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Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

giovedì 30 luglio 2015

BIBBIA ED EXPO


LA BIBBIA E L’EXPO

 

Non ho visitato l’EXPO né ho intenzione di andarci. Ma ho letto i giornali, ho visto la TV e mi sono fatto un’idea di che cosa si tratta. Al di là delle facili critiche per le spese enormi che è costata e per la prevedibile inutilità sul piano pratico dei cambiamenti che dovrebbe portare, sono convinto che la manifestazione mondiale presenta più di un aspetto positivo. Ne ho avuto conferma leggendo la pagina del vangelo che la liturgia cattolica ha proposto per domenica 26 luglio.

È il racconto di un episodio molto noto, la moltiplicazione dei pani e dei pesci compiuta da Gesù (Giovanni 6,1-15). Non intendo spiegare quanto è avvenuto. Mi fermo solo su alcuni particolari che mi hanno fatto pensare a quanto sta avvenendo a Milano e alle aspettative di trasformazione nel modo di gestire le politiche riguardanti l’alimentazione.

Per prima cosa ho notato l’attenzione di Gesù al bisogno di cibo della gente che lo seguiva. Si dà per scontato che per avere il pane lo si debba comprare. Il problema evidenziato da Filippo è la mancanza di risorse economiche. L’apostolo doveva essere un esperto se era riuscito a fare un calcolo rapido della somma necessaria a soddisfare un minimo del fabbisogno. Forse i “duecento denari” erano la disponibilità della cassa del gruppo. L’osservazione lascia supporre che gli apostoli fossero pronti a rinunciare al loro capitale per dare da mangiare alla folla.

L’intervento di Andrea è sulla stessa linea. Ma questa volta coinvolge un ragazzo, presentato come l’unico previdente che si era procurato una scorta di viveri non da poco. Cinque pani e due pesci potevano bastare anche per più di un pasto, pur tenendo conto della fame di un ragazzino in pieno sviluppo.

È facile immaginare la sua reazione quando Andrea, a cui aveva confidato il suo segreto, non solo lo fa conoscere a tutti ma addirittura gli prende il tesoro su cui contava per consegnarlo a Gesù. Il Vangelo non lo dice, ma mi piace immaginare che i primi pani e pesci distribuiti dagli apostoli siano stati consegnati proprio al vero eroe. I duecento denari erano rimasti in cassa, l’unico che aveva pagato di tasca propria era lui, l’anonimo e involontario collaboratore.

Ultima sorpresa: la raccolta dei rifiuti. La scena è ambientata in aperta campagna. Nessuno si sentirebbe in colpa per aver lasciato sul prato un pezzo di pane dopo averne mangiato a sazietà. Tanto più che si trattava di un prodotto biodegradabile che sarebbe tornato alla terra da cui proveniva.

Invece per Gesù nulla deve essere sprecato. Il racconto non dice che fine abbiano fatto i dodici canestri pieni degli avanzi raccolti. Notiamo che si parla di “canestri”, termine che indica un contenitore domestico destinato a conservare anche derrate alimentari. Noi invece gli avanzi li buttiamo nei “cassonetti”, termine collegato all’idea di un recipiente per cose inutili.

Per Gesù il cibo è un dono e deve essere rispettato per il suo valore intrinseco e per rispetto a chi lo ha donato. L’invito a comprare il pane presuppone una società basata su una struttura economica nella quale il lavoro viene retribuito con denaro. La situazione descritta nel brano di vangelo presenta un caso eccezionale, un’emergenza a cui far fronte superando l’egoismo individualista per lasciar posto alla condivisione e alla solidarietà.

Non viene proposto un “manifesto” per regolare la vita normale. Paolo avrà il coraggio di dirlo apertamente con tono provocatorio: “chi non vuole lavorare, neppure mangi” (2 Tessalonicesi 3,10) denunciando il comportamento di alcuni che “vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione” (3,11). Sono individui senza dignità, parassiti fastidiosi, sanguisughe insaziabili.

Trasformare l’emergenza in condizione di vita permanente era una trappola invitante e suggestiva, anche a quei tempi. E i destinatari della moltiplicazione miracolosa dei pani e dei pesci, ci sono cascati: vogliono costringere Gesù a diventare loro re. È questo il risvolto politico che conclude il racconto. Chi ha dimostrato la capacità di risolvere i problemi dell’alimentazione è certamente in grado di governare il popolo che in cambio gli assicurerà il suo consenso. Era il ragionamento “politicamente corretto” fatto da quei cinquemila fortunati.

Gesù taglia corto, non lascia spazio ad equivoci. Il racconto era iniziato con Gesù che saliva sulla montagna attorniato dagli apostoli e dalla folla, e si conclude con Gesù che sale ancora sulla montagna. Ma questa volta è “tutto solo”.

 

E l’EXPO?

Gli organizzatori non hanno certamente pensato a questa pagina di vangelo quando hanno scelto il tema della manifestazione. Però è innegabile che ci sia una convergenza di interessi e di contenuti tra queste due realtà.

Mi pare evidente prima di tutto l’attenzione al problema dell’alimentazione, a livello mondiale per l’EXPO, in ambito limitato per l’episodio evangelico. È una sensibilità che sta crescendo e che non era presente nel passato. Penso che questa consapevolezza sia anche frutto di un influsso della cultura ebraico-cristiana, che dipenda in qualche misura da quelle “radici” che non sono state accettate ufficialmente ma che, nonostante tutto, continuano a portare i loro frutti benefici.

In secondo luogo trovo una consonanza profonda nel tema della solidarietà nell’affrontare il problema e nell’impegno concreto per risolverlo. La facilità delle comunicazioni di notizie e degli scambi di merci rendono oggi possibili interventi di aiuto una volta impensabili. La condivisione dei beni sta diventando sempre più anche un vantaggio economico senza perdere la sua dimensione umanitaria altruistica.

Il riutilizzo degli avanzi alimentari sta entrando sempre di più nella coscienza comune e si collega con il rispetto dell’ambiente naturale. “Evitare gli sprechi” non è solo uno slogan demagogico per denunciare lo sperpero di beni materiali ostentato dai ricchi, ma sta diventando una convinzione condivisa sempre più ampiamente. Si tratta della stessa sopravvivenza dell’umanità e non di uno spauracchio per contrastare il benessere di pochi privilegiati.

Ho l’impressione che tutti questi aspetti siano presenti nelle intenzioni dichiarate da chi ha organizzato la kermesse mondiale in corso. Mi pare anche di riscontrare un parallelismo con la pagina evangelica e una condivisione di valori a livello di dichiarazioni ufficiali. Che poi queste affermazioni programmatiche abbiano un seguito effettivo nella pratica si potrà vedere solo nei prossimi anni. Da quello che si può intuire oggi, penso che sia lecito dubitare della limpidezza delle intenzioni e del disinteresse di chi ha investito nell’EXPO una barca di soldi. Lo ha fatto senza sperare in un rientro economico oltre che di immagine?

Soprattutto mi pare difficile pensare che ci sia qualcuno tra gli espositori disposto ad imitare Gesù che si sottrae al successo assicurato per rimanere solo, contento di aver fatto del bene senza sperare di averne un vantaggio personale.

Ma con Gesù siamo su un altro piano. E sono contento di tenermi il mio Vangelo che dimostra la sua freschezza e la sua attualità sconvolgente anche su un tema che può sembrare tanto lontano da quella spiritualità disincarnata che gli è stata attribuita.

venerdì 24 luglio 2015

RAGIONE VS FEDE?


