” di manzoniana memoria. Non si è mai scritto tanto sulla gioia derivante dal vangelo. In pratica poi spesso si è concretizzata in scopiazzature mal riuscite di balli da discoteca o da riunioni dove si sprecano i larghi sorrisi e i convenevoli da salotto chic.

Ringraziando Dio, forse è finita l’era infausta dei flagellanti e dei penitenti cosparsi di cenere per commuovere una divinità più simile a Moloch che al Padre presentato da Gesù. Forse però non siamo ancora riusciti a trovare il modo corretto di essere “la luce del mondo e il sale della terra” perché diamo ancora troppa importanza al tarlo che continua a suggerire al nostro cervello che non è possibile o che è troppo difficile essere luce e che il sale danneggia la salute.

Ma se l’ha detto il carpentiere di Nazareth che sapeva il fatto suo anche in cucina, vale la pena di provarci. Non avrà ragione Lui?







venerdì 3 febbraio 2017

COME È LA “VOCE DI DIO”?

         È diventata un’abitudine diffusa usare parole ebraiche per indicare dei termini ritenuti importanti nel linguaggio biblico e forse anche per dare un certo tono culturale a quanto si scrive. Capita sempre più spesso di imbattersi non solo con l’abusato shalom (pace) ma anche con ruach (vento, spirito), chesed (misericordia), rachamim (viscere, amore). Io stesso cedo a questa moda che presenta anche aspetti positivi almeno come stimolo alla curiosità del lettore. Una di queste parole con funzione di specchietto per attirare l’attenzione è qol che già nella scrittura presenta un’anomalia per la lingua italiana, con quella “q” iniziale a cui non siamo abituati. Chi usa questa parola le dà il significato di “voce” che, nella lingua italiana, indica “il suono articolato dall'essere umano tramite le corde vocali parlando, ridendo, cantando, piangendo o urlando” secondo la definizione che ne dà Wikipedia. Non c’è niente di strano se un italiano leggendo nella Bibbia l’espressione frequente “la voce di Dio” le dà il significato che trova nei dizionari e nell’uso comune. Se poi il nostro lettore ha visto qualche film “biblico” in chiave hollywoodiana è autorizzato ad immaginare Dio che parla con voce roboante seguita da un’eco interminabile.

Una parola dai cento significati
Però se cerchiamo la parola qol in un vocabolario ebraico troveremo che il primo significato elencato è “rumore, strepito, fragore, chiasso, suono” con rimandi ai testi biblici dove il termine in questione è usato con questa accezione. Il libro del profeta Ezechiele usa il termine con una certa frequenza in questi diversi significati. Così in 1,24 sembra che ci sia un concentrato dei vari significati che mettono in imbarazzo i traduttori costretti a trovare sinonimi adatti ai vari soggetti rumorosi. Il termine qol è ripetuto cinque volte più una sesta all’inizio del verso seguente, ma i traduttori italiani si sentono in dovere di precisare che si tratta di “rombodelle ali” simile al “rumore delle cascate, al tuono dell’Onnipotente, al fragore di una tempesta e al tumulto di un accampamento”, cinque parole che non hanno niente in comune con la definizione di “voce” offerta dai dizionari italiani. Sempre la stessa parola in 26,10 indica lo “strepito dei cavalieri” mentre in 26,13 diventa il “suono delle cetre”.
Il “tuono dell’Onnipotente” (qol Shadday) di Ezechiele 1,24 diventa “tuono di YHWH” (qol YHWH) nel Salmo 29 che lo ripete per sette volte nella descrizione di una violenta tempesta che si è formata sul Mediterraneo per abbattersi sulla costa occidentale, sul Libano e infine sul deserto siriano. Ma oltre allo sconquasso di una bufera qol può indicare anche il leggero “fruscìo” di una foglia che cade (Levitico26,36). In senso figurato non richiede nemmeno qualche suono sensibile: la voce del sangue di Abele grida a YHWH dal suolo (Genesi4,10). Il Salmo 19 afferma che tutte le creature proclamano la gloria di Dio semplicemente con la propria esistenza senza bisogno di far sentire la loro voce (Salmo 19,4-5).
Con la “voce delle colombe” (Nahum 2,8) ci avviciniamo alla definizione dei dizionari italiani che parlano di “organo della fonazione” fondamentalmente comune a uomini e animali. Riferendosi a colombe il profeta Nahum non pensava certo a uccelli parlanti ma soltanto al verso emesso che viene interpretato come un lamento. Per l’autore del libro di Giobbe il suono del flauto richiama “la voce di chi piange” (Giobbe 30,31), già espressiva da sola senza bisogno di parole.
Quando la voce è quella dell’uomo, normalmente si presuppone che venga usata per esprimere i pensieri o i sentimenti. Se chi prega dice: “innalzo la mia voce a YHWH” (Salmo 3,5) ci fa pensare ad una preghiera recitata ad alta voce, non certo ad un grido disarticolato. È l’uso normale della voce nei dialoghi tra uomini e nella preghiera a Dio. Non c’è da meravigliarsi se nella cultura ebraica si attribuisce a Dio una voce per comunicare con gli uomini, rispondendo alle loro preghiere o indicando come si devono comportare. Il linguaggio della Bibbia ricorre continuamente ad antropomorfismi attribuendo a Dio un volto, occhi, orecchie, braccia, mani come anche sentimenti e comportamenti tipicamente umani, pur rifiutando decisamente qualsiasi rappresentazione della divinità sotto forma di statue o disegni. Non si vede un motivo per considerare la voce un’eccezione a questo schema rigido.

