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Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

lunedì 2 marzo 2015

… MA GIONA NON È COSÌ


La Bibbia tradita dalla Liturgia?

… MA GIONA NON È COSÌ

La pagina dell’Antico Testamento proposta come prima lettura nella messa del mercoledì della prima settimana di Quaresima è tratta dal libro di Giona 3,1-10. Leggendo il racconto delimitato da questi versetti si rimane ammirati della prontezza dimostrata dal profeta nell’ubbidire al comando di Dio, della sua fedeltà nell’annunciare il messaggio che gli era stato affidato e della risposta immediata di tutti gli abitanti di Ninive all’invito alla conversione. Soprattutto è consolante e rassicurante l’affermazione del perdono concesso da Dio a quelli che nella cultura dell’epoca erano considerati il popolo più violento e crudele, gli Assiri che avevano come capitale del loro impero la grande città di Ninive.


I fedeli che hanno sentito leggere questo racconto e ne hanno compreso il messaggio certamente ne hanno ricavato un’impressione positiva sia nei confronti del profeta sia riguardo ai niniviti con la loro conversione tanto esemplare da essere portata come esempio da Gesù stesso, come si leggeva nella pagina evangelica letta subito dopo.

Il testo proposto dalla Liturgia è preso dal capitolo terzo del libro di Giona. Ma che cosa è raccontato prima e come continua il racconto?

Nel capitolo primo al versetto 2 leggiamo che il Signore ordina al profeta di andare a Ninive. Il profeta non dice nemmeno una parola, ma semplicemente si imbarca su una nave in partenza per una località che si  trova al confine occidentale del mondo conosciuto, invece di incamminarsi verso oriente dove appunto si trovava la capitale dell’Assiria. Nel v. 3, come se non bastasse, si legge per due volte la motivazione della scelta compiuta da Giona: voleva andare «lontano dal Signore».  Segue il racconto della tempesta, l’incredibile avventura con il mostro marino e il salvataggio insperato (capitolo 2).

Nella logica del racconto questa prima parte prepara la seconda che inizia appunto con il brano del capitolo 3 che abbiamo letto. È evidente l’intenzione dell’autore di presentare la brutta avventura vissuta dal protagonista come una lezione esemplare datagli da Dio che ripete l’ordine di andare a Ninive. Solo a questo punto il profeta ubbidisce senza fiatare.

Le prime parole che gli sono attribuite in questa seconda missione sono significative perché corrispondono alle aspettative del profeta: «Ninive sarà distrutta», ma ottengono un risultato opposto a quello che lui si aspettava: «Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece».

Che il profeta desiderasse la distruzione di Ninive non è stato detto apertamente finora dal racconto che però è costruito in modo tale da insinuarlo nel lettore. Nel c. 4 il nostro profeta diventa all’improvviso loquace e riversa contro Dio tutta la bile che aveva accumulato nel suo mutismo precedente. Non possiamo ora analizzare lo scambio di battute che rivela da una parte la bontà e la misericordia di Dio e dall’altra la grettezza astiosa e l’odio verso i nemici che continuavano ad animare il comportamento del profeta. È sufficiente ricordare il desiderio ripetuto tre volte: «Or dunque, Signore, toglimi la vita perché meglio è per me morire che vivere!» (4,3.8.9) per capire chi è il protagonista umano descritto magistralmente da un autore che vuole esaltare la misericordia di Dio.

Per ora mi basta aver evidenziato che il racconto biblico ci presenta un personaggio che ha sentimenti e comportamenti molto diversi da quelli che appaiono dalla lettura di alcuni versetti isolati dal contesto. Penso che sia evidente il fatto che usando fedelmente le parole della Bibbia si possa far dire alla Bibbia l’opposto di quello che effettivamente essa insegna.

A giustificazione della scelta operata dalla Liturgia, va detto che il messaggio centrale, “Dio è misericordioso” risulta anche dai pochi versetti proposti nella lettura, ma la forza dirompente del racconto biblico viene annacquata. La bontà di Dio verso i peccatori acquista un rilievo particolare dal contrasto con i sentimenti che animano il profeta.

Senza contare che isolando pochi versetti non si capisce nemmeno la motivazione che ha spinto un autore ebreo ad attribuire a un altro ebreo qualificato, comportamenti così odiosi fino a fargli raggiungere la bestemmia. Il dramma di un popolo lacerato da divisioni interne a motivo della sua fede, svanisce e lascia il posto ad una vicenda percepita come improbabile con il rischio di alimentare dubbi sulla veridicità delle pagine bibliche.

 Invece la situazione storica che ha dato origine a questo libretto straordinario della nostra Bibbia è rappresentata con realismo estremo e con una forza espressiva che si trova raramente in altri testi letterari, non solo della Bibbia.