RAGIONE VS FEDE?

 

 Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano”. Così leggiamo nel primo capitolo del libro della Sapienza che continua affermando che “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità,  lo ha fatto immagine della propria natura” (Sapienza 1,13-14a. 2,23).

Il libro che contiene queste affermazioni così chiare fa parte della Bibbia ma non è accolto dagli Ebrei. Il motivo è semplice: gli Ebrei riconoscono soltanto come fondamento della loro fede i libri scritti in ebraico, ritenuto la lingua sacra. Il libro della Sapienza invece è stato scritto in greco e si trova nella raccolta di libri conosciuta come “Traduzione dei Settanta” (LXX).

Si tratta appunto di una traduzione in lingua greca di tutti i libri scritti in ebraico a cui sono stati aggiunti altri testi che sono pervenuti a noi soltanto in greco. I traduttori erano tutti ebrei e questo dimostra che nel secondo secolo prima della nostra era il mondo ebraico era attraversato da discussioni e dibattiti tra gruppi legati alle antiche tradizioni e gruppi aperti alle suggestioni provenienti dal mondo greco profondamente segnato dalle riflessioni della filosofia.

Non si trattava dunque solo di una questione di lingua. Era un modo nuovo di affrontare l’interpretazione della vita e di trovare risposte soddisfacenti alla necessità di dare un senso alle vicende umane. La cultura in cui affondava le radici la religione ebraica cercava queste risposte nella volontà divina, comunicata attraverso gli interventi dei profeti o mediante codici di leggi presentate come dettate dallo stesso dio nazionale per il bene dei suoi sudditi.

La Grecia condivideva questa mentalità, basti pensare ai vari oracoli che dispensavano responsi a nome di Apollo. Però grazie ai filosofi si era aperta la strada alla ricerca di senso basata sulle capacità umane più che su una rivelazione ricevuta da Dio. La sua stessa esistenza era raggiunta attraverso il ragionamento.

Davvero vani per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non furono capaci di riconoscere colui che è, né, esaminandone le opere, riconobbero l’artefice”. “Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore” (Sapienza 13,1.5). I filosofi moderni contestano la validità questa impostazione logica. I filosofi greci la ritenevano soddisfacente e su di essa potevano dichiarare “irrazionale” la negazione della fede nell’esistenza di un Essere superiore.

Ma era considerato contrario alla ragione anche un comportamento diverso da quello derivante dalla conoscenza di Dio, considerato l’origine di tutte le realtà esistenti. L’affermazione “(Dio) infatti ha creato tutte le cose perché esistano” è frutto di un ragionamento basato sull’attività produttiva dell’uomo. Se è irrazionale produrre o costruire qualcosa per il gusto di distruggerlo anche Dio deve agire secondo lo stesso criterio che guida l’attività umana. Quindi se Dio comunica la vita non vuole la sua soppressione violenta e nemmeno condizioni tali da renderla precaria.

 

Ragione e fede a braccetto

Queste considerazioni non nascono dalla “rivelazione” di qualche principio sconosciuto che piove dall’alto ma sono frutto dell’attività che qualifica l’uomo e lo distingue da tutti gli altri esseri: l’intelligenza, la ragione, la libertà, la responsabilità delle proprie scelte. La Bibbia  in lingua greca ci presenta la stessa affermazione solenne “Dio ama la vita e non vuole la sua soppressione” raggiunta attraverso le due strade possibili: la rivelazione da parte dei profeti e la scoperta da parte della ragione.

I racconti della creazione del mondo contenuti nel libro della Genesi, scritti in ebraico, hanno le caratteristiche di una “rivelazione” dovuta all’iniziativa di Dio e offrono una visione positiva della vita, anche se offuscata da una realtà molto diversa con l’introduzione del tema della morte. Le riflessioni sulla vita assolutamente ottimistiche, pensate e scritte in greco, sono frutto della ricerca umana che conosce anche il fallimento. Sono le due strade che portano alla stessa conclusione.

La Bibbia ebraica contiene diversi testi che presentano insegnamenti per realizzare una vita felice senza ricorrere ad una rivelazione particolare per mezzo di profeti o di leggi specifiche: sono i cosiddetti libri Sapienziali. Però a differenza di quelli derivati dalla cultura greca, non fanno riferimento alla ragione ma all’esperienza quotidiana trasmessa dagli anziani. Alcuni capitoli del libro dei Proverbi (10-31) raccolgono considerazioni nate dall’osservazione di quanto accade nella banalità delle vicende umane descritte a volte con ironia e senso dell’umorismo (10,4-5.26; 11,22; 13,7; 14,4. 20; 15,15; 17,12.23.28; 19,6.24; 20,14; 21,9.19; 22,13; 23,29-35; 24,30-34; 25,14).

Purtroppo i testi biblici sono stati letti con il pregiudizio che dovessero sempre esprimere il carattere sacro che veniva loro attribuito, attraverso un linguaggio forbito, con concetti elevati garantiti dalla firma: “Parola di Dio” oppure “Oracolo del Signore”. In nome del rispetto verso Dio si è imposta una lettura seriosa del testo sacro che in realtà veniva tradito e mutilato, sottoposto ad una censura dettata dalla paura di affrontare la verità. Ringraziando Dio l’opera dei censori non si è spinta ad eliminare i testi giudicati “sconvenienti” che sono giunti a noi con la loro carica esplosiva che fa saltare ogni perbenismo culturale presentandoci la vita reale come capace di esprimere la valutazione che Dio dà del comportamento umano.

 

Il Dio della Bibbia vuole la vita

L’affermazione che Dio vuole la vita delle creature è fondamentale in tutta la Bibbia. E non si tratta di una vita stentata, ma vissuta nella sua pienezza. Le descrizioni che la presentano sono legate, com’è ovvio, all’ambiente particolare, alla cultura e alle abitudini molto diverse dalle nostre. Così il profeta Zaccaria immaginava una vita serena: “Così dice il Signore: Tornerò a Sion e dimorerò a Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata “Città fedele” e il monte del Signore degli eserciti “Monte santo”. Così dice il Signore degli eserciti: Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze” (Zaccaria 8,4-5).

Chi ha visitato i paesi del Medio Oriente prima dell’invasione terroristica di questi ultimi anni, ricorderà certamente scene analoghe popolate di vecchi (mancavano le “vecchie”!) seduti lungo le strade a fumare il narghilè e frotte di bambini che giocavano spensierati. Questo era possibile perché c’era la pace che garantiva sicurezza anche se le condizioni di vita del popolo non erano certo quelle dei nababbi che governavano.

Altri libri della Bibbia descrivono particolari molto concreti che manifestano la volontà di Dio nei confronti del suo popolo. Il testo di Geremia 31,10-14 (che consiglio vivamente di leggere!) parla di ragazze che danzano felici, di giovani che fanno festa insieme ai vecchi, di cibo abbondante e di prima qualità (grano, mosto e olio, carni tenere) a disposizione di tutti. Però non è il paese di Bengodi, del piacere gratuito fine a se stesso. La vita felice è fondata sulla giustizia praticata dagli uomini ed è considerata dono di un Dio che non è geloso della felicità dei suoi figli (Geremia 31,20).  Questi giungeranno a condividere il suo stesso punto di vista (31,31-34) ed agiranno per convinzione personale e non costretti da un codice di leggi.

