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Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

venerdì 16 maggio 2014

LA BIBBIA E LA STORIA

QUANDO SI SCOPRE L’ACQUA CALDA Questa volta è toccato a la Repubblica scoprire e presentare come una grande novità quanto si sapeva e si diceva (anche se in modo meno sensazionalistico) da parecchi decenni, se non secoli, a proposito della storia raccontata nella Bibbia. Lasciar capire che l’intervista all’archeologo israeliano Zeev Herzog, ripresa dal quotidiano Haaretz, era uno scoop recente è stato il tranello teso ai lettori per giustificare il titolo che prometteva rivelazioni sensazionali: “Da Gerico a Re Salomone la Bibbia smentita dagli archeologi israeliani”. Qualcuno è andato a spulciare i giornali e ha scoperto che l’intervista risale al 1999. Ma anche a quella data, la notizia non aveva niente di straordinario, se non la volontà di colpire la fantasia dei lettori comuni abituati a ripetere i soliti stereotipi riguardanti la Bibbia, senza averne una conoscenza diretta. Lo scoop taroccato di quella che è considerata da molti la “bibbia laica”, mi ha fatto ripensare ai miei studi biblici iniziati a Roma negli anni 60 e conclusi (temporaneamente) a Gerusalemme nel fatidico 1967. Già allora ci insegnavano quelle cose esplosive ma ci aiutavano anche a capire come funzionava la comunicazione del sapere nel mondo antico che non era soltanto il piccolo popolo ebraico, ma comprendeva grandi imperi come l’Egitto, l’Assiria, Babilonia, la Persia e perfino la Grecia e Roma. In altre parole, e continuando nel paragone delle bombe, ci spiegavano come erano state costruite per poterle maneggiare senza pericoli di sorprese sgradevoli sia per chi le aveva in mano come per il malcapitato a cui erano destinate. In questi lunghi anni di insegnamento ho sempre cercato di fare il mio mestiere di “artificiere biblico” approfondendo sempre di più la conoscenza degli ordigni pericolosi che dovevo consegnare a mani inesperte, per evitare deflagrazioni tragiche. Non volevo nascondere chi sa quali segreti, o mantenere nell’ignoranza le masse bigotte. Semplicemente mi preoccupavo di “costruire” le fondamenta della fede sulle basi solide che mi offriva la Bibbia, a patto di capirla per quello che diceva e non per quello che si credeva dicesse. Perché, siamo sinceri, molti di quelli che affermano che la Bibbia racconta solo storielle inventate, lo dicono “contro” la fede cristiana che vorrebbero eliminare dalla società per poterla costruire secondo i propri gusti, spesso degeneri e perversi. O forse lo dicono senza aver studiato seriamente quei testi, che vengono liquidati con una battuta da saccenti. A questo proposito mi viene in mente la battuta che circolava tra gli archeologi qualche anno fa riguardo ai loro colleghi israeliani. Si diceva allora, che quelli ritrovavano i cocci che loro stessi avevano sepolto, per dare un appoggio scientifico alle pretese di una storia addomesticata. Ora seguirebbero il metodo opposto per liberarsi dal peso di una bugia rivelatasi controproducente? È una cattiveria, ne sono cosciente e ne chiedo anche scusa. Ma per dirla tutta, questa è la verità “storica”. Che mi ha spinto a rivedere la mia lunga carriera di insegnante proprio sul modo con cui avevo presentato il problema della storicità della Bibbia. A partire da quanto avevo studiato all’Istituto Biblico ho sempre cercato di introdurre gli allievi ad una conoscenza critica dei testi biblici evitando letture ingenue e semplicistiche ma anche rifiutando di ridurre la Bibbia ad una raccolta di favolette per bambini. Mi sembravano due approcci antiscientifici, anche se il secondo andava di moda ed era presentato da nomi illustri (o fatti passare per tali) con tanto di tam tam mediatico. A dimostrazione di quanto ho affermato invito a leggere gli articoli che ho pubblicato su questo blog, in tempi non sospetti, dopo che erano apparsi sulla rivista della Diocesi di Viterbo. Segnalo solo alcuni titoli che affrontano direttamente il tema di cui stiamo discutendo e che tutti potranno leggere per rendersi conto di come si può aiutare un lettore sprovveduto a capire il significato di un testo antico, non solo della Bibbia. La Bibbia e la storia; La Bibbia e la storia del Nuovo Testamento; Dio parla nella Bibbia: come?; Il popolo eletto; Alla ricerca di Davide; Quando è stata scritta la Bibbia?; La Bibbia è rivelata?; Evoluzionismo e Bibbia; Tremila anni fa; Impariamo a leggere. Fino all’ultimo post che ho pubblicato alla fine di marzo. Naturalmente potrei citare altre pubblicazioni sullo stesso argomento e che seguono lo stesso metodo, per giustificare il titolo che ho dato a questa pagina: la Repubblica ha proprio scoperto l’acqua calda! Ma noi biblisti la facevamo già scorrere in abbondanza da decenni. Se non era giunta in via Cristoforo Colombo era un problema che riguardava quel palazzo che dovrebbe far controllare il suo impianto idrico. Se questo non funziona, non è a causa dei biblisti e non è nemmeno giusto allarmare tutta la popolazione d’Italia con un titolo a sensazione che riflette il disagio di un gruppo di “intellettuali” in cerca di un consenso più ampio alle loro idee. È una questione di buon senso, oltre che di buon gusto. Per confermare quanto ho affermato, pubblico un altro articolo che ho scritto nel 2004 proprio sul tema specifico del rapporto tra Bibbia e storia (LA BIBBIA: TUTTE STORIE?) e che invito a leggere.