Ma bisogna leggerlo per quello che è, liberandoci dai pregiudizi culturali che abbiamo ereditato da letture radicate nei secoli precedenti. Solo se riusciamo a capire perché sono state scritte certe pagine saremo in grado di comprenderne il significato e di coglierne il messaggio che continua ad essere valido anche ai giorni nostri.

giovedì 26 febbraio 2015

TEMPERANZA E LAVORO


TEMPERANZA E LAVORO

COME LIBERTÀ PER DIO

 

Premessa

                Questa riflessione è stata pensata come un tutt’uno con la visione di alcune scene di intemperanza in diverse situazioni di vita. Suggerisco di preparare un montaggio piuttosto rapido di immagini tratte da filmati differenti per comunicare l’impressione di una crescita incalzante della violenza che non risparmia nemmeno i luoghi che dovrebbero essere sede di confronto civile tra idee diverse (parlamento), o destinati al divertimento (TV, spettacolo), o alle esigenze normali delle persone (strada…). La presentazione non dovrebbe superare i tre minuti e dovrebbe comprendere possibilmente scene di attualità riguardanti episodi conosciuti dal pubblico presente.



Suggerisco alcuni link ad episodi di intemperanza. La rete offre un’ampia possibilità di scelta.
 
       Apriamo il vocabolario
Abbiamo dedicato tre minuti a vedere alcuni filmati che presentano episodi di intolleranza in diverse occasioni della vita. Avremmo potuto continuare con scene analoghe che si possono facilmente visualizzare su internet cercando altri sinonimi come risse, bullismo, sballo, ubriachezza, droga, violenza, prepotenza, sopruso… tutti termini apparentati, discendenti diretti della madre comune che, con linguaggio da intellettuali chiamiamo: INTEMPERANZA.
Questa a sua volta è la sorellastra cattiva di quella che viene chiamata TEMPERANZA. In realtà possiamo immaginarle come le due facce della stessa medaglia, una con la carica negativa e l’altra con carica positiva. Si tratta di un’energia enorme concentrata nell’animo umano, che può ottenere risultati devastanti o, al contrario essere fonte di attività creative volte al bene e al progresso.
Noi cristiani siamo collegati con le radici che affondano nella Bibbia e da questa attingiamo una enorme fiducia nel valore delle parole. Ecco perché cerchiamo nei vocabolari e dizionari il senso esatto dei termini che usiamo, consapevoli di maneggiare degli strumenti molto delicati da cui dipende la comprensione, e quindi l’accettazione o il rifiuto, del messaggio che vogliamo trasmettere. Naturalmente io mi muovo nel contesto della lingua italiana che offre il vantaggio di derivare direttamente dalla lingua latina dalla quale abbiamo ereditato, tra tante altre, anche la parola sulla quale riflettiamo: TEMPERANZA che anche nel suono riproduce l’originale temperantia.
La parola deriva dal verbo latino temperare, che significa “mescolare in giuste proporzioni”. È evidente che questa operazione presuppone la presenza di elementi differenti tra di loro, cioè una varietà di componenti. Temperare dunque significa trovare un giusto dosaggio tra gli ingredienti richiesti dalla ricetta che permetterà di ottenere un cibo ricco di sapori, gradito al gusto e invitante. Come si vede, l’etimologia del verbo non esige di per sé l’esclusione di qualche elemento, se non di quelli dichiaratamente nocivi, velenosi o anche solo disgustosi. Non si tratta di eliminare ma di armonizzare tra di loro realtà anche contrastanti per ottenere qualcosa di nuovo nel quale l’inventiva, la fantasia e l’originalità hanno un peso determinante.
Il sostantivo derivante, temperantia, indica dunque la capacità di “regolare con saggezza ed equilibrio il soddisfacimento dei bisogni e appetiti naturali” come definisce la nostra Enciclopedia Treccani. Che questa capacità non sia patrimonio comune ma che appartenga a pochi e che sia frutto di ricerca e di impegno costante ha indotto a considerarla una “virtù morale” che contraddistingue l’uomo saggio, consapevole delle proprie forze e debolezze, delle aspirazioni e delusioni, alla ricerca della felicità e che non si dichiara vinto se non la raggiunge pienamente.
Non si tratta dunque dell’atarassia stoica che cercava la felicità nella pace dell’anima vista come assenza di reazioni sentimentali fino a diventare apatia. La temperanza invece presuppone un’attività intensa della persona che cerca di costruire nuovi equilibri tra dinamiche contrastanti mettendo in gioco la propria libertà, consapevole dei rischi che comporta l’attenzione continua e il dominio delle proprie azioni.
La poca attenzione al vero significato delle parole ha giocato un brutto scherzo ai nostri antenati. Il dominio delle passioni e degli istinti naturali è diventato spesso, nell’interpretazione comune, l’aspetto prevalente della temperanza fino ad identificarsi con essa. Inoltre il “dominio degli appetiti naturali” è stato inteso come repressione totale di tutto ciò che proveniva dalla natura umana, soprattutto se legato alla materia, alla “carne”.
Ma il verbo dominare non significa eliminare o distruggere. Deriva dal latino “dominus” cioè padrone ed indica il comportamento di chi esercita il potere su persone o luoghi reali o in senso figurato. È ovvio che il padrone (normalmente!) ha interesse a conservare e migliorare i propri beni, non a distruggerli. Anzi, l’espressione “dominare una macchina, un attrezzo, una lingua” significa sfruttarla al meglio delle sue possibilità ricavandone il maggior vantaggio possibile. Tutto l’opposto del senso negativo dato spesso al “dominio” quando lo si riferisce alle passioni che dovrebbero essere eliminate completamente dalla vita dell’uomo, almeno secondo certe interpretazioni ascetiche di origini extra bibliche. Ma la temperanza secondo l’insegnamento della Bibbia non è odio del corpo o disprezzo dei sentimenti.