Il tuono e il Decalogo
Eppure si sono sempre letti i testi che usano l’espressione “voce di Dio” come se riferissero un fenomeno uditivo sensibile, anche se riservato solo a pochi privilegiati. Non si è tenuto conto di una caratteristica tipica della letteratura ebraica: il gusto e la capacità di raccontare. Tutta la Bibbia (ricordo: anche il Nuovo Testamento!) è un grande racconto reso vivo non solo da descrizioni accurate ma soprattutto dai dialoghi tra i protagonisti. YHWH, il protagonista assoluto di tutte le vicende narrate, poteva starsene in silenzio nel suo palazzo nei cieli? Era semplicemente impensabile. YHWH parla, fa sentire la sua voce in tanti modi anche quando il suo popolo ha paura di sentirlo e scarica su Mosè il rischio di un dialogo tanto impegnativo.
Il testo è esplicito nel descrivere la scena grandiosa riportata nel libro dell’Esodo al capitolo 19: “… vi furono tuoni (qolot voci) e fulmini, una nube densa sul monte e un suono (qol) fortissimo del corno… il suono (qol) del corno diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con un tuono (qol)” (Esodo 19,16.19). Il racconto si conclude nel capitolo seguente: “Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, e il suono del corno… il popolo ebbe paura e dissero a Mosè: ‘Parla tu con noi, ma non parli con noi Dio altrimenti moriremo’” (Esodo20,18-19).
Il pio desiderio di dare importanza alle “dieci parole” (i dieci comandamenti) ha trasformato i tuoni in suoni articolati come parole inducendo il lettore ad interpretare il racconto nel modo diventato tradizionale e ufficiale, tanto che uno studioso ha potuto scrivere: “… la Bibbia stessa presenta un caso – unico nel suo interno – di ‘scrittura divina’. Il libro dell’Esodo racconta che nell’esperienza del Sinai il popolo udì direttamente le parole del Decalogo pronunciate da Dio dal monte (cf. Es 20,1-21; Dt 5,1-22)”. L’affermazione viene ribadita nelle righe seguenti che insistono sull’assenza di ogni mediazione umana perfino nella scrittura delle “dieci parole”. Ma il testo di Esodo 20,18 come si è visto, dice che il popolo “percepiva i tuoni, i lampi e il suono del corno” ed esclude che li interpretasse come parole.
Attribuire alla Bibbia quello che non dice, significa renderle un pessimo servizio, anche se lo si fa in buona fede e con le migliori intenzioni. La pagina dell’Esodo su cui ci siamo fermati è composta con una forza espressiva straordinaria, assemblando in modo mirabile tradizioni diverse con lo scopo di mettere al centro dell’attenzione il tesoro più prezioso conservato dal popolo di Israele. L’autore di questo racconto ha raggiunto il suo scopo ma solo se lo leggiamo per quello che è effettivamente, senza darne interpretazioni di comodo.
In un post pubblicato nel 2011 e ripresentato a maggio dello scorso anno dal titolo “Dio parla nella Bibbia. Come?” presentavo i tre modi fondamentali con cui sono riferite le parole di Dio: nella Torah sotto forma di leggi, nei libri profetici come rivelazione personale ma indirizzate al popolo, nei libri sapienziali come frutto di riflessione sulle esperienze della vita. In ogni caso, le “parole di Dio” sono pronunciate o dal legislatore-narratore o dal profeta (che può anche annunciare il falso!) o dal maestro di sapienza. La Bibbia è ben lontana da certe letture infantili assetate di magia e di miracolistico che sono state fatte in passato e che perdurano ancora in certi ambienti.