domenica 11 maggio 2014

LA BIBBIA: TUTTE "STORIE"?

CONOSCIAMO LA BIBBIA

LA BIBBIA: TUTTE “storie”?

Ho ripreso il titolo dal mensile “Selezione” del mese di luglio di quest’anno (pag. 50), ma con una leggera (proprio leggera?) modifica: il punto interrogativo là si trova dopo “Bibbia”.
Evidentemente il significato della domanda cambia in modo radicale. Per Selezione i racconti della Bibbia sono tutte “storie” nel senso di invenzioni, frutto di pura fantasia. L’articolo che segue vuole essere la spiegazione di un’affermazione che ha fatto sobbalzare molti lettori, abituati a considerare la Bibbia come fonte sicura non solo di fede ma anche di ogni tipo di conoscenza.
Il nostro titolo si pone la domanda in modo più problematico e, vorrei dire, più serio. Ci chiediamo se tutto ciò che è contenuto nella Bibbia sia da considerarsi frutto di fantasia o se invece non vi siano degli elementi che hanno legami solidi con la storia, con le scienze naturali o umane, con le letterature degli altri popoli di quell’epoca antica.
L’occasione per l’articolo di Selezione è stata fornita da un volume scritto da Mario Liverani, docente presso l’Università La Sapienza di Roma, dal titolo “Oltre la Bibbia”. Il volume è diviso in due parti. La prima ricostruisce l’ambiente e la storia del Vicino Oriente Antico a partire dai dati forniti dalla ricerca storica e archeologica, ed è intitolata: Una storia normale. La seconda parte è messa sotto il titolo: Una storia inventata. Il contenuto di questa parte è quasi unicamente desunto dalla Bibbia e riguarda le vicende dei Patriarchi, la conquista della Terra promessa, la monarchia, il tempio, la Legge. Ognuno di questi argomenti è sempre preceduto dalla parola: invenzione.
L’accostamento delle due parti spinge inevitabilmente il lettore alla conclusione sintetizzata nel titolo dato da Selezione: La Bibbia? Tutte “storie”.
Dopo aver letto il libro di Liverani e lo stesso articolo del mensile, devo dire che le affermazioni dello studioso di storia non sono poi così generalizzate come sembrerebbe. Chi conosce la Bibbia sa benissimo che è composta di diverse sezioni e che i libri cosiddetti “storici” costituiscono soltanto una parte della Scrittura sacra. Ci sono anche i libri dei profeti e quelli cosiddetti “sapienziali”. Liverani considera “inventati” soprattutto quelli catalogati come “storici” mentre riconosce valore testimoniale agli altri che spesso cita come fonti autorevoli di notizie.
Ma dall’articolo di Selezione si ricava un’impressione a dir poco disastrosa, quando si leggono a chiare lettere affermazioni del tipo: “leggende sui Patriarchi”, “l’invenzione della conquista”, “Saul, Davide e Salomone possono essere esistiti”, “Mosè è leggenda, e anche relativamente tardiva”.
Purtroppo i lettori di Selezione non andranno tutti a consultare il ponderoso volume (510 pagine) di non facile lettura e rimarranno con l’impressione (non giustificata) lasciata dall’articolo.
Ma anche chi si avventura a leggere il testo in questione non riuscirà facilmente a sottrarsi a forti dubbi sulla credibilità della Bibbia suscitati dall’impostazione data dal Liverani al suo lavoro. In realtà i dubbi dovrebbero essere spostati proprio sul libro in questione.