Che cosa dice il Catechismo
Il Catechismo della Chiesa Cattolica assume nel proprio insegnamento la virtù morale della temperanza inserendola al quarto posto tra le “virtù cardinali” nel senso che sono viste come i cardini attorno ai quali si muove tutta la vita dell’uomo (nn. 1803-1809). La prima è la prudenza, seguita dalla giustizia, dalla fortezza e dalla temperanza. Queste virtù sono elencate già nel libro della Sapienza: «Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza » (Sap 8,7).
Nella presentazione delle singole virtù il Catechismo mette in evidenza una caratteristica comune, che si potrebbe definire aspetto dinamico. In questa prospettiva si evita il pericolo di intenderle come rinuncia a qualcosa di negativo, prospettando invece l’impegno che richiedono per costruire una personalità autonoma e responsabile, condizione assoluta per essere felici.
Mi pare importante, anche perché è il tema che mi è stato proposto,  sottolineare quanto è detto a proposito della giustizia: «è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto» (n. 1807). Troviamo qui la convinzione che la fede in Dio ha un fondamento nella razionalità, è un atto dovuto per giustizia. Vedremo più avanti che anche il rapporto con Dio deve essere guidato dalla temperanza, principio che si fa derivare proprio dalla stessa natura di Dio, quindi è un atto razionale. Come si vede, siamo ben lontani dal fideismo ingenuo come anche dalla negazione di tutto ciò che non è analizzato dai nostri strumenti scientifici.
La temperanza è descritta al n. 1809: «modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell'onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio istinto e la propria forza assecondando i desideri del proprio cuore».

Che cosa dice la Bibbia nell’Antico Testamento
A sostegno di questa affermazione (tra l’altro molto “temperata”, cioè equilibrata) viene citato il testo del Siracide: «Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri» (Sir 18,30). Se continuiamo a leggere i versetti che seguono saremo sorpresi del realismo che li anima. Il desiderio incontrollato spinge a gesti irrazionali che si ritorcono contro chi li compie. Merita di essere letto il v. 18,33 per la sua attualità nella vita politica di oggi che minaccia la stessa sopravvivenza di intere nazioni indebitate fino a dover dichiarare la propria insolvibilità: «Non impoverire scialacquando con denaro preso a prestito, quando non hai nulla nella borsa».
Non sono un economista, ma penso che non ci sia bisogno di essere tecnici di politiche economiche per capire il valore di un’osservazione che rasenta la banalità tanto è evidente. Non occorre fare molti calcoli per la spending revue per rendersi conto della stupidità di chi per non rinunciare alla soddisfazione di un momento si carica di debiti che lo renderanno schiavo dei creditori per tutta la vita. Anche in questo caso la temperanza non richiede la rinuncia al denaro o alla ricchezza, ma indica la necessità di pianificare le spese sulla base delle proprie possibilità finanziarie. Prevede anche la possibilità di un indebitamento rischioso, ma a patto di investire in attività produttive. Comunque si tratta sempre di una virtù dinamica che sappia organizzare le energie mediante programmi articolati che mirano allo sviluppo e al miglioramento delle condizioni di vita.
Anche il capitolo 19 continua sulla stessa linea con esempi concreti di intemperanza che porta al fallimento della vita in cambio di una felicità illusoria ed effimera. «Un operaio ubriacone non arricchirà… Vino e donne traviano anche i saggi…» (19,1-2). Le cronache di questi anni (non solo in Italia…) confermano impietose l’analisi del Siracide che prosegue nella sua denuncia descrivendo i comportamenti derivanti dalla presenza o dall’assenza delle altre virtù che formano la base della temperanza: prudenza (v. 19), giustizia (vv. 13-17), fortezza (v. 26-27).
«Non riferire mai una diceria… non parlarne né all’amico né al nemico… non svelar nulla… Hai udito una parola? Muoia con te! Sta’ sicuro, non ti farà scoppiare» (19,7-10). La nostra anglofilia lessicale ha dato a questo comportamento denunciato dal Siracide il nome di “gossip” illudendosi così di nobilitare quello che sembrava un volgare “pettegolezzo”. Ma non è cambiata la realtà.
Così, chiamare “talk show” le risse che invadono tutte le ore della giornata televisiva non ha cambiato la natura di quanto il Siracide definisce “abominevole”: «Chi abbonda nel parlare si renderà abominevole; chi vuole assolutamente imporsi sarà odiato» (20,8). Sembra la descrizione fedele di quanto ci mostra la TV: tre o quattro individui che urlano contemporaneamente cercando di sopraffare gli altri aumentando il volume della propria voce, adeguando al tono prepotente la violenza delle parole fino ad arrivare all’insulto volgare. È gente che ha perso il controllo dei propri pensieri e delle azioni, è sotto l’effetto di una droga che non sarà la polverina bianca o lo spinello, ma che si chiamerà orgoglio, superbia, prepotenza, bullismo, ideologia, addirittura fede religiosa o altri termini fino ad esaurire la lista dei sinonimi. All’autore biblico sono bastate due righette per condannare senza sconti quelle che sono semplicemente intemperanze.
Cosa c’è di più moderno che seguire una dieta alimentare equilibrata, misurando i grammi e la qualità dei vari cibi, seguendo rigidamente le GDA e le tabelle stabilite dai dietologi? Il Siracide affronta anche questo argomento in modo deciso descrivendo, secondo il suo solito, il comportamento che porta alla bulimia. «Non essere ingordo per qualsiasi ghiottoneria, non ti gettare sulle vivande, perché l’abuso dei cibi causa malattie, l’ingordigia provoca coliche. Molti sono morti per ingordigia, chi si controlla vivrà a lungo» (37,29-31). Come si vede parla proprio della temperanza nell’alimentazione e non la fa consistere nel digiuno o nel rifiuto patologico del cibo fino all’anoressia. Il cibo è tra le cose “buone” che il Creatore ha dato all’uomo proclamando che corrisponde perfettamente al suo progetto sul mondo (Genesi 1,31). Proprio per questo possiamo legittimamente affermare al termine della lettura anche di questa pagina: “Parola di Dio” senza paura di profanare la sua santità.
Una temperanza malintesa (“rifiuto” al posto di “controllo”) può diventare esasperata fino al punto di trasformarsi  in fanatismo. In questo caso ci troviamo di fronte ad una degenerazione che non cambia natura anche se viene praticata da uomini e donne che consideriamo santi. Quando si supera il limite della ragione non c’è buona fede che tenga e che trasformi in virtù quella che oggettivamente è una patologia.