Evidentemente si parla di un mondo ideale la cui realizzazione sarà guidata da un personaggio che agirà in nome di Dio. Gli viene dato il nome di Messia (consacrato) che sottolinea il suo legame con Dio. La sua presenza futura è affermata con certezza anche se il tempo in cui il sogno si realizzerà rimane sconosciuto.

I cristiani hanno condiviso questa promessa e l’hanno vista realizzata in Gesù di Nazareth. Non si vede però ancora la sua realizzazione nella storia. Perciò è doveroso interrogarsi se i testi biblici che presentano questo tema sono stati letti e interpretati nel modo giusto. Di fronte alla concretezza sconcertante delle descrizioni di un mondo nuovo voluto da Dio, si è preferito rifugiarsi in interpretazioni spiritualiste che svuotavano di contenuto quella che si continuava a proclamare “parola di Dio” ma che si aveva paura di accettare nel suo reale contenuto. Le immagini di un benessere materiale sembravano indegne di un programma di vita proposto da Dio e perciò sono state trasformate in semplici simboli di realtà diverse proiettate in un mondo futuro.

Ma la Bibbia non è fatta solo di promesse che riguardano un futuro messianico di felicità e benessere. Troviamo anche descrizioni di situazioni che sembrano fotografate dal vivo. Tra i tanti testi ricordo solo come un servo di Abramo presenta il suo padrone: “Il Signore ha benedetto molto il mio padrone, che è diventato potente: gli ha concesso greggi e armenti, argento e oro, schiavi e schiave, cammelli e asini” (Genesi24,35).

Però si è preferito interpretare come un’utopia o, al massimo, come simboli di una realtà diversa le immagini di una vita serena, in cui ognuno ha il necessario per vivere felice in armonia con la natura e con gli altri esseri umani. Parole del tipo “grano, vino e olio” hanno finito per perdere il loro significato per indicare qualcos’altro non meglio identificato, come se fossero degli UFO. Pensare che Dio sia contento se le ragazze possono danzare felici o che non esistano più conflitti generazionali tra giovani e vecchi, o che tutti possano mangiare cibi di prima qualità continua a sembrare disdicevole anche se sottolineato da un solenne ”Oracolo del Signore” che conclude il testo di Geremia 31,10-14.

 

Dio parla attraverso la ragione

Ma quello che mi sembra particolarmente interessante nel testo del libro della Sapienza è il fatto che è stato scritto in lingua greca da un ebreo imbevuto della cultura del suo popolo ma anche conoscitore della mentalità greca. Se la cultura ebraica dava importanza all’insegnamento dei profeti che parlavano in nome di Dio, il mondo greco si fondava sulla capacità della ragione umana di conoscere il senso autentico delle cose e il valore della vita. Quello che l’ebreo raggiungeva attraverso una rivelazione profetica il greco lo otteneva usando la ragione.

Su questo tema sono stati scritti migliaia di libri e il dibattito tra gli studiosi continuerà ancora a lungo. Non ho la pretesa di aver scritto la parola fine. Mi sembra però di poter affermare che il Dio presentato nella Bibbia ama la vita nella sua pienezza, con tutte le manifestazioni gioiose che può offrire. Lo ha insegnato con una rivelazione esplicita e anche con la riflessione umana che non è in contrasto con la fede. Per usare un’immagine, è come una linea ferroviaria che è formata da due binari. O si mantengono sempre paralleli o portano alla catastrofe.

Sarebbe interessante anche una riflessione sul valore della vita a partire dalle suggestioni derivate dall’EXPO con le prospettive che apre. Non fanno pensare ad un possibile mondo messianico dove ci sia cibo per tutti e condizioni di pace e libertà? La Bibbia ci dice che è un sogno realizzabile, a patto che ci decidiamo davvero a costruirlo. È quello che Dio si aspetta da tutti noi: che amiamo la vita nella sua pienezza non per pochi privilegiati ma per tutti i suoi figli. Come non si stanca di ripetere papa Francesco.

A questo punto mi aspetto la solita obiezione: “Però la Bibbia è anche violenta perché racconta di guerre e massacri compiuti su ordine di Dio”. Sono abituato a sentirmelo dire e ho già risposto non so quante volte. Una delle ultime è stata su questo blog con un post dal titolo: “Ancora su Bibbia  e violenza” oppure ancheLa Bibbia è crudele”.

 

Giovanni Boggio

 

venerdì 3 luglio 2015

UCCIDERE È RENDERE CULTO A DIO?


UCCIDERE È RENDERE CULTO A DIO?

 

La domanda angosciante dovrebbe affacciarsi alla coscienza di tutti davanti a situazioni che hanno contrassegnato la storia di popoli antichi ma che accompagnano ancora le cronache dei nostri giorni.

L’idea che le religioni siano la causa principale di guerre e di massacri è piuttosto diffusa. Non si fa distinzione, ma tutte sono considerate allo stesso modo. Nei nostri ambienti culturali si è soliti accusare in modo particolare il cristianesimo e soprattutto il cattolicesimo, di aver coltivato l’odio contro chi non era battezzato e non accettava di sottomettersi al papa di Roma. Sempre si tirano in ballo soprattutto le crociate descritte come un gioco al massacro degli infedeli usando come strumento la croce impugnata come una spada.

Le solite “Crociate”

Non intendo affatto sminuire le responsabilità dei cristiani, del papato, dei frati, dei predicatori. In nome di Cristo hanno commesso e istigato a commettere crimini ingiustificabili e non è difficile dimostrarlo. È anche vero che nei secoli successivi, e fino a non molti decenni fa, da parte cattolica si raccontava quella triste storia come un’epopea gloriosa in difesa della fede cristiana, mettendo tra parentesi gli aspetti che oggi invece sono presentati così in primo piano da dare l’impressione che i crociati fossero animati unicamente dal desiderio di trucidare vecchi, donne e bambini per il solo gusto di compiere stragi di innocenti.

A parte il fatto che, in questa ipotesi, resta da spiegare come mai popolazioni imbelli e pacifiche siano riuscite a ributtare a mare guerrieri armati fino ai denti, rinchiusi in fortezze che mettono ancora paura con le loro rovine e animati da odio feroce contro il nemico. Forse organizzando marce per la pace, cortei di protesta, petizioni per chiedere l’intervento di qualche autorità superiore? Non c’è stata, forse, qualche resistenza armata, qualche piccolo scontro di eserciti ugualmente agguerriti, qualche intervento violento per respingere gli invasori?

Questi, da parte loro, erano soltanto dei fraticelli smaniosi di uscire dai conventi di stretta osservanza per assaporare l’avventura mascherandosi sotto l’etichetta di “liberatori del santo sepolcro”? Non c’era per caso anche qualche imperatore che cercava di fare i propri interessi politici ed economici sfruttando la deriva del fanatismo religioso e mettendo in campo i propri eserciti ben armati e addestrati?

Via, siamo sinceri, Non sopravvalutiamo i preti e i religiosi. Sono prete e religioso anch’io e per esperienza vi assicuro che non siamo capaci di organizzare un esercito di quelle proporzioni e con quelle caratteristiche tipiche delle crociate. Al massimo mettiamo insieme un po’ di pellegrini per la terra santa, per qualche santuario che assicuri anche una reception confortevole. Mettendocela proprio tutta riusciamo anche ogni tanto ad organizzare una GMG. Raduniamo anche due milioni di giovani che si danno la carica con canti, balli, preghiere e messe (e forse anche con qualcos’altro…) ma non sfasciano negozi e vetrine. Lasciano solo dei rifiuti un po’ più abbondanti del solito, ma non costringono la polizia ad intervenire in tenuta antisommossa, né con gli idranti o i lacrimogeni e nemmeno con i manganelli.