La contrapposizione delle due parti, tra storia “vera” e storia “inventata” non è fatta su basi scientifiche ma ideologiche. L’interpretazione dei testi biblici su cui Liverani fonda le proprie argomentazioni spesso è frutto di supposizioni ricavate da ragionamenti di tipo sociale. Soprattutto si ha l’impressione che l’autore ignori, o trascuri coscientemente, gli aspetti letterari che sono alla base dei testi biblici.
Affermare che questi racconti sono stati inventati (proprio nel senso di creati dal nulla) per giustificare particolari situazioni di rapporto con altre popolazioni, nel secolo V-IV a. C. significa non tener conto delle caratteristiche letterarie dei racconti. Oggi gli esegeti concordano che la stesura definitiva dei testi biblici è da ricondursi all’epoca indicata da Liverani e forse anche ad epoca più recente. Ma la lettura attenta dei testi rende evidente la presenza di elementi narrativi molto più antichi del tempo in cui i testi che li inglobano hanno assunto la loro forma attuale. E spesso si tratta di particolari in contrasto con le leggi vigenti allora, o di comportamenti desueti che avrebbero potuto creare disagio ai lettori se non fossero già appartenuti ad una lunga tradizione orale che li aveva, in qualche modo, resi innocui.
Chi inventa di sana pianta una storia, pur con le migliori intenzioni di questo mondo, non crea difficoltà nei lettori ma cerca di evitare ogni elemento fuorviante dal raggiungimento dello scopo che si propone. Non è questa la situazione letteraria dei racconti sui Patriarchi, né su quelli riguardanti Mosè, né su quelli della conquista, né sul periodo dei Giudici, tanto meno sulla storia di Davide e di Salomone. Questi racconti sono pieni di contraddizioni, di ripetizioni, di presentazioni negative dei protagonisti affiancate ad esaltazioni elogiative degli stessi personaggi.
Strano modo di inventare storie a sostegno della propria ideologia, fornendo agli avversari che si vorrebbero combattere argomenti formidabili contro le proprie tesi! Che si siano raccolte tradizioni antiche per rinsaldare l’unità nazionale e spiegarne le origini non significa che tutto ciò sia nato dal nulla. Il materiale raccolto esiste, e sono i libri della Bibbia. La spiegazione che Liverani suppone per la loro origine ci sembra poco probabile e inaccettabile.
Segnalo, a conclusione, una lunga recensione molto severa (quasi una stroncatura) pubblicata su una rivista scientifica specializzata in studi storico-filologici sull’ebraismo, pubblicata dall’Università di Torino, a firma di A. Rofé di Gerusalemme, che evidenzia molti punti deboli del libro di Liverani insieme a diverse inesattezze.
Con questo non si vuol dire che i racconti biblici vadano presi come verità storica assoluta e nemmeno che le tradizioni, solo perché antiche, siano certamente vere. Ho voluto solo richiamare ad un senso critico serio che prescinda, per quanto possibile, da impostazioni ideologiche che, ahimè, hanno condizionato pesantemente il nostro testo per confessione esplicita dell’autore. Proprio nell’ultima pagina del volume, egli afferma: “Questo libro è stato scritto nel 2001-02, da un autore nato nel 1939 e la cui metodologia storica si è formata negli anni 1965-75. Sarebbe diverso se queste date slittassero indietro o in avanti di cinque o dieci anni”.
Chi ricorda che cosa significano le date indicate può avere un riferimento preciso per inquadrare l’ideologia soggiacente al libro di Liverani. Il ’68 è finito da un pezzo, ma le sue conseguenze perdurano ancora e producono frutti che oggi definiremmo ogm (organismi geneticamente modificati).
Giovanni Boggio