 Una religione temperata contro il fanatismo
Su questa linea si muove la riflessione di un altro grande saggio che ci ha lasciato un libro breve ma intenso dove ha concentrato le esperienze fatte nella sua ricerca della felicità. Si tratta del Qoèlet noto per la sua affermazione ripetuta riguardante l’inconsistenza della vita dell’uomo. Mi fermo solo su un particolare che può sembrare fuori posto in uno scritto che non nasconde l’intento religioso del suo autore. Sembra che tra quelle che definisce “vanità” metta anche il rapporto con Dio. Ma attenzione: non si mette in dubbio la necessità di riconoscere la dipendenza dell’uomo dal suo Creatore.
È proprio questo legame che unisce l’uomo a Dio che diventa un problema. Se Dio è quello che si dice, onnipotente, invisibile, inconoscibile come può l’uomo con tutti i suoi limiti azzardarsi a trattarlo con quella dimestichezza e confidenza che non ha nemmeno quando tratta con gli altri uomini? La grandezza di Dio impone all’uomo un atteggiamento prudente nell’individuare il giusto rapporto che deve stabilire con lui. La distanza che li separa è enorme eppure l’uomo dipende totalmente da questa entità misteriosa di cui non può fare a meno.
Qoèlet sente in modo drammatico il conflitto tra la ragione e il bisogno di un appoggio solido che gli garantisca una vita felice. L’insegnamento tradizionale aveva indicato in Dio il riferimento sicuro e aveva codificato i comportamenti dell’uomo per ottenere la protezione divina. Preghiere, riti suggestivi, offerte di sacrifici, promesse di dare a Dio qualcosa in cambio della sua benevolenza. Era stata fissata una specie di tabella che elencava le prestazioni date da Dio con il prezzo relativo. Il Qoèlet non è convinto che sia proprio questa la volontà di quel Dio che si vuole onorare imponendogli i nostri gusti senza poter sapere se le nostre preferenze siano anche le sue.
«Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò le tue parole siano parche» (Qoèlet 5,1b). È questa la motivazione oggettiva, razionale che dovrebbe impedire ogni fanatismo religioso che spinge l’imprudente a diventare più religioso di Dio stesso. Geremia esprime la stessa convinzione affermando che certe espressioni della fede di Israele non corrispondevano alla volontà di quel Dio che si voleva onorare (Geremia7,22) e che alcune forme di culto aberranti non erano mai nemmeno passate per la mente di Dio (7,31). Qoèlet non proibisce di andare al tempio ma esorta a non impegnarsi troppo con Dio recitando preghiere avventate e facendo promesse imprudenti: «Bada ai tuoi passi, quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicinarsi per ascoltare vale più del sacrificio offerto dagli stolti che non comprendono di far male» (Qoèlet 4,17). Non usa il termine temperanza ma la descrive nella sua manifestazione più delicata per la quale si sarebbe tentati di dire “De Deo numquam satis!”, nel senso che l’uomo non può mai soddisfare le esigenze di Dio per quante offerte gli possa fare.
Qoèlet invece insegna a non esagerare, soprattutto nei rapporti con Dio. «È meglio non far voti, che farli e poi non mantenerli» (5,4) è forse la massima espressione di quel controllo di sé che sintetizza le caratteristiche della temperanza. Si potrebbe confondere con la prudenza, ma in realtà la ingloba in sé evitando alla prudenza di trasformarsi nella paura di agire per non sbagliare.
Può sembrare strano che per parlare della temperanza ci siamo rivolti a testi derivanti dalla riflessione sapienziale e non dal Pentateuco o dai profeti. Solo Geremia, che pure si è dichiarato “sedotto da Dio” (Geremia 20,7) e animato da un fuoco interiore che lo spingeva a prendere posizioni nette, sviluppa riflessioni di tipo sapienziale a partire dalla vita concreta con le sue provocazioni alla fede. Eppure noi affermiamo che anche questi testi, all’apparenza dovuti a considerazioni molto “umane”, devono essere considerati “parola di Dio” allo stesso modo di altri testi che affermano esplicitamente la loro derivazione da Dio, come accade per la Torah o per gli interventi dei profeti.
Già nel libro della Sapienza(8,7) si affermava: «Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza, delle quali nulla è più utile agli uomini nella vita».
Un’altra stranezza, almeno apparente, è che per parlare della temperanza siamo partiti dal suo opposto, cioè da comportamenti di intemperanza nelle sue manifestazioni diverse. Anche nella Bibbia, come si è visto, vengono descritti atteggiamenti negativi, che però sono sempre giudicati in modo severo. Il motivo è molto semplice. L’intemperanza si manifesta generalmente con gesti che attirano l’attenzione e vogliono essere provocanti. La temperanza invece tende per sua natura a passare inosservata e quindi non presenta azioni spettacolari. In altre parole la virtù non si mette in mostra, mentre il vizio cerca di giustificarsi esibendosi.