La storia è “Magistra vitae”?

Penso che ne abbiamo fatta di strada, almeno a livello di sensibilità di fronte al problema del rapporto tra religione e violenza. Ma non è stato sempre così e la Bibbia lo dimostra con descrizioni di violenze inaudite praticate anche su ordine che si riteneva proveniente da Dio stesso. L’uccisione di vite umane come sacrificio offerto a Dio per placare la sua ira era comune a molti popoli antichi ed era condivisa anche dagli Ebrei, nonostante il rifiuto esplicito di queste pratiche espresso ripetutamente nella Bibbia.

Gesù supera in modo radicale questa problematica con il suo unico comandamento dell’amore, anche se finisce pagando con la propria vita la novità rivoluzionaria del suo insegnamento. La nostra cultura che, nonostante non lo voglia riconoscere ufficialmente, affonda le sue radici nella tradizione ebraico-cristiana-greca passando attraverso il filtro dell’illuminismo, non nasconde più la violenza (che però mette ancora in atto) sotto l’etichetta della religione. A denti stretti, ammette che a scatenare le guerre ci sono cause molto terrene e non nobili ideali come si voleva far credere in passato. Non basta certo scrivere sulle proprie divise lo slogan “Gott mit uns” con una croce contorta da un vortice per far passare come guerra di religione quella che è stata frutto di una mente delirante.

Lo stesso delirio però spinge ancora ad uccidere sistematicamente chi si rivolge a Dio in modo diverso dal proprio e a cancellare ogni traccia di altre culture, sopravvissuta alle distruzioni causate dalla barbarie iconoclasta dei secoli passati. Non ci siamo ancora liberati totalmente dall’incubo in cui ci avevano trascinati nazismo, fascismo, comunismo e ci troviamo di nuovo avvolti dalle tenebre di un fanatismo irrazionale che ci lascia basiti e increduli.  E che inoltre offre nuovi e abbondanti argomenti a sostegno della tesi che accusa le religioni di essere la causa delle guerre e di ogni altra violenza.

Ho sviluppato queste riflessioni lunedì mattina 11 maggio meditando sulla pagina del vangelo di Giovanni (16,1-2) proposta dalla liturgia: « Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio ». Sono rimasto colpito dall’attualità delle parole dette da Gesù per esortare i futuri discepoli a non avere paura nonostante le difficoltà che avrebbero incontrato a motivo della loro fede.

Nei secoli passati i cristiani hanno già dovuto affrontare situazioni drammatiche. Però la cultura che condividevano con i loro carnefici li aiutava a metabolizzare in senso positivo l’esperienza della persecuzione.

Ma oggi siamo indifesi dal punto di vista psicologico. Ci troviamo di fronte a qualcosa che ci sembra impossibile tanto è assurdo. Lo è per noi, non per chi non ha nemmeno il coraggio di mostrare la faccia mentre infierisce contro chi è stato legato da un gruppo di teppisti e non può difendersi. Nella nostra cultura chi si comporta così è definito vigliacco come lo è anche chi si intrufola in modo subdolo in un gruppo di persone pacifiche per compiere una strage.

Non sono eroi!

Diciamolo apertamente, ritroviamo la consapevolezza dei valori umani che stanno alla base della nostra cultura, ma siamo anche coerenti nel viverli. Non cediamo alla suggestione della violenza distruttrice. Se era sbagliato quello che anche noi abbiamo fatto in passato non diventa giusto oggi, solo perché è compiuto da bande di fanatici assassini.

Riconoscerli e denunciarli come tali è la condizione irrinunciabile per poterli sconfiggere e renderli inoffensivi. Senza compromessi ideologici o remore psicologiche.

 

(Da Vita della Diocesi di Viterbo, giugno-luglio 2015, pag. 32)

 

 

venerdì 12 giugno 2015

PAROLE DI UOMINI E PAROLA DI DIO

A proposito di “matrimonio e gay”

PAROLE DI UOMINI E PAROLA DI DIO

In principio era la parola”. Incomincia così il vangelo di Giovanni che sembra l’eco della pagina iniziale della Bibbia nella quale Dio con poche parole dà origine all’universo. Nel secondo capitolo della Genesi è l’uomo stesso che assegna un nome agli animali, “e quello è il loro vero nome” commenta l’autore del racconto.
La lingua ebraica dà molta importanza al legame stretto tra la parola e l’oggetto che viene indicato. Anche i nomi delle persone non sono considerati tanto come segni di riconoscimento ma piuttosto come espressione del carattere o del compito che la persona deve svolgere nella vita del popolo.
       Nelle nostre lingue non sentiamo più questa identificazione tra parole e oggetti, il significato delle parole è ritenuto convenzionale, frutto di culture differenti. Una stessa parola può indicare realtà diverse a seconda del contesto linguistico e letterario in cui è inserita. Anche all’interno di una stessa lingua le parole possono essere collegate a cose o ad azioni che non hanno nulla in comune.

Un po’ di enigmistica
Se si vuole esemplificare, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Molti giochi enigmistici si fondano sul valore polisemantico di certi vocaboli. Pensiamo anche solo al termine “sale”: quanti significati può avere? Può indicare il cloruro di sodio oppure altri composti chimici. O può anche essere il plurale di “sala”, oppure la terza persona singolare del presente dal verbo “salire”.
Una trasmissione radio di questi giorni si intitola “610”ma letto: “Sei uno zero!” che potrebbe essere inteso come un insulto (“Non vali niente!”), ma che nell’intenzione degli autori vuole essere solo una battuta spiritosa.
Mi viene in mente la storiella che mi raccontava mia madre, di una sua amica che cercava di bloccare il cameriere ripetendo “Lì, Lì” mentre quello continuava a riempirle il piatto di spaghetti. Per la signora, “Lì” voleva dire “basta così” ma il cameriere (un “immigrato”…) pensava che volesse dire “mettine ancora lì, cioè nel piatto”.
Anni dopo ho sentito lo stesso racconto in chiave di lettura ebraica. Il solito protagonista anonimo, il solito ristorante, il solito cameriere (straniero, questa volta italiano), la solita invocazione accorata che in lingua ebraica suona “Dài”. Ma se in ebraico vuol dire “Basta così”, in italiano comunica il desiderio contrario di un affamato cronico che guarda torvo il cameriere che sembra misurargli il cibo con il bilancino.
Un’altra storiella che si racconta, riguarda un missionario nella selva amazzonica tra una popolazione di lingua quechua. Durante la celebrazione di un matrimonio tra due indigeni il missionario chiese ai due sposi di stringersi la mano destra. Momento di panico generale, mentre i due sposini imbarazzatissimi si esibivano in una manovra inconsueta e tutt’altro che semplice. Tutto finì in una risata generale quando si riuscì a capire che il missionario aveva scambiato le mani con i piedi.