sabato 28 gennaio 2017

MA LA BIBBIA È UN’ALTRA COSA


ADDIO ALLE RELIGIONI? 


Non è la prima volta che leggo dei necrologi che annunciano la scomparsa delle religioni, finalmente smascherate nelle loro mistificazioni grazie a nuovi principi ideologici dettati dalla ragione. L’ultimo in ordine di tempo mi è capitato sott’occhio qualche giorno fa, pubblicato su di un quotidiano on line locale, a firma di un rappresentante di un “Comitato per la Spiritualità Laica”. L’accusa che viene rivolta alle religioni è di predicare e praticare la divisione tra gli esseri umani, in nome di ideologie contrapposte come se fossero dogmi indiscutibili.

      Con mia sorpresa, tra gli intransigenti sono elencati anche certi «”puri” razionalisti atei», giudizio che mi trova pienamente consenziente. L’autore afferma di intervenire “bonariamente” proprio per evitare l’accusa di integralismo che rivolge alle diverse religioni. Tra queste elenca anche «i nazisti, i comunisti, i flippatisti… e tutti quelli che spaccano l’umanità in nome di un “nome”».
Come spesso accade, alla proclamazione dei principi non segue la loro applicazione nella pratica. Così l’atteggiamento bonario e tollerante lascia il posto fin dall’inizio a giudizi drastici come quello che apre il “pezzo”. «Le religioni tradizionali sono ormai una zavorra inutile, eppure talvolta occorre analizzarle per lo meno allo scopo di ridimensionarle a quel che realmente sono: favole necessarie all'infanzia!».

Il nostro amico non nomina esplicitamente la Bibbia ma si riferisce diverse volte a cattolici, ortodossi, protestanti ed ebrei. Non è un mistero che tutti questi in un modo o in un altro fondano la loro fede sulla Bibbia. Da qui trarrebbero le “favole necessarie all'infanzia” che rendono le religioni che ne derivano “una zavorra inutile”. Interessante anche quell’”ormai” che sembra suggerire un “Requiem” definitivo, recitato “bonariamente” dall’ultimo ritrovato della ragione.  

Vorrei intervenire “bonariamente” anch’io, chiedendo al nostro amico se per caso non gli è mai capitato di leggere qualche pagina della Bibbia non destinata proprio all’infanzia. Non pubblico l’elenco di passi scabrosi per non suscitare curiosità malsane in qualche lettore. Ma anche senza ricorrere a qualche caso estremo è risaputo che tutti i popoli antichi non si preoccupavano minimamente di produrre una letteratura mirata all’infanzia. Gli ebrei non facevano eccezione. È ugualmente fuori posto pensare che gli adulti di quei tempi lontani fossero dei bambinoni ingenui e creduloni. Avevano gusti diversi dai nostri, comunicavano non soltanto con lingue diverse dalle nostre ma con espressioni originate dal loro modo di vivere, che non è il nostro dominato dalla tecnologia.