       Che cosa dice la Bibbia nel Nuovo Testamento

Viene in mente una parola di Gesù ai discepoli, quando li invita a non dare spettacolo delle proprie virtù per essere ammirati dagli uomini e di accontentarsi dell’approvazione del Padre. «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli» (Matteo6,1). Questo presuppone un’attività dei discepoli, possiamo dire un “lavoro” produttivo. Ma questo non deve costituire motivo di vanto personale riconosciuto con titoli onorifici o con posizioni di privilegio. Per il discepolo di Gesù dovrebbe contare solo la disponibilità totale per Dio. Il discepolo autentico compie il suo lavoro senza avanzare pretese, consapevole di non fare altro che il suo dovere. E ditemi se questa non è temperanza, anche se il vangelo non usa questo nome.

Le riflessioni dei primi cristiani hanno sviluppato gli insegnamenti del Maestro, che si era presentato come continuatore della tradizione sapienziale, calandoli nei casi della vita quotidiana. La lettera di Giacomo denuncia senza mezzi termini le guerre indicandone le cause che le scatenano: le passioni incontrollate, il desiderio di possedere, l’invidia. Interessante e di grande attualità l’osservazione che la violenza viene esercitata contro l’uomo ma in realtà è contro Dio (Giacomo4,1-4).

Il paragone con la pazienza dell’agricoltore (Giacomo 5,7-8) è illuminante. Introduce un elemento nuovo nella discussione: la temperanza, che porta il contadino ad adattarsi ai ritmi della natura e ad evitare gli sprechi e così garantisce un buon raccolto. Ma ciò presuppone la conoscenza  e il conseguente rispetto delle leggi della natura viste non come un’imposizione arbitraria ma come espressione di un’intelligenza che mette ordine nelle realtà umane indirizzandole verso un fine.

Riconoscere e accettare questo progetto di vita è la più alta manifestazione della razionalità che dovrebbe guidare l’uomo nelle sue scelte fondamentali. Il linguaggio religioso definisce questo atteggiamento come “discernimento” e lo mette alla base di ogni decisione caratterizzata dalla libertà. Il testo di Deuteronomio30,15-20 (che ci viene proposto dalla liturgia di oggi) espone chiaramente questo principio da cui si fa dipendere una vita realizzata in pienezza. «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male». La scelta iniziale comporta la coerenza di quelle successive e si viene così a formare una catena “virtuosa” che raggiunge il suo vertice nella temperanza.

“Vivere bene altro non è che amare Dio con tutto il proprio cuore, con tutta la propria anima, e con tutto il proprio agire. Gli si dà (con la temperanza) un amore totale che nessuna sventura può far vacillare (e questo mette in evidenza la fortezza), un amore che obbedisce a lui solo (e questa è la giustizia), che vigila al fine di discernere ogni cosa, nel timore di lasciarsi sorprendere dall'astuzia e dalla menzogna (e questa è la prudenza”)” come dice il Catechismo.