sabato 29 marzo 2014

BISOGNA CAPIRE LA BIBBIA

LA BIBBIA VA CAPITA
PRIMA DI ESSERE GIUDICATA

C’è un versetto della Bibbia che scandalizza sempre i lettori e che viene citato per “dimostrare” la crudeltà di Dio. Anche recentemente l’ho visto inserito nelle risposte date ad un questionario sull’immagine di Dio che si fanno gli americani. Indagini di questo genere hanno certamente un valore relativo. Poche migliaia di persone su una popolazione di centinaia di milioni possono fornire un quadro della situazione del tutto inadeguato.
Ma nel nostro caso, il versetto “scandaloso” ha dei riscontri numerosissimi e in contesti differenti che lo rendono emblematico di un certo modo di leggere la Bibbia senza capire che cosa dice realmente. Il versetto in questione si trova in un punto centrale della fede espressa nella Bibbia, e cioè nel contesto dell’alleanza stipulata da Mosè con Dio sul monte Sinai. È la presentazione del Dio che richiede al popolo l’osservanza dei dieci comandamenti e il tono del testo è adeguato alla solennità del momento.
La definizione delle qualità di Dio consta di due parti che si oppongono per il contenuto. In Esodo 20,5 si trova la proibizione dell’idolatria – fondamento della fede di Israele – motivata dal fatto che Dio “è geloso” (cioè non può rinunciare alla sua natura) e “punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che lo odiano…”. Ma la frase continua presentando l’altra qualità di Dio: “… ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che lo amano e osservano i suoi comandi” (Esodo 20,6).
Il significato dell’intera affermazione è dunque evidente: la severità di Dio nel punire sta a tre o quattro come la sua bontà nel premiare sta a mille. In altre parole, Dio è mille volte più buono e  misericordioso di quanto sia esigente e severo verso gli uomini. Letta nella sua completezza, l’affermazione dice esattamente l’opposto di come viene interpretata comunemente, fino a diventare un insegnamento estremamente positivo su come la Bibbia ci presenta l’immagine di Dio.
Il contesto del racconto dell’alleanza sinaitica è grandioso e mette in risalto la potenza di Dio che è presentato con particolari terrificanti, tanto che il popolo ne è atterrito. Il v. 5 assume perciò nell’insieme della narrazione il valore di un incoraggiamento a fidarsi della bontà e della generosità di Dio che, se è esigente nel richiedere l’osservanza dei comandamenti, è molto più generoso nel premiare chi gli è fedele. Ci troviamo dunque di fronte ad un caso eclatante in cui si fa dire al testo biblico il contrario di quanto afferma.

giovedì 19 maggio 2011

La solidarietà nella Bibbia

Gli ultimi attentati terroristici forse hanno fatto sorgere qualche domanda inquietante: perché tante vittime innocenti? Che c’entrano gli uccisi di Madrid con il governo spagnolo? Tanto meno, che c’entrano con gli Stati Uniti e con il loro presidente? E le vittime della guerra in Iraq erano tutte schierate dalla parte del dittatore imprigionato?

Il coinvolgimento di tante persone senza responsabilità nelle decisioni che si vogliono combattere con gli attentati o con le guerre, ha sempre creato problemi seri che riguardano la libertà umana, la responsabilità individuale e, in ultima analisi, la giustizia di Dio. Perché Dio permette che migliaia di innocenti soffrano per decisioni prese da altri? Perché molti muoiono senza alcun motivo che si possa addebitare a loro? Ha senso tutto ciò?

Il vangelo presenta la stessa domanda, anche se riferita a situazioni diverse, rivolta a Gesù per un massacro di Ebrei compiuto dai Romani: perché erano stati uccisi proprio quelli e non altri che forse erano gli ispiratori della sommossa? Gesù risponde con un’altra domanda, (metodo tipicamente ebraico di rispondere!) citando un fatto di cronaca: il crollo di una torre fatiscente che aveva causato diciotto morti (Lc 13,4).

Gesù esclude una responsabilità diretta delle vittime, ma riconosce il principio di solidarietà che percorre tutta la Bibbia. La vita stessa lo applica su larga scala in ogni sua manifestazione e la storia particolare del popolo ebraico ne era una dimostrazione continua.

L’esperienza delle carovane
La tradizione collegava l’origine del popolo di Dio all’esperienza nomade di Abramo e dei suoi discendenti, rinnovata durante gli anni trascorsi nel deserto dopo la liberazione dall’Egitto. Il ricordo del deserto è sempre stato presente nella cultura ebraica e l’ha condizionata in modo notevole. Ebbene, l’esperienza della carovana esalta la solidarietà tra tutti i suoi componenti. La sorte dei singoli è legata alle scelte compiute dal capo carovana, dalla sua esperienza e conoscenza delle piste, dalle sue capacità di guida. Il destino dei singoli non dipende dalle capacità personali ma dall’appartenenza a “quel gruppo” piuttosto che ad un altro. Adulti, vecchi o bambini sono tutti coinvolti nella stessa avventura che può avere un lieto fine anche senza meriti personali o un esito drammatico senza una colpa attribuibile al singolo.