Ignorare queste caratteristiche del mondo antico significa precludersi la possibilità di capire un universo culturale ricchissimo che avrebbe molto da insegnare alla nostra generazione proprio sul tema dell’unità del genere umano che sta tanto a cuore al nostro amico. Certamente non va tutto in quella direzione, c’erano divisioni, odi, rivalità, soprusi, guerre, devastazioni e si potrebbe continuare con i comportamenti negativi descritti anche con compiacimento e attribuiti ad ordini ricevuti dalle rispettive divinità. Ma non era “letteratura per l’infanzia”. Soprattutto era molto ben bilanciata da riflessioni e insegnamenti che miravano a superare ogni divisione con riferimento, guarda caso, proprio ad una fede religiosa.

Non conosco bene altri testi antichi al di fuori di quelli contenuti nella Bibbia. Di questa mi limito a ricordare solo qualche brano in cui si prospetta quella che gli studiosi chiamano “era messianica” descritta come una pace e benessere universale, una condizione di vita che soddisfa tutte le aspettative di felicità che l’uomo può desiderare. E tutto questo è presentato come volontà esplicita di Dio, contrastata dall’egoismo dell’uomo che crea le divisioni.

Che cosa sta scritto davvero nella Bibbia?

Propongo solo qualche testo fra i tanti che descrivono questa situazione desiderata. Nel libro di Isaia, dopo la minaccia di stragi e devastazioni si prospetta un cambiamento dovuto all’intervento di Dio: “Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Isaia 2,4). Poco più avanti nello stesso libro si legge la descrizione di un mondo ideale (11,6-9a) reso possibile “perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare” (11,9b).


Un altro profeta annuncia un futuro in cui il popolo vivrà nell’abbondanza di prodotti della terra e manifesterà la propria gioia di vivere con canti e danze (Geremia31,10-14). Nel libro di Michea si legge un’affermazione sorprendente per l’apertura verso culture e religioni diverse da quelle del popolo ebraico. Dopo aver ripetuto le promesse che abbiamo visto in Isaia, Michea descrive una scena che traspira pace, serenità e gioia di vivere con le cose semplici offerte dalla natura. “Sederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà, poiché la bocca di YHWH degli eserciti ha parlato. Tutti gli altri popoli camminino pure ognuno nel nome del suo dio, noi cammineremo nel nome di YHWH nostro Dio, in eterno e per sempre” (Michea4,4-5).

Non intendo scrivere un trattato su come è presentato il tema della pace nella Bibbia. Penso che le poche citazioni fatte possano rassicurare il nostro amico che, almeno la religione fondata sulla Bibbia, è contraria alla violenza sia privata che pubblica mentre è assolutamente favorevole ad ogni iniziativa che porti alla pace e alla felicità di tutti e non di pochi privilegiati.

Che poi nella storia ebrei e cristiani si siano comportati e continuino a comportarsi in modo diverso è un altro problema che certamente non si risolve buttando a mare un testo che sostiene l’ideale della pace. Sembra invece che il nostro amico sia impaziente di liberarsi di quella che continua a definire “zavorra inutile” visto che ci ritorna su con un altro articolo che conclude con le stesse parole con cui aveva aperto il precedente. Anche in questo si nota una mancanza di informazione sugli argomenti trattati. Non è vero che l’insegnamento della religione sia mantenuto per dare uno stipendio ai preti. La maggioranza di chi insegna religione nelle scuole è formata da laici.

Discutiamo pure “bonariamente” su tutto, ma, per favore, conoscendo la materia della discussione. Diversamente si perde tempo e soprattutto si alimenta quella contrapposizione che si vorrebbe eliminare. E per farlo si sceglie il metodo più spiccio: eliminare l’avversario.

Se ben ricordo, era il metodo usato da un certo Hitler, come ci è stato illustrato nella “Giornata della memoria”.

sabato 14 gennaio 2017

PREGHIERA DEI MORTI O DEI VIVI?