La concretezza che caratterizza le osservazioni di Paolo lo porta a riflettere sul comportamento degli atleti che sono capaci di controllare le proprie energie sfruttandole al massimo per ottenere la vittoria nelle competizioni. L’allenamento esige la rinuncia a tutto ciò che può ostacolare lo sviluppo della muscolatura e la capacità di sopportare la fatica e il dolore. Ma questo sforzo non è fine a se stesso poiché è affrontato in vista del raggiungimento di un traguardo ambizioso: «Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile» (1Corinzi 9,25).

Paolo ritorna più volte sul tema della vita del credente ispirata all’insegnamento di Gesù. Questo gli fa capire che l’impegno del cristiano a raggiungere il dominio di sé non è solo il risultato di uno sforzo umano ma è rinforzato da un’energia in più che è comunicata da Dio stesso e che viene indicata come opera dello “spirito”: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Galati 5,22). Anche in questo caso troviamo una catena di atteggiamenti positivi che rendono la vita felice perché realizzano gli ideali di ognuno che di per sé coincidono con quelli proposti da Dio. Anche in questo caso la “temperanza” non consiste nella rinuncia ma nell’equilibrio tra forze contrastanti, per ottenere qualcosa che si ritiene importante. Penso che valga la pena notare le due estremità della catena che parte dall’amore e si aggancia al dominio di sé cioè, come abbiamo visto, alla temperanza.

E per concludere: «Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l'amore fraterno, all'amore fraterno la carità. Se queste cose si trovano in abbondanza in voi, non vi lasceranno oziosi né senza frutto per la conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo. Chi invece non ha queste cose è cieco e miope, dimentico di essere stato purificato dai suoi antichi peccati. Quindi, fratelli, cercate di render sempre più sicura la vostra vocazione e la vostra elezione. Se farete questo non inciamperete mai. Così infatti vi sarà ampiamente aperto l'ingresso nel regno eterno del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo» (2Pietro 1,5-11).





venerdì 13 febbraio 2015

GIONA: PROFETA CONTRO VOGLIA

 

Presentare il libro di Giona in dieci minuti è un’impresa impossibile. Do per scontata la conoscenza del racconto e mi limiterò ad alcune considerazioni attinenti al tema proposto. Ricordo solo alcune coordinate che possono aiutarci a inquadrare la vicenda nell’ambiente culturale in cui è stata pensata.

Ninive, capitale dell’Assiria, è stata distrutta nel 612 a. C. Nell’immaginario collettivo di allora rappresentava “il nemico” per antonomasia, odiato a causa della crudeltà contro i vinti.

Giona, protagonista del libro omonimo, è il nome di un profeta vissuto nell’VIII secolo a. C. nel regno di Israele. Si dice solo che esorta il re Geroboamo II a ricuperare dei territori ritenuti parte del suo regno.

In Israele vi erano due correnti di pensiero nei confronti degli altri popoli.

·        Rifiuto di contatti e di collaborazione per difendere i propri privilegi ricevuti da Dio (Baruc 4,3). Orgoglio nazionale.

·        Apertura alla convivenza pacifica (anche se per opportunismo), fino a pregare per i nemici (Geremia 29,7)

 

All’interno di Israele queste due posizioni si confrontavano a viso aperto fino ad arrivare allo scontro fisico. Negli anni successivi al ritorno in Giudea degli Ebrei deportati a Babilonia, queste tensioni si erano acuite.

L’esilio aveva costretto ad una revisione radicale delle motivazioni su cui si reggeva l’idea di un popolo diverso dagli altri per una scelta operata da Dio. La sudditanza ai babilonesi poteva far pensare ad una superiorità di Bel o Marduk sul Dio di Israele che si era dimostrato incapace di difendere il popolo che si era scelto. L’interpretazione degli avvenimenti militari e politici data dai profeti di quel periodo andava in senso contrario e attribuiva a YHWH la regia di quanto accaduto: era il Dio di Israele che guidava i nemici alla vittoria per punire i suoi peccati.

Gli esuli a Babilonia consideravano la loro situazione come quella dei morti chiusi nei sepolcri dai quali nessuno sarebbe mai uscito (Ezechiele 37). La condizione degli ebrei del regno del Nord deportati dagli Assiri e dispersi nell’alta Mesopotamia nel 722, rafforzava questa convinzione.

Però la possibilità, insperata, di ritornare in patria aveva confermato le parole di Geremia, di Ezechiele e del discepolo di Isaia (a cui attribuiamo la parte centrale del libro omonimo: il cosiddetto Deutero Isaia) ma aveva anche consolidato nei reduci dall’esilio, la convinzione di doversi astenere da ogni contatto con le altre popolazioni, cosa che era considerata la causa di ogni male.