Il “matrimonio” tra gay
La storiella mi introduce finalmente nell’argomento. È un tema insidioso e ci tengo a precisare subito che in questa sede mi interessa unicamente l’aspetto lessicale, come si poteva già dedurre dagli esempi portati all’inizio. Non voglio entrare in problemi di morale o di medicina, di cultura o di politica né di religione, perché sono come mine nascoste pronte ad esplodere se appena sfiorate. Correrò questo rischio perché mi sono sentito provocato dal clamore che si è levato a seguito del referendum svoltosi in Irlanda con il riconoscimento del “matrimonio” tra persone dello stesso sesso e con i dibattiti che ne sono seguiti.
Se non fosse ancora chiaro il mio punto di vista, preciso che la mia reazione ai commenti riguardanti quel voto rivoluzionario non è dovuta al riconoscimento di una condizione di vita, ma unicamente al fatto che per definirla si è usato un termine inadatto, cioè “matrimonio”. Per essere ancora più chiaro, si è incollata un’etichetta che presenta un prodotto diverso da quello contenuto nella scatola o nella bottiglia. In questa sede, ribadisco, non valuto la bontà del prodotto ma soltanto la corrispondenza tra la merce che viene offerta e le parole che me la presentano. Chiedo solo che non si metta l’etichetta “Barolo” su una bottiglia di “Brunello”: ottimi tutti e due, ma voglio sapere cosa mi offrono da bere.
Di fronte ai commenti trionfalistici di chi cantava vittoria, mi sono rivolto a chi conosce il significato e il valore delle parole meglio di quelli che le usano a vanvera o peggio ancora per mascherare un prodotto che inconsciamente sentono di qualità inferiore a quello indicato dall’etichetta con cui lo presentano.

Che cosa dice l’Accademia della Crusca?
E mi sono rivolto all’Accademia della Crusca per sapere che cosa trovo  nella scatola che porta l’etichetta “Matrimonio”. Nel caso più comune si tratta « di ‘unione di un uomo e di una donna che si impegnano, davanti a un’autorità civile o ecclesiastica, a una completa comunione di vita nel rispetto dei reciproci diritti e doveri’». Era proprio quello che pensavo. Ma c’è anche la possibilità che mi trovi di fronte alla stessa situazione vissuta però con una interpretazione religiosa. È quello che la fede della chiesa cattolica considera « ‘sacramento con cui si attribuisce carattere sacro all’unione di un uomo e di una donna’». Cambia la prospettiva ma la realtà di fondo è la stessa.
La terza possibilità presentata si stacca dal concreto per entrare nel mondo della fantasia, delle immagini, del “facciamo finta che” oppure del “più o meno come…”. Con termini tecnici la Crusca afferma: « il lemma può essere impiegato nel senso figurato di ‘unione, associazione di due elementi, strutture, organizzazioni e simili’». Questa è poesia, è arte. È come se nella scatola con l’etichetta “Frutta fresca” trovassi un dipinto dal titolo “Natura morta”. Potrà anche essere un bel quadro, potrà rappresentare frutti appetitosi, ma non corrisponde a quanto mi era promesso dalle parole che lo presentavano.
Passando poi all’etimologia del termine, l’Accademico della Crusca evidenziava giustamente la derivazione dal genitivo latino “matris” unito al termine “munus”, per cui l’origine del nome indica chiaramente che il matrimonio era considerato “il dovere della madre”, che non poteva essere tale senza la collaborazione del padre (“patrimonium”!).
Insomma, gira e rigira, si finiva sempre nel legame stretto con la funzione generativa che qualificava il matrimonio. Sarà anche antipatico e inviso a molti contemporanei, ma nella lingua italiana autentica, perché l’etichetta “matrimonio” non sia falsa deve essere applicata all’unione di un uomo e di una donna che si assumono determinati impegni di fronte ad una società che riconosce ai due, determinati doveri e diritti.
Nulla impedisce ad una qualsiasi società laica o religiosa di organizzarsi in modo autonomo, secondo criteri suggeriti dalla cultura, dall’ambiente, dalle mode, dai gusti condivisi dalla maggioranza dei componenti il gruppo sociale, e dare a strutture o aggregazioni particolari, norme di comportamento adeguate. A patto che non si bari e che si identifichi con un nome univoco ogni gruppo che desideri ottenere un riconoscimento ufficiale.
Come si vede, non si tratta di negare dei diritti discriminando le persone. Piuttosto si tratta di definire con chiarezza compiti e responsabilità di ognuno, cosa fondamentale per una convivenza sociale rispettosa dei diritti di tutti.

Vogliamo le etichette giuste
E allora, perché ostinarsi a definire matrimonio un rapporto tra persone che non corrisponde al significato che il termine ha nella nostra lingua? Un piccolo sforzo di fantasia, per favore! Gli intellettuali, i letterati, gli artisti. I cantanti, i giornalisti, i politici impegnati a far riconoscere diritti negati, inventino altre definizioni per indicare le diverse tipologie di unioni che vogliono difendere e penso che in questo modo riusciranno più facilmente ad ottenere quanto desiderano.
Si faccia un po’ di chiarezza nel linguaggio e tutto sarà più semplice. Sono così bravi ad organizzare cortei e manifestazioni colorate, ad inventare slogan originali e spiritosi. Perché si accaniscono per appropriarsi di una parola che non li definisce? Rispettosi delle libertà, come dicono di essere, lascino il termine “matrimonio” a chi si sente rappresentato da quel tipo di rapporto vecchio e superato e trovino altre definizioni che corrispondano alle novità che sono convinti di portare. Perché usare una terminologia antiquata quando urge una realtà così diversa che esige, come dicono, una mentalità totalmente differente?
Permettetemi un riferimento, che potrà anche sembrare irriverente. Parafrasando la battuta di Gesù riportata nei vangeli: “vino nuovo in otri nuovi”, si potrebbe dire: “per unioni nuove, etichette nuove”, per non creare confusioni e malintesi. Sapendo esattamente di che cosa si tratta sarà possibile anche mettersi d’accordo senza scomuniche reciproche, senza insultarsi compilando diagnosi di malattie vergognose a chi vuole vivere in modo diverso.
Il caso dell’Irlanda pone anche un altro problema: che cosa significa una maggioranza di opinioni? Anche in questo caso le parole dovrebbero dare la risposta. I sondaggi o i referendum ci offrono soltanto dei dati statistici su che cosa pensa la gente e su quali decisioni pratiche sono gradite ai cittadini.
Invece l’interpretazione comune dei risultati di consultazioni di questo tipo giunge subito ad una conclusione che va ben oltre il significato dei termini e si parla subito di “verità finalmente raggiunta”. Il che è un’affermazione chiaramente falsa, anche perché viene sbandierata quando i risultati confermano le proprie idee ma viene respinta quando sono in contrasto. In questo caso non si esita a parlare di “oscurantismo trionfante”, linguaggio caro agli specialisti dei due pesi e due misure.
Ma il tema è troppo importante e vorrei ritornarci su con calma. Per concludere, faccio solo una domanda: “Per quanti secoli la maggioranza (o la totalità) degli uomini ha affermato che il sole gira attorno alla terra?”. Era la verità?


venerdì 22 maggio 2015

“A PORTE CHIUSE”

…e venne Gesù
“A PORTE CHIUSE”

Abbiamo letto questa frase nei testi del vangelo proposti dalla liturgia nei giorni dopo la Pasqua. Nei racconti delle apparizioni di Gesù risorto, questo particolare è importante perché sottolinea due aspetti dell’esperienza vissuta dagli apostoli: la realtà della presenza di Gesù e insieme la diversità del suo modo di essere presente. È lo stesso Gesù che hanno conosciuto durante la sua vita ma è anche diverso nelle sue caratteristiche.