IL  DE PROFUNDIS

        Nella tradizione popolare cattolica c’è una preghiera associata al ricordo dei morti in modo così stretto da sembrare composta proprio in vista di funerali o in occasione di lutti. Forse è superata in popolarità solo dal Requiem aeternam, conosciuto ormai come L’eterno riposoche ha avuto la meglio grazie alla sua brevità e semplicità. La preghiera concorrente è il De profundis che continua ad essere indicato con il titolo latino. Non tutti sanno che il testo del Requiem aeternam è tratto da un libro apocrifo del III secolo dal titolo Apocalisse di Esdra mentre il De profundisnon è altro che il Salmo 130 della Bibbia ebraica. Informazioni di questo genere possono sembrare di nessun interesse per chi affida a Dio i propri cari con la speranza di assicurare ad essi la felicità eterna. Eppure, anche queste notizie ci aiutano a capire meglio il senso delle preghiere che recitiamo, spesso in modo meccanico senza renderci conto di quanto chiediamo al Signore.

Del De profundis ho un ricordo nitidissimo, anche se il fatto risale a 67 anni fa. Avevo iniziato l’anno di noviziato e avevo incominciato a recitare il Breviario come i sacerdoti. Arrivati a Natale mi trovai di fronte al Salmo 130 con mia grande sorpresa. Non capivo perché in quel giorno di festa per la nascita di Gesù si dovesse recitare la preghiera per i morti. Mi sembrava un controsenso. Cercavo di darmene una ragione leggendo i commenti al salmo che però davano tutti la stessa interpretazione: rappresentava la preghiera che i defunti dal profondo del purgatorio rivolgevano a Dio chiedendo il perdono dei propri peccati così da poter essere ammessi in paradiso.
Tutto filava liscio: l’anima “purgante” che grida verso il Signore, il desiderio ardente di incontrarlo, l’impazienza delle sentinelle (ma da dove saltavano fuori?) che rappresentava l’ansia dell’anima desiderosa di essere liberata dalle pene del purgatorio. Tutti i particolari erano coerenti e si incastravano uno nell’altro come le tessere di un puzzle. Ma il disegno ricostruito non dava una risposta alla domanda che mi ero posta: che c’entrava con Gesù bambino? Col passare degli anni si fece sempre più insistente un’altra domanda, molto più impegnativa: che c’entrava con la Bibbia, in particolare con l’Antico Testamento ebraico?

“I morti non lodano il Signore”
Il libro di Isaia (38,10-20) riporta la preghiera del re Ezechia gravemente ammalato, che chiede a Dio di non farlo morire perché “non ti lodano gli inferi, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà. Il vivente, il vivente ti rende grazie come io faccio quest’oggi” (Isaia 38,18-19a). Nel libro di Giobbe ritorna insistente l’affermazione che i morti sono esclusi da qualsiasi dialogo non solo con i vivi ma anche con Dio. È il grido disperato di chi sta per morire e si rivolge a Dio: “Ben presto giacerò nella polvere, mi cercherai, ma più non sarò!” (Giobbe 7,21). Questa convinzione porta l’autore del libro intitolato Qohèlet all’amara riflessione: “I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito” (Qohèlet 9,5-6a). Lo stesso sentimento anima la preghiera conservata in alcuni Salmi: “Quale vantaggio dalla mia morte, dalla mia discesa nella tomba? Ti potrà forse lodare la polvere e proclamare la tua fedeltà?” (Salmo 30,10; cfr. Salmo 6,6; 88,11-13; 115,17-18).