I testi biblici che descrivono questo periodo (Esdra, Neemia, Aggeo, Zaccaria) riportano episodi dettati da intolleranza autentica da parte di gruppi di ebrei nei confronti di chi aveva un’altra cultura. Una sola citazione che ci restituisce il clima agitato di quegli anni: “… alcuni Giudei si erano ammogliati con donne di Asdod (…) la metà dei loro figli parlava l’asdodeo (…) non sapeva parlare giudaico. Io li rimproverai, li maledissi, ne picchiai alcuni, strappai loro i capelli” (Neemia 13,23-25).

I profeti vissuti prima dell’esilio erano stati molto severi nel condannare i rapporti con le nazioni straniere. Ma la motivazione era unicamente di carattere religioso, cioè il pericolo di seguire i culti idolatrici abbandonando la fede in YHWH il Dio di Israele.

Uno dei più rigidi sostenitori del monoteismo yahvista è stato certamente Geremia che però dimostrava un pragmatismo incredibile e un intuito politico straordinario. La sua simpatia verso i babilonesi, accentuata dal rifiuto deciso di alleanze con l‘Egitto, era ben nota non solo a Gerusalemme, tanto da procurargli ripetuti arresti per sospetto tradimento, fino a mettere in pericolo la sua stessa vita. Per il profeta di Anatot la fedeltà a YHWH poteva coesistere con l’ammirazione verso gli stranieri, nonostante riconoscesse il loro errore nel credere in divinità considerate inesistenti. La sua apertura agli altri venne ricambiata in alcune occasioni e lo salvò dalla deportazione a Babilonia mentre invece gli causò un esilio forzato proprio in Egitto dove venne costretto ad andare dai Giudei.

È difficile per noi ricostruire con esattezza gli avvenimenti che hanno dato origine a questi racconti. Però la convergenza degli indizi narrativi ci fornisce un quadro convincente del clima di tensione che ha contrassegnato la vita di Israele nel corso di alcuni secoli incentrati sulla distruzione di Gerusalemme, la perdita della libertà e della patria, la fatica di una ricostruzione mai giunta a compimento.

 

Sembra questo l’ambiente in cui è nato il libro di Giona che presenta e drammatizza senza sconti le tematiche che abbiamo visto. L’Ebreo autore di Giona interviene nel dibattito prendendo una posizione netta in favore del gruppo che sosteneva l’apertura verso gli stranieri e condannando con decisione il partito fautore di un atteggiamento xenofobo nascosto dietro la maschera di una religiosità intollerante verso il diverso.

Non nego che la mia lettura possa essere stata influenzata anche dagli ultimi atti di terrorismo. Però mi sembra evidente nel libro di Giona una satira feroce contro il protagonista, descritto con tutte le caratteristiche che solitamente si attribuiscono a personaggi presuntuosi, gretti, egoisti, gelosi dei propri privilegi, animati da pregiudizi che non risparmiano nemmeno quel Dio che dicono di adorare ma che in realtà contestano stizziti quando rivolge le sue attenzioni a qualcun altro.

Le due posizioni in lotta tra di loro sono rappresentate dai due protagonisti del racconto. In Dio, l’autore descrive il regista di una storia di salvezza che riguarda tutti i popoli e che si deve realizzare grazie all’opera di Israele. Giona incarna il partito xenofobo che rifiuta di ottemperare al compito che Dio gli aveva affidato.

 

Il racconto si apre con naturalezza, come per continuare un dialogo familiare. Dio si rivolge a Giona affidandogli un incarico di fiducia. Gli altri profeti in situazioni analoghe rispondevano subito con il classico “hinneni” “eccomi” per indicare la loro disponibilità. Il nostro invece, non dice una parola, nemmeno una formula convenzionale, noi diremmo un “ricevuto”, come se non avesse nemmeno sentito. Si comporta da maleducato. Semplicemente si muove in direzione opposta (“lontano dal Signore” precisa il testo) a quella indicatagli da Dio. E paga pure di tasca propria il biglietto di viaggio, forse pensando di aver acquisito così il diritto di dormire durante la terribile tempesta che vede i marinai, impegnati allo spasimo, sacrificare tutti i loro beni per salvare la vita.

Stupisce lo scatto di altruismo attribuito al profeta che si offre vittima volontaria per calmare l’ira del proprio Dio. Si tratta forse dell’anticipazione di quanto dirà verso la fine del racconto riguardo alla misericordia di Dio? O piuttosto dobbiamo vedervi una costante del carattere che l’autore gli attribuisce, facendogli ripetere ancora per tre volte, nel seguito del racconto, il desiderio di morire?

La richiesta di essere gettato in mare sarebbe allora da inserire nella logica del rifiuto di obbedire all’ordine di Dio: “È meglio farla finita subito” sembra voler dire il ribelle. Così si spiegherebbe il particolare grottesco del mostro marino che lo ingoia ma poi vomita il boccone, dopo averlo tenuto nello stomaco per tre giorni, senza riuscire a digerirlo. Qui la satira diventa corrosiva e raggiunge il risultato che non erano riusciti ad ottenere i succhi gastrici del mostro mitico. Sublime!