La stessa cosa capitava nella vita quotidiana all’interno delle tribù o delle stesse famiglie. In caso di guerra, anche quelli che per qualsiasi motivo erano rimasti negli accampamenti si dividevano il bottino tolto ai nemici da chi aveva combattuto, oppure venivano depredati e fatti prigionieri se i combattenti della propria tribù erano stati sconfitti. Non contava la partecipazione diretta né alla vittoria né alla sconfitta. L’elemento determinante era un altro: l’appartenenza al gruppo.

Anche la vita delle famiglie era retta dallo stesso principio. Il capo famiglia decideva con le sue scelte il destino di tutti i membri del suo gruppo. Una scelta intelligente o fortunata portava un vantaggio per tutti, una scelta sciagurata gettava tutti nella miseria.

Dalla vita fisica a quella religiosa
Il principio di solidarietà nel bene e nel male è passato inevitabilmente anche al rapporto tra il popolo e Dio. La sorte del singolo individuo si confondeva con quella del popolo di appartenenza. L’alleanza stipulata da Mosè sul monte Sinai e codificata nei Dieci Comandamenti coinvolgeva il popolo nel suo insieme. Certamente l’osservanza dei Comandamenti era un fatto individuale, ma veniva valutata globalmente. La fedeltà o meno agli impegni dell’alleanza aveva una valenza collettiva che prevaleva su quella individuale.

Ad un certo punto della storia di Israele questo principio incominciò a creare seri problemi a proposito della giustizia di Dio che non sembrava tenere presente la diversità di comportamento degli uomini, trattando giusti e malvagi nello stesso modo. Alcuni avevano inventato un modo di dire per esprimere la ribellione a quel principio: “I nostri padri hanno mangiato l’uva acerba e noi, che siamo i loro figli, abbiamo i denti allegati” (Ger 31,29), cioè i responsabili della situazione drammatica in cui ci troviamo sono altri, e noi, che siamo innocenti, ne portiamo le conseguenze.

Il profeta Ezechiele cerca di rispondere a questa difficoltà, tanto simile alle nostre, distinguendo tra una responsabilità di fronte a Dio e una “responsabilità” di fronte alla storia. Della prima ognuno risponderà direttamente a Dio senza che il suo giudizio venga condizionato dal comportamento degli altri. La seconda, invece, sembra dire che dipende dalla stessa condizione umana: è un dato di fatto in cui giocano troppi fattori umani di cui non si può attribuire la causa a Dio.

Per concludere, notiamo che questo principio è alla base delle affermazioni a proposito del nostro rapporto con il peccato del primo uomo: la scelta sbagliata del rappresentante dell’umanità ha condizionato pesantemente le condizioni di vita dei suoi discendenti. Ma ricordiamo che Paolo applica lo stesso principio alla solidarietà che, attraverso il battesimo, ci lega a Cristo per ottenere la salvezza. Siamo peccatori perché siamo discendenti da Adamo, siamo salvati perché formiamo un corpo solo con Cristo nel battesimo.

In questo modo abbiamo spiegato il rapporto con Dio. Quello con le realtà umane rimane ancora con la risposta data da Ezechiele e ripetuta da Gesù: le tragedie che colpiscono gli innocenti dipendono (almeno in gran parte) dalle scelte sbagliate degli uomini. Bisogna correggere queste e non pretendere che Dio intervenga continuamente a raddrizzare le nostre linee storte.

Giovanni Boggio (Biblista)




Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi (Esodo 20, 5-6)

Davide, vedendo l'angelo che colpiva il popolo, disse al Signore: «Io ho peccato; io ho agito da iniquo; ma queste pecore che hanno fatto? La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!» (2Samuele cap. 24,17).

Colui che ha peccato e non altri deve morire; il figlio non sconta l’iniquità del padre, né il padre l’iniquità del figlio. Al giusto sarà accreditata la sua giustizia e al malvagio la sua malvagità (Ezechiele 18,20).

Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio (Giovanni 9,1-3)


La Bibbia e la Storia: Nuovo Testamento

Per collocare nella giusta cornice gli avvenimenti raccontati nella Bibbia non basta riferirsi solo alla storia. Spesso anche la geografia fisica e antropica può aiutare a comprendere meglio certe situazioni umane del passato nelle quali i protagonisti hanno saputo scorgere gli interventi di Dio nella loro storia.

Noi siamo soliti indicare la terra abitata dal popolo ebraico con il nome di Palestina. La Bibbia invece la chiama con altri nomi, come “il paese di Canaan” quando si riferisce alla regione abitata dalle diverse popolazioni precedenti e contemporanee all’arrivo degli Ebrei, oppure “Terra promessa” quando si vuole sottolineare l’aspetto religioso che viene maggiormente evidenziato con l’indicazione di “Terra santa”.