Si tratta di un’esperienza assolutamente nuova nelle sue modalità, ma è anche la continuazione di un rapporto di familiarità e di amicizia iniziato anni prima. Quando Gesù insegnava ai discepoli come avrebbero dovuto comportarsi, spesso non lo avevano capito e glielo avevano detto apertamente, ricevendo anche i rimproveri del Maestro. Ora non capivano nemmeno il suo nuovo modo di vivere e di presentarsi. Tommaso ha il coraggio di dire brutalmente quello che forse pensavano tra sé anche gli altri apostoli. La sua è una sfida a Gesù: «Se è davvero lui, si lasci toccare. Voglio verificare le sue ferite per evitare che si presenti un suo sosia che si spaccia per il Maestro».
Gesù accetta la sfida e invita Tommaso a procedere nel suo esame. Possiamo facilmente immaginare la curiosità degli altri apostoli per vedere come sarebbe andata a finire. Sì, perché il dubbio di Tommaso in prima battuta era stato un insulto a tutti gli altri che si sentivano accusati di essere un gruppo di creduloni ingenui facilmente suggestionabili.
Era lo stesso giudizio che avevano espresso i maschi della compagnia nei confronti delle donne che per prime avevano dato la notizia del loro incontro con il risorto. Giudizio condiviso con distacco anche dai due che se ne andavano ad Emmaus, quando dicono al compagno di viaggio che avevano sentito dire che il Maestro era risorto, ma che era una voce messa in giro da «alcune donne». Cioè, si trattava di pure fantasie a cui non si doveva dare peso.
Ma al di là di queste considerazioni sul testo del vangelo, mi sono sentito provocato dal fatto che «Gesù entra a porte chiuse», cioè senza chiedere permesso, come un intruso che per di più concentra l’attenzione su di sé. Mi ero sempre sentito proporre un’altra immagine di Gesù che si presenta come un pellegrino discreto, che si ferma alla porta e bussa chiedendo educatamente se lo vogliamo accogliere (cfr. Apocalisse3,20), disposto a continuare nel suo cammino in cerca di ospitalità. Immagine bellissima. E corrispondente alla realtà. Il Signore comunemente si presenta proprio in questo modo, non invadente, sommesso. Non urla i suoi inviti ma li sussurra e solo un animo attento e sensibile è in grado di percepirli e di accoglierli.
Il pensiero corre subito al profeta Elia che scopre la voce di Dio nel mormorio di una brezza leggera dopo aver sentito l’urlo di un vento devastante che lo aveva sconvolto, dopo aver provato lo spavento del terremoto ed essere scampato ad un incendio furioso (cfr. 1Re19,11-13).
Tutto vero. Ma è anche vero che c’è la possibilità che la calma e il silenzio favoriscano l’insorgere di una sonnolenza pesante, anticamera di un sonno profondo che aliena dalla realtà. O ancora più semplicemente, che ci si adagi nelle comodità di un ozio improduttivo ma che sembra appagare il desiderio di tranquillità che tutti sogniamo.
I vangeli presentano gli apostoli rinchiusi in casa «per paura dei Giudei» (Giovanni 20,19). Forse la stessa paura (inconfessata!) impedisce a noi, cristiani del 2000, di affrontare a fronte alta, ma senza alterigia, il mondo per proporre il messaggio del vangelo. Sottolineo: proporre non imporre. Cioè offrire una possibilità di vita migliore, di rapporti tra persone, culture e nazioni basati sulla collaborazione e l’intesa e non sulla competizione egoistica che mira ad eliminare fisicamente ogni “altro” diverso da me.
Penso che non sia troppo azzardato interpretare le tragedie assurde e le stragi di innocenti che devastano le nostre città come uno scossone violento che ci dovrebbe svegliare dai sogni  che ci hanno illusi in questi anni passati. I racconti del vangelo ci suggeriscono l’idea che il Signore si sia intromesso nella nostra vita, nonostante che noi gli avessimo chiuso la porta, per spingerci ad uscire dalle nostre paure sostenuti dalla certezza che lui è con noi e quindi non ci può accadere nulla di male.

(Pubblicato sul mensile Vita della Diocesi di Viterbo, maggio 2015)


giovedì 7 maggio 2015

BIBBIA E ALIENI (Salmo 82)

BIBBIA E ALIENI
(Salmo 82)

 “È vero che nella Bibbia c’è scritto che Dio muore come tutti gli uomini?”. La domanda mi è stata rivolta da un amico che l’aveva letta in un libro dove si parlava di alieni che avrebbero colonizzato la terra. La Bibbia avrebbe conservato il ricordo di queste presenze, interpretate come manifestazione di qualche divinità. Il Salmo 82 sarebbe una testimonianza evidente di come avvenimenti di un passato molto lontano siano stati letti in una prospettiva nuova che ne cambiava il significato.
Ma è proprio così? Proviamo a leggere il Salmo in questione, possibilmente senza pregiudizi, facendone un’analisi linguistica e letterale, prendendolo per come si presenta, cioè come una composizione letteraria con caratteristiche specifiche. Nel Salmo si trova effettivamente l’affermazione che gli “Elohìm” (esseri divini) muoiono. È un dato evidente e incontestabile. La domanda da fare è: “Chi sono questi personaggi nel testo in questione?”.

Che cosa sono i Salmi?
Il Salmo 82 fa parte di un gruppo di scritti che presentano una caratteristica comune: sono delle preghiere indirizzate al Dio adorato dal popolo ebraico in situazioni concrete. Non possiamo prescindere da questo elemento. In questa prospettiva ci apre uno scenario inquietante, se cerchiamo di  capire la situazione che ha spinto un pio ebreo a pregare il suo Dio con espressioni così forti.
Nella raccolta dei 150 Salmi non sono rare invocazioni a Dio perché intervenga a risolvere ingiustizie contro singole persone o contro il popolo. A volte la richiesta di aiuto si trasforma in autentica imprecazione. Quello che sorprende nel nostro caso, è la denuncia contro un’intera classe di soggetti che a quell’epoca dovevano rivestire incarichi molto importanti. I termini usati per indicare questi (ir)responsabili suggeriscono di vedere un’intenzione dissacratoria nella preghiera del salmista, che non si nasconde dietro l’anonimato ma viene chiamato per nome: Asaf.
Ma come si giunge all’identificazione dei personaggi a cui si riferisce il Salmo? Nel testo ebraico sono chiamati “Elohìm” termine di forma plurale che comunemente viene usato per indicare gli esseri divini, cioè gli dèi rappresentati negli idoli. Però lo stesso termine definisce anche il Dio di Israele, come nel nostro Salmo al v. 1 e come in Genesi 1,1 e seguenti. Va notato però che quando si riferisce a Dio i verbi sono alla terza persona singolare.
Il termine in se stesso non ha dunque un significato univoco. Nel Salmo 82 abbiamo però una descrizione dettagliata delle azioni attribuite a questi Elohìm nei versi da 2 a 4. Sono accusati di emettere sentenze inique per favorire i delinquenti a danno della povera gente e per ricavarne un vantaggio personale. Sembra però che si tratti di autorità che hanno il compito non solo di applicare le leggi ma anche di produrre leggi giuste  che dovrebbero garantire il benessere soprattutto dei più deboli.
Nel Salmo ricorre quattro volte il verbo shaphat; due volte ha per soggetto Elohìm ed è usato alla terza persona singolare (vv. 1.8), due volte è al plurale riferito agli Elohìm (vv. 2.3). Il verbo in questione indica certamente la funzione esercitata dai giudici nei tribunali ma si estende anche a quello che noi chiamiamo potere legislativo o, più in generale, alla responsabilità di governare il popolo. Il libro dei Giudiciattribuisce questo titolo ai capi delle rispettive tribù ai quali spettava anche il compito di guidare l’esercito. Il riferimento sarebbe dunque alle autorità che governavano lo stato in tutti i settori del potere, politico, giudiziario, economico, culturale, religioso.
Dunque non è azzardato supporre che, all’interno del popolo ebraico i gestori di questo potere condividessero un’opinione comune a quei tempi quando il potere (in ogni sua manifestazione) era fatto derivare da un’investitura ricevuta dalla divinità. L’idea era radicata nelle popolazioni dell’Oriente ed è documentata ampiamente nell’antico Egitto dove il Faraone era considerato un essere divino e come tale era onorato e venerato. Qualcosa di analogo si verificava in Grecia come anche a Roma soprattutto in epoca imperiale.
 La Bibbia esprime la stessa idea quando presenta i capi del popolo come scelti da Dio, usando la terminologia dell’elezione divina. Forse era stato lo stesso potere che aveva inventato la teoria che non solo giustificava ma sacralizzava la gestione dell’autorità. Il passo a considerare i governanti degli esseri superiori ai comuni mortali era molto breve e terribilmente allettante.
Con queste premesse era quasi inevitabile che i capi finissero per considerarsi onnipotenti potendo decidere della vita e della morte dei loro sudditi, potendo disporre dei beni materiali prodotti con fatica dal popolo, semplicemente con un decreto, con una firma che non costava niente. E per di più ricevevano onori tributati alla divinità, da parte di sudditi compiacenti e interessati, adulatori di mestiere, pronti a rinunciare alla propria dignità in cambio di qualche briciola che cadeva dalla tavola dei potenti.