Soltanto nei libri più recenti, giunti a noi in lingua greca e che noi consideriamo parte dell’Antico Testamento (i cosiddetti Deuterocanonici) si affaccia la prospettiva di un rapporto personale dei morti con Dio che assume la forma di un rendiconto dal quale l’uomo risulta debitore. Particolarmente significativo in questo senso è il racconto riportato nel secondo libro dei Maccabei dove troviamo l’idea dell’offerta di un sacrificio di espiazione per i peccati commessi da coloro che erano caduti in battaglia contro i nemici del popolo di Dio (2 Maccabei 12,38-45). Il De profundis esprimeva la stessa esigenza, ma la sua composizione era ritenuta da tutti i commentatori precedente all’epoca dei Maccabei. Il disegno ricostruito con i diversi pezzi del puzzle risultava anacronistico. Doveva esserci un altro quadro all’origine del Salmo 130 e forse sarebbe stato possibile scoprirlo guardando i singoli elementi “senza pregiudizi”, come si dovrebbe fare sempre quando si legge la Bibbia (ma non solo la Bibbia!).

Ricostruiamo il puzzle
       Ho incominciato dal titolo: Shir hamma’alot, Canto delle salite. Lo stesso titolo viene dato ai Salmi da 120 al 134 e comunemente si pensa che fossero canti che accompagnavano i pellegrini che si recavano a Gerusalemme secondo le prescrizioni della legge. Si possono individuare con buone probabilità anche vari momenti del viaggio, dell’arrivo in vista della città, di che cosa avveniva nei giorni di permanenza a Gerusalemme fino all’inizio del ritorno. L’appartenenza al gruppo dei Salmi di pellegrinaggio permette di stabilire che al termine della “salita” c’è una località ben conosciuta, Gerusalemme (e non il paradiso ipotizzato dalla preghiera dei morti!).
        De profundis. È la prima parola del Salmo, che corrisponde ad un termine ebraico usato raramente in questa forma precisa, ma abbastanza frequente in parole derivate da una radice che significa “profondità” di ogni tipo. In ebraico la parola è ma’amaqim e negli altri casi al di fuori del nostro Salmo indica sempre gli abissi marini. Penso che sia difficile che chi ha usato questa parola stando nei pressi di Gerusalemme si riferisse agli abissi del Mediterraneo, quando si trovava in altre “profondità” dalle quali doveva compiere l’ultima “salita” del suo pellegrinaggio.
        Forse qualcuno lo troverà poco poetico, ma è molto più realistico immaginare il pellegrino giunto in vista della meta, che vede davanti a sé l’ultimo tratto di strada in salita e pensa alla fatica che deve ancora affrontare dopo il lungo viaggio. Quelle poche centinaia di metri dovevano sembrare interminabili a chi aveva nelle gambe un bel po’ di chilometri. Chi è stato a Gerusalemme può immaginare anche un luogo preciso da cui anche oggi si può provare la stessa sensazione. Non si tratta certo del Monte degli ulivi, da cui si ammira la città dall’alto, bensì dalla parte meridionale dove confluiscono la valle del Cedron e quella della Geenna. Due “profondità” che si assommano nell’animo del pellegrino stanco e lo inducono ad usare un termine decisamente esagerato: “dal profondo dell’abisso” (v. 1).
Ti ho chiamato, YHWH! Niente di più naturale del grido di gioia per aver raggiunto la meta che non era tanto una città quanto il Dio che vi abitava. Chiamarlo per nome era come dirgli: Sono arrivato! “Ascoltami, presta attenzione alle mie suppliche” (v. 2).
Ma a questo punto il tono cambia bruscamente. Il pellegrino passa dalla gioia dell’incontro che aveva immaginato alla dura realtà di non essere ricevuto dal suo Dio e si chiede: Che cosa ho fatto di male? Dobbiamo cercare di capire il perché di questa nuova situazione. Il Salmo non lo dice chiaramente ma offre indizi preziosi per dare una risposta che rimane sempre ipotetica ma ben fondata sulle abitudini del tempo che ci sono note.
Per prima cosa il Salmo ci informa che siamo di notte. Lo deduciamo dal fatto che le sentinelle aspettano il mattino. Siamo dunque all’ultimo turno di guardia, cioè precisamente dalle tre alle sei. Il pellegrino vede le sentinelle, quindi si trova all’esterno delle mura viste “dal profondo delle valli”. Ma perché il pellegrino si trova lì a quell’ora della notte? Evidentemente perché non ha potuto entrare in città. Sappiamo che alla sera le porte che davano accesso alle città venivano chiuse e la sorveglianza per impedire l’ingresso di persone non gradite si spostava dalle porte alla parte superiore delle mura di difesa che era percorribile grazie ad un camminamento.