Il nome di Palestina non viene dato nella Bibbia se non a quella parte della regione, indicata come “il paese dei Filistei” (in ebraico: Pelishtim) e che comprendeva la fascia costiera del Mediterraneo. I Filistei sono ben noti nei racconti biblici che si riferiscono al tempo di Samuele e di Davide. Erano una popolazione che aveva occupato quelle terre provenendo dalle isole dell’Egeo. Infatti erano indicati anche come “popoli del mare” e si erano insediati lungo la costa pianeggiante.

Anche se nei racconti biblici i Filistei sono ricordati moltissime volte, fino dall’epoca dei Patriarchi, tuttavia la loro invasione deve essere avvenuta verso il 1200 a.C. e i riferimenti alla loro presenza in epoca precedente devono quindi essere considerati degli anacronismi. Come abbiamo ricordato nella puntata precedente, in quel periodo la regione di Canaan subì una duplice invasione, dal mare (i Filistei) e dalla parte del Giordano (gli Ebrei).

Verso il 450 a.C. lo storico greco Erodoto indicava la regione costiera del Mediterraneo come la terra abitata dai “Palestini”. Il nome ricalca il modo con cui la Bibbia chiama i Filistei, che evidentemente non erano scomparsi dalla scena del Vicino Oriente, anche se, come le altre popolazioni locali, dipendevano politicamente dai vari dominatori che si erano impadroniti successivamente di quella regione.

Quando nel 63 a.C. Pompeo, dopo aver conquistato la Siria occupò anche la Fenicia, la valle del Giordano, la zona montagnosa della Samaria e della Giudea, diede a tutta la regione il nome che prima ne indicava solo una parte e la chiamò “Palestina”. La nuova denominazione ebbe fortuna e divenne tipica per quella provincia dell’Impero romano, governata con una specie di “Statuto speciale”.

Infatti il vero governo era esercitato dai romani che però lasciavano una parvenza di sovranità agli Ebrei attraverso il riconoscimento di un re di facciata, una specie di “re travicello”. Erano tali i re Erode di cui parlano i Vangeli.

La nascita e la vita di Gesù (4/6 a.C. – 30 d.C.)
Non possiamo affrontare nei particolari il problema dell’anno preciso in cui si può collocare la nascita di Gesù. Sappiamo che ci fu un errore di calcolo degli anni da parte di un monaco, Dionigi, quando si trattò di stabilire un calendario comune. Ma in questa sintesi storico-geografica ci interessa delineare l’ambiente generale senza scendere ai dettagli.

L’insofferenza degli Ebrei verso la dominazione romana, può spiegare molti particolari della vita di Gesù e soprattutto della sua morte. L’attesa di un liberatore dal giogo di Roma può aver creato illusioni su chi si era dimostrato capace di radunare le folle e che invece si era poi rifiutato di assumere un ruolo di leader politico rimanendo in ambito strettamente religioso.

Gli inizi della Chiesa (30 – 67 d.C.)
Tutto si svolge in un periodo molto limitato di anni. A differenza dell’Antico Testamento, le vicende a cui fanno riferimento i libri che costituiscono la Bibbia cristiana si esauriscono in pochi decenni e sono incentrate sulla persona di Gesù e sulle conseguenze della sua morte e risurrezione.

Gli Atti degli Apostoli raccontano alcune vicende legate all’espansione della Chiesa che da Gerusalemme sposta il suo centro a Roma grazie alla predicazione di Pietro e di Paolo. Interessanti in questo periodo i racconti di tre viaggi compiuti da Paolo per predicare la nuova fede. La tradizione antica ricorda la morte di Pietro e Paolo a Roma nel 67.
In questi anni Paolo tiene i contatti con alcune comunità cristiane attraverso delle lettere, di carattere diverso, nelle quali espone gli insegnamenti di Gesù, corregge interpretazioni sbagliate, esorta a vivere con coerenza nella fede in Gesù. Anche altri scritti, attribuiti all’uno o all’altro apostolo, offrono riflessioni e commenti sulla vita dei primi cristiani e sui problemi che devono affrontare. Verso la fine del primo secolo della nostra era, la Chiesa cristiana ha raggiunto una sua organizzazione abbastanza solida e non aggiunge più nulla ai testi fondamentali della fede racchiusi nel Nuovo Testamento.