Ma è ancora più straordinario il significato che l’autore attribuisce a questo salvataggio. Il popolo scelto da Dio può anche vivere dei momenti tragici che minacciano di farlo sparire, ma Dio non cambia i progetti che ha fatto su di lui.

Un altro particolare non va trascurato. I marinai, stranieri e idolatri, anche dopo aver conosciuto la causa che ha scatenato la tempesta fanno ogni sforzo per non buttare a mare il colpevole, reo confesso. Quando poi lo fanno, si sentono in colpa e chiedono perdono a Dio, pregano e offrono sacrifici di ringraziamento dopo il salvataggio. Giona invece si limita ad esporre la propria fede e l’unica preghiera che l’autore gli mette sulle labbra proviene dal ventre del mostro marino con formule impersonali.

Gli unici sentimenti manifestati dal profeta in tutto il racconto, rivelano dispetto, stizza, rabbia, sdegno, invidia fino a raggiungere la sfrontatezza di rimproverare Dio per la misericordia dimostrata verso l’odiato nemico.

Anche alla seconda chiamata di Dio non segue un “eccomi” dettato almeno da buona educazione. Però questa volta Giona va nella direzione che gli è indicata. Ha cambiato atteggiamento? No, ci dice l’autore. Infatti la prima volta Dio gli aveva specificato il contenuto dell’annuncio che avrebbe dovuto dare: la denuncia della malvagità dei niniviti che lasciava intravedere la volontà di perdono da parte di Dio, inaccettabile da parte del profeta. Questa volta invece, Dio è più prudente: “Annuncia loro quanto ti dirò”. Giona parte, forse sperando che i progetti di Dio finalmente coincidano con i propri.

Infatti l’autore lascia trasparire la soddisfazione del profeta che finalmente può proclamare ad alta voce, per ordine del suo Dio, quello che era il suo più grande desiderio: “Ninive sarà distrutta!”.

E invece… accade proprio quello che temeva: Dio perdona gli odiati nemici. La reazione del profeta è coerente con il carattere che gli è stato cucito addosso dal nostro autore. È indignato, indispettito, rabbioso perché i suoi timori si sono realizzati. “Lo sapevo che andava a finire così” si potrebbe tradurre lo sfogo di Giona. Il suo tentativo di fuga a Tarsis era per impedire a Dio di compiere quello sbaglio. Lo sapeva bene che il suo Dio si sarebbe lasciato commuovere dalle suppliche di quei criminali e questo era ingiusto, insopportabile per una persona dabbene come Giona che aveva idee chiare e convinzioni profonde.

Il suo mondo gli era crollato addosso: era meglio morire. Quando perde anche il piccolo sollievo che gli procurava l’ombra del qiqayon, il profeta non ha più nessun interesse per la propria vita. Dio invece continua a preoccuparsi per la vita di tanti uomini. Come? Il racconto non lo dice.

Notiamo che il Dio conosciuto da Giona ha le stesse qualità che gli riconosce l’autore del racconto. Con altre parole, le due posizioni contrapposte sanno che la misericordia è la caratteristica che distingue YHWH dagli idoli delle nazioni straniere. Però l’autore accetta che Dio manifesti la sua bontà verso tutti, anche verso i nemici del suo popolo, mentre Giona (e quelli che rappresenta) rifiuta con rabbia palese l’idea di un Dio che si lascia intenerire dal pianto dei suoi figli.

 

Penso che Giona si sarebbe rallegrato leggendo lo scritto del profeta Naum che descrive compiaciuto in tono epico la distruzione dell’odiata città. Avrebbe gioito ancora di più camminando tra le rovine di Ninive, rovinate un’altra volta dalle distruzioni di questi giorni. È questa l’eredità che ci ha lasciato la storia, che sembra soddisfare le aspettative del profeta ribelle che voleva dare lezioni a Dio.

Ma la storia ci sforna anche dei cloni perfettamente funzionanti e affetti da quella che papa Francesco ha chiamato “sindrome di Giona” (omelia di Lunedì, 14 ottobre 2013). Persone convinte “di avere le idee chiare: «La dottrina è questa, si deve credere questo. Se loro sono peccatori, si arrangino; io non c’entro! Questa è la sindrome di Giona»”.

Il movimento ecumenico vuole evitare il contagio virale che può essere provocato da questa sindrome che purtroppo non è prerogativa di ambienti cristiani o ebraici ma si sviluppa rapidamente in tanti ceppi diversi per cultura, religione, lingua, comportamenti. Sapere che anche in passato i nostri antenati hanno sperimentato tutte le difficoltà di un dialogo sereno può aiutare a superare gli ostacoli che si frappongono all’accettazione del diverso. Il contrasto in sostituzione del confronto, non è un prodotto recente e circoscritto. È stato illustrato magistralmente da un autore ebreo anonimo, vissuto cinquecento anni prima dell’inizio della nostra era.

Giovanni Boggio

 

 


 

  P. Giovanni Boggio  e  p. Agostino Montan ad una porta di NINIVE
  08/07/1995