La preghiera dei ritardatari
Il nostro pellegrino, giunto in tarda serata, ha trovato le porte della città già chiuse e interpreta questo fatto come se il suo Dio gli avesse sbattuto la porta in faccia perché non lo voleva ricevere. E si chiede il perché di quel rifiuto. La risposta era ovvia: si trattava di una punizione divina per qualche offesa che aveva recato al suo Dio, anche se inconsapevolmente: “Se consideri le colpe, YAH, Signore, chi potrà sussistere?”(v. 3). Al verbo “considerare” corrisponde in ebraico un verbo che troviamo anche al v. 6 nella forma del participio presente: shomerimsentinelle, e quindi si potrebbe tradurre “se tu farai la guardia alle nostre colpe”, cioè se le custodisci gelosamente perché non ne manchi nemmeno una al rendiconto, “chi potrà stare in piedi?” secondo il senso originale del verbo usato ya’amod che si oppone all’atteggiamento imposto agli sconfitti che dovevano prostrarsi con la fronte a terra ai piedi del vincitore.
(Dal Corriere della sera)

Ma il Dio a cui si rivolge il pellegrino è disposto a perdonare per far capire all’uomo quale sia l’atteggiamento giusto che deve tenere nei suoi confronti, non arroganza né servilismo, ma grande rispetto: “Infatti presso di te c’è il perdono perché vuoi essere rispettato” (v. 4). È questo il timore che altrove viene messo a fondamento di una vita serena (Proverbi1,7; Siracide 1,9-18).
Con questa convinzione il pellegrino può dire: “Attendo YHWH, lo attende la mia anima, perché spero nella sua parola” (v. 5). A questo punto l’attenzione viene attratta dal movimento delle sentinelle che vanno avanti e indietro per ispezionare il tratto delle mura affidato alla loro sorveglianza. Il pellegrino vede in quelle ombre inquiete che si stagliano sul cielo che incomincia a schiarirsi il desiderio impaziente che venga il mattino per poter riposare dopo la notte insonne e lo confronta con il proprio desiderio di incontrare finalmente il suo Dio: “L’anima mia desidera il Signore più che le sentinelle il mattino, le sentinelle il mattino” (v. 6).
Finora il pellegrino si era espresso sempre in prima persona. Ora si rende conto di essere in compagnia di altri con cui aveva compiuto il viaggio e si sente in dovere di coinvolgerli nella propria preghiera che si allarga fino ad abbracciare tutto il popolo: “Attenda Israele YHWH perché presso YHWH c’è la misericordia e con lui c’è una grande liberazione” (v. 7). Non si tratta qui di libertà dai nemici ma da tutto quello che aveva impedito al pellegrino di incontrare subito il proprio Dio e che aveva individuato nelle “colpe” (v. 3): “Ed egli libererà Israele da tutte le sue colpe” (v. 8).
Si conclude così un Salmo ambientato perfettamente in una situazione concreta vissuta dal protagonista con grande partecipazione emotiva e mosso da una profonda spiritualità. Il disegno che abbiamo ricostruito assemblando i diversi pezzi del puzzle risulta assolutamente coerente con il contesto biblico in cui è inserito e non richiede giustificazioni anacronistiche. Nulla vieta di pregare con le parole di questo Salmo in situazioni diverse da quella che lo ha ispirato. Lo possiamo fare purché non attribuiamo alla Bibbia affermazioni o insegnamenti che le sono estranei.
Concludo suggerendo di sentire come un musicista ebreo contemporaneo ha interpretato i primi quattro versetti del nostro Salmo. È una musica struggente che esprime in modo mirabile il desiderio di incontrare Dio nella propria vita che ogni credente dovrebbe sperimentare.
https://youtu.be/jlT8o1YMKwI