La distruzione di Gerusalemme (70 d.C.)
Un fatto importantissimo per il popolo ebraico e anche per la Chiesa cristiana è la distruzione di Gerusalemme e il massacro di centinaia di migliaia di Ebrei da parte dell’esercito romano dell’imperatore Tito. Da quel momento inizia la “diaspora” cioè la dispersione degli Ebrei in regioni diverse dalla loro patria. Ciò non significa che tutti gli Ebrei furono cacciati dalla Palestina. Molti vi rimasero per tutti i secoli seguenti, ma sempre in condizione di dipendenza politica ed economica da governi stranieri. Fino al 1948 con le drammatiche vicende che sono seguite.

Giovanni Boggio (Biblista)




TESTIMONIANZE

«Solo da questa parte infatti si offrono vie d’accesso all’Egitto, poiché dalla Fenicia fino ai confini della città di Caditi il territorio appartiene  ai Siri detti Palestini» (Erodoto, Le storie, 3,5; traduzione di Augusta Izzo D’Accinni, Erodoto e Tucidide, Sansoni, Firenze 1967, p. 132).

«[1]Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, [2]come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, [3]così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, [4]perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
[5]Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria…» (Luca 1,1-5).
«[1]In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. [2]Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio» (Luca 2,1-2).



La Bibbia e la Storia

Abbiamo già visto, negli interventi precedenti, come la Bibbia contenga molti racconti di avvenimenti legati alla storia, anche se il modo di narrare questi fatti è molto diverso da quello che usiamo noi. La differenza più notevole può essere indicata nel fatto che noi ci preoccupiamo di collegare gli eventi tra di loro con rapporti di causa ed effetto dovuti all’iniziativa degli uomini (e ci fermiamo lì), mentre invece gli autori della Bibbia vogliono far capire che la storia umana è guidata dal loro Dio dal quale dipende totalmente.

Questa prospettiva diversa condiziona in modo evidente il giudizio sugli avvenimenti e il modo di riferirli. Ma dalla diversità della forma narrativa non si può ricavare nulla sulla aderenza o meno dei fatti raccontati con la realtà storica. Comunque è evidente che gli autori della Bibbia avevano un’idea abbastanza precisa sulla successione degli avvenimenti che riguardavano il loro popolo e il rapporto con gli altri. Che poi si mettessero al centro della storia e facessero ruotare tutti gli altri attorno a sé è abbastanza normale. Lo facevano tutti gli scrittori antichi, a qualsiasi popolo appartenessero. Poco importa che nella storia raccontata dalle cronache egiziane, assire, babilonesi o persiane al popolo di Israele siano riservati solo degli accenni occasionali e marginali. Sarebbe strano che non fosse così.

Nella realtà Israele era un piccolo popolo e non una grande potenza, abitava un territorio molto limitato e piuttosto difficile da coltivare (anche la “terra dove scorre latte e miele” va intesa in prospettiva religiosa, non geografica!), considerato importante (dal punto di vista puramente umano) solo per la sua posizione geografica poiché costituiva l’unico corridoio di passaggio per le carovane e gli eserciti che dall’Egitto andavano in Mesopotamia e viceversa.

Tuttavia la Bibbia narra una sua storia che si inserisce in quella degli altri popoli con i quali ha avuto molteplici contatti di alleanze o di ostilità. Per noi è utile conoscere almeno nelle grandi linee come si è sviluppata questa serie di vicende umane nelle quali la nostra fede ci dice che si è manifestato un intervento straordinario di Dio che coinvolge anche noi.

Le origini del popolo ebraico: i Patriarchi (1850-1700 a.C.)
Sono chiamati “Patriarchi” Abramo, Isacco e Giacobbe (soprannominato Israele). Le vicende delle loro famiglie sono comunemente ambientate tra la Mesopotamia e l’Egitto in un periodo che va dal 1850 a.C. fino al 1700 a.C. Siamo lontanissimi dalle origini del mondo e dell’umanità narrate nel libro della Genesi. Questa semplice considerazione ci aiuta a capire meglio le descrizioni sulla creazione del mondo, nelle quali gli uomini parlano già “ebraico”, lingua piuttosto recente nella storia dell’umanità!

Permanenza in Egitto e fuga (Esodo: 1200 a.C.)
La Bibbia non ci dice nulla su un periodo molto lungo durante il quale gli Ebrei vivono in Egitto. Presenta solo gli avvenimenti degli ultimi decenni della loro permanenza, caratterizzata da lavori forzati imposti da un faraone. Mosè si mette alla guida degli Ebrei e li accompagna verso la regione di Canaan, la “Terra promessa” da Dio ad Abramo ed abitata da molte popolazioni di etnìe diverse.