La “divisa” dei capi
Per rendere evidente la distinzione tra capi e sudditi ed evitare spiacevoli equivoci era necessaria una “divisa”. La preziosità dei tessuti con cui erano confezionati gli abiti dipendeva dalla ricchezza accumulata dalla classe dirigente, ma non era ritenuta sufficiente per sottolineare la superiorità nei confronti della gente comune. Era necessario stabilire fogge di vestiti speciali riservate ai diversi livelli di autorità, inventare segni convenzionali per indicare le funzioni svolte e distinguere i gradi della gerarchia. Era cosa ovvia stabilire un protocollo di atteggiamenti da tenere nell’avvicinare i capi, nel rivolgere loro la parola. Inchini, prostrazioni, baci, formule studiate con cura da usare nelle diverse circostanze in cui i comuni mortali avevano il privilegio di essere ammessi alla presenza del potente di turno.
La corte dei faraoni egiziani è forse quella che aveva il cerimoniale più ricco e complesso, o almeno è quella che conosciamo meglio grazie alle numerose rappresentazioni giunte fino a noi. L’ureo con il cobra in posizione di attacco doveva scoraggiare ogni malintenzionato nei confronti del sovrano che non doveva nemmeno essere guardato in volto. I numerosi figuranti che circondavano i re non erano soltanto una guardia del corpo ma erano una dimostrazione di potenza. Chi aveva la fortuna di appartenere alla corte si considerava un privilegiato e aveva tutto l’interesse a mantenere le distanze e sottolineare le differenze.
Tutto questo insieme di rituali costituiva una liturgia che non era considerata “laica” nel senso che diamo noi a questo termine, bensì era vista come il prolungamento dell’atteggiamento che si doveva tenere di fronte alla divinità. 

Potenti = prepotenti?
Da potenti a prepotenti era il passaggio obbligato, denunciato apertamente da Samuele nel suo manifesto antimonarchico (1 Samuele 8,10-19). Il problema della gestione del potere è affrontato in modo radicale nel libro di Ezechiele. Nel capitolo 34 troviamo affermata l’idea della scelta dei capi compiuta da Dio, il che fa pensare ad un’origine divina del potere stesso. Ma il termine usato per indicare i capi è ricavato da una professione assolutamente terrena com’è quella del pastore. È vero che questa qualifica veniva attribuita anche alle varie divinità, e infatti nello stesso capitolo Ezechiele rivendica a Dio il ruolo di pastore.
Il profeta denuncia i capi per la loro arroganza, per lo sfruttamento dei sudditi a proprio vantaggio, per la violenza del loro comportamento a danno dei più deboli. Non si tratta di desacralizzare il potere in se stesso ma di ricondurlo entro i suoi limiti naturali che sono quelli voluti da Dio, cioè il benessere di tutti.
Le pagine della Bibbia che riferiscono giudizi ugualmente severi nei confronti di chi esercita il potere per il proprio interesse sono numerosissime. Pensiamo solo al caso di Davide che ordina ad un suo suddito di commettere un omicidio per nascondere il proprio adulterio (2 Samuele cap. 11-12) o per esempio al Salmo 94. Nel libro dei Proverbi si esalta la saggezza dei re fino a dichiarare che non sbagliano o addirittura che comunicano la vita, certamente in senso metaforico ma comunque con un’espressione ardita (16,10-15; 29,2a.4a.14) pronti però a condannare i governanti empi ed esosi (29,2b.4b.12.16). Il Qoèlet, con un’espressione disincantata, esorta a non meravigliarsi di un governo che «opprime i poveri e calpesta la giustizia e il diritto» (5,7). È la prassi normale, sembra voler dire.
 Nel Nuovo Testamento troviamo una continuità con l’Antico nella valutazione dei comportamenti delle classi dirigenti a partire dalla figura del re Erode soprattutto quando si riporta l’omicidio del Battista ordinato dal re per soddisfare un proprio capriccio. Gesù non è tenero con le autorità del suo tempo. Rispetta e difende il ruolo ma denuncia il modo con cui è applicato nella realtà, basta pensare ai contrasti con la dirigenza religiosa che sfocia con la sua condanna a morte.

Il potere dà alla testa
Ma c’è un episodio non molto citato, che offre una fotografia impietosa dei disastri originati da un potere impazzito, dominato da un delirio di onnipotenza vissuta dal padre e trasmessa al figlio insieme a quelli che hanno avuto il privilegio (così pensavano!) di essere educati con lui a corte. Il padre si chiamava Salomone e il figlio Roboamo. Il Siracide condivide il giudizio tradizionale su Salomone: esprime ammirazione per alcuni aspetti del suo governo ma non nasconde la degenerazione nell’esercizio del potere fino a definirla follia (Siracide 47,12-20). Al contrario è totalmente negativa la valutazione del comportamento di Roboamo liquidato con un drastico «stoltezza del popolo e privo di senno» (47,23c).
Che Salomone avesse motivo di montarsi la testa e di credersi superiore ai comuni mortali è fuori dubbio, stando a quanto è descritto ampiamente nei racconti biblici che però accennano anche quasi a malincuore agli aspetti negativi del suo governo. Nei confronti del figlio invece, la Bibbia totalmente negativa. Anche perché l’autore del racconto segue lo schema collaudato di usare le parole attribuite all’accusato che finisce così col condannare se stesso. È il metodo seguito da Natan per giudicare Davide (2 Samuele 12,1-12), o anche da Isaia con la parabola della vigna (Isaia 5,3) e dallo stesso Gesù quando invita i suoi ascoltatori a riflettere e a giudicare il proprio comportamento.
 Nel caso di Roboamo le parole che gli sono attribuite dimostrano la sua convinzione (condivisa dai suoi amici “educati” con lui a corte) di essere superiore a tutti, compreso il padre ritenuto già il più saggio governante mai esistito. La boria del figlio del re supera ogni immaginazione: «Il mio mignolo è più grosso dei fianchi di mio padre. Ora, mio padre vi caricò di un giogo pesante, io renderò ancora più grave il vostro giogo; mio padre vi castigò con fruste, io vi castigherò con flagelli» (1 Re 12,10c-11).
Però l’autore di questa cronaca non è indulgente nemmeno con gli anziani che suggeriscono al giovane re di fingersi condiscendente verso le richieste del popolo per poterlo poi sfruttare meglio: «Se oggi ti farai servo sottomettendoti a questo popolo, se li ascolterai e se dirai loro parole buone, essi ti saranno servi per sempre» (1 Re 12,7). Alla politica brutale dei giovani è contrapposta quella subdola degli esperti. Chiamarla diplomazia non cambia la sua natura che rimane sempre quella di uno strumento perverso del potere sotto qualsiasi forma si presenti.