Occupazione della terra promessa (1200-1050 a.C.)
Sotto la guida di Giosuè gli Ebrei, che provengono da Est, incominciano a stabilirsi, divisi per tribù, tra le popolazioni locali. A volte sono accolti bene, spesso sono respinti e devono combattere con sorti alterne. È il periodo cosiddetto dei Giudici, capi militari e amministrativi per periodi limitati. Nello stesso periodo si verifica un’invasione da Ovest: sono i Popoli del mare che provengono dalle isole egee e che conosciamo con il nome di Filistei. Questi occupano la zona costiera (combattendo per conquistare il territorio), mentre gli Ebrei si stabiliscono sulla zona montagnosa.

Periodo della monarchia (1050-586 a.C.)
Per contrastare il predominio dei Filistei, gli Ebrei (che vivevano ancora divisi in tribù autonome) scelgono un governo monarchico unitario. Primo re è Saul. Gli succede Davide e quindi suo figlio Salomone. Alla morte di questo il regno si divide. Al nord si chiama Regno di Israele e al sud Regno di Giuda. I due regni hanno vita indipendente e a volte si combattono tra di loro. Nel 722 il Regno di Israele è conquistato dagli Assiri e diventa una provincia del grande impero. Sopravvive il Regno di Giuda che ha sempre come capitale Gerusalemme e dove i re appartengono (per via diretta o indiretta) alla dinastia iniziata da Davide. Intanto sulla scena internazionale all’Assiria è subentrato l’impero Neo-Babilonese il cui imperatore Nabucodonosor conquista Gerusalemme una prima volta nel 597 e poi nel 586 quando la distrugge completamente. Altri Ebrei vengono deportati a Babilonia. Inizia nel 597 il grande esilio babilonese, che avrà termine con l’Editto di Ciro nel 539 a.C.

Esilio a Babilonia (597-539 a.C.)
L’esilio poteva causare la fine del popolo ebraico. Ciò non avvenne per una serie di cause imprevedibili che hanno permesso agli Ebrei di interpretarle come un intervento prodigioso del Dio nazionale a favore del suo popolo. L’esilio diventa così un periodo fecondo di riflessione nel quale gli Ebrei riscoprono la fede più genuina e si confermano nel monoteismo assoluto. Artefici di queste riflessioni sono due profeti vissuti in esilio: Ezechiele e un profeta anonimo i cui interventi fanno parte del libro di Isaia.

Ritorno dall’esilio e ricostruzione (539-400 a.C.)
Ritornati dall’esilio gli Ebrei devono affrontare la difficile ricostruzione. Non si trattava solo dei muri ma soprattutto della convivenza con le popolazioni che avevano occupato il territorio abbandonato dagli esuli e della ricostituzione della vita religiosa, sociale e politica. Le regioni della Giudea e della Samaria (ex regno di Israele) erano diventate una provincia dell’impero persiano. Da questo momento gli Ebrei non avrebbero più goduto l’indipendenza politica, ma sarebbero passati dall’impero persiano a quello macedone sotto Alessandro Magno, a quello dei diversi re succeduti ad Alessandro e infine al dominio di Roma.

Dal punto di vista religioso questi decenni furono molto fecondi. Le fede ritrovata e rinforzata dagli avvenimenti storici venne garantita attraverso la raccolta di tutte le tradizioni antiche, orali o scritte. Si venne costituendo un insieme di libri che avevano il compito di affidare alle generazioni future un patrimonio religioso sicuro, garantito dalla scrittura ad opera di ricercatori specialisti. Nacque così il nucleo centrale della raccolta di scritti che è giunta a noi con il nome di Bibbia e che comprende quello che noi oggi chiamiamo Antico Testamento.

Ultimi secoli prima di Gesù (400-4a.C.)
I secoli successivi sono molto complessi dal punto di vista storico. Merita un ricordo il periodo in cui la Palestina fu governata da Antioco IV, per la persecuzione scatenata dal re contro gli Ebrei che non volevano rinunciare alla propria fede (167 a.C.). È il periodo della rivolta armata da parte dei Maccabei e che diede origine alla dinastia degli Asmonei. Quando nacque Gesù la Palestina era una provincia dell’impero romano. Gli avvenimenti successivi si fondono con le vicende del cristianesimo e della Chiesa primitiva.

Giovanni Boggio (Biblista)