Chi sono gli Elohìm del Salmo 82?
Penso che abbiamo raccolto elementi sufficienti per collocare il Salmo 82 nel contesto politico, culturale e religioso in cui è nato.
Il termine Elohìm nel Salmo ha due significati diversi derivati non solo dalla persona indicata dai verbi: la terza persona singolare si riferisce a Dio (vv. 1.8) mentre la seconda e terza plurale riguardano un gruppo di uomini (vv. 2-4). Che si tratti di persone concrete è detto chiaramente quando si dichiara che moriranno come accade per tutti i loro simili (v. 7). La cultura di quei tempi, come abbiamo visto, attribuiva alle autorità le prerogative riconosciute agli dèi e i capi dei diversi popoli spesso ne approfittavano esigendo dai sudditi non solo onori non dovuti ma anche vantaggi materiali.
L’autore del Salmo immagina una riunione di questi personaggi e dà la parola a Dio (v. 1) invitandolo a giudicare il comportamento di coloro che esercitavano il potere convinti di essere diversi dai sudditi e superiori a loro (vv. 2-4).
La prima sorpresa è il cambiamento di quello che noi oggi chiamiamo “ordine del giorno”. Quella che doveva essere una riunione solenne di capi (l’avevano chiamata “assemblea divina”) si trasforma in una sessione di tribunale dove gli “onorevoli invitati” diventano gli “imputati”. Le accuse loro rivolte riguardano la gestione della giustizia a danno dei più deboli.
Il v. 5 può essere considerato il perno su cui ruota il Salmo: si credono saggi, ma sono ignoranti. Si muovono nelle tenebre, non capiscono niente della vita. Potrebbe sembrare l’arringa della difesa che cerca attenuanti. In realtà l’ignoranza della legge, nei capi diventa un’aggravante. Gesù dirà degli equivalenti del suo tempo: sono guide cieche che portano alla rovina quelli che dipendono da loro (Matteo 15,14).
A questo punto l’autore interviene con una constatazione personale mettendo quelli che pretendevano di essere al di sopra di tutti, di fronte alla realtà più sconvolgente nella sua ovvietà: moriranno come tutti i loro sudditi (vv. 6-7). Messa a conclusione del processo la frase acquista il valore di sentenza definitiva: è una condanna a morte.
A leggere il testo ebraico, si è colpiti dal richiamo anche sonoro con un altro testo dove si parla di ‘adam (uomo) a cui è promesso che sarebbe diventato come elohìm (come Dio) mentre nel Salmo agli elohìm  (giudici) è annunciato che avranno la sorte come ‘adam (come uomo); alla promessa ‘al temutùn (non morirete) corrisponde nel Salmo la condanna severa: temutùn (morirete). Si tratta del capitolo terzo di Genesi dove si presenta la provocazione del serpente alla quale l’uomo non ha saputo resistere. Viene così presentato un capovolgimento totale della situazione: l’uomo vuole diventare come Dio allettato dall’illusione di essere immortale – gli uomini che si sono illusi di essere come Dio sono condannati a subire la triste sorte dei comuni mortali.
È una satira feroce, dissacrante. In Genesi la fine della grande illusione porta la consapevolezza della propria nudità, ma permette ancora di vivere; nel Salmo si va oltre e si prospetta l’irreparabile. Non basterà la foglia di fico e nemmeno la tunica procurata da Dio a nascondere il fallimento della superbia dell’uomo, destinato a dissolversi nella corruzione del sepolcro.
L’ultimo versetto forma una perfetta inclusione con il versetto iniziale. In 1 si descrive l’inizio di un processo che vede come imputati gli stessi giudici; in 8 si invoca il Giudice supremo perché emetta la sua sentenza che va oltre gli imputati presenti e coinvolge tutti i popoli della terra con i loro governanti.

Anche l’autore era uno degli Elohìm!
Un’ultima annotazione, utile per inquadrare meglio il nostro testo. Il Salmo è attribuito ad Asaf, presentato come autore di altre dodici composizioni della stessa collezione (Salmo 50; 73-83). Anche ad una lettura veloce di questi dodici Salmi si nota una certa continuità tematica poiché ritorna il tema della giustizia di Dio , anche se espressa con formule diverse. Asaf è presentato come capo dei cantori, incarico che si dice gli sia stato conferito dallo stesso Davide (1 Cronache 16,5.7).
Vista l’importanza che veniva data al culto nel tempio e il ruolo di primo piano attribuito ai cantori, siamo autorizzati a pensare che Asaf appartenesse in qualche misura al gruppo dei capi religiosi, cioè a quelli che erano considerati Elohìm. Era dunque uno che conosceva dal di dentro il funzionamento dei centri di potere e la mentalità che guidava i comportamenti dei potenti. Dagli scritti che gli sono attribuiti risulta che doveva essere molto critico nei confronti dell’ambiente che si era creato intorno ad un’aristocrazia sempre più lontana dalla vita reale del popolo.
Questa considerazione ci riporta alla domanda iniziale: chi erano gli elohìm destinati a morire, di cui parla la Bibbia? Erano esseri alieni colonizzatori degli uomini di cui hanno finito per condividere la sorte? Oppure erano uomini come tutti che si erano montati la testa credendosi superiori agli altri? Uno di loro, Asaf, ha avuto il coraggio di uscire dal coro degli adulatori e gridare, come il bambino della favola: “il re è nudo!”.
Prendendo in prestito il titolo di un noto filmetto, snobbato dalla critica impegnata, potremmo concludere anche noi: “I capi, extra-terrestri?… poco extra e molto terrestri”.
Giovanni Boggio

Ecco il testo del Salmo nella traduzione ufficiale della Chiesa cattolica italiana
1  Salmo. Di Asaf.
    Dio presiede l’assemblea divina,
    giudica in mezzo agli dèi:

2  «Fino a quando emetterete sentenze ingiuste
    e sosterrete la parte dei malvagi?
3  Difendete il debole e l’orfano,
    al povero e al misero fate giustizia!
4  Salvate il debole e l’indigente,
    liberatelo dalla mano dei malvagi!».

5  Non capiscono, non vogliono intendere,
    camminano nelle tenebre;
    vacillano tutte le fondamenta della terra.

6  Io ho detto: «Voi siete dèi,
    siete tutti figli dell’Altissimo,
7  ma certo morirete come ogni uomo,
    cadrete come tutti i potenti».

8  Àlzati, o Dio, a giudicare la terra,
    perché a te appartengono tutte le genti!


lunedì 2 marzo 2015

… MA GIONA NON È COSÌ


La Bibbia tradita dalla Liturgia?

… MA GIONA NON È COSÌ

La pagina dell’Antico Testamento proposta come prima lettura nella messa del mercoledì della prima settimana di Quaresima è tratta dal libro di Giona 3,1-10. Leggendo il racconto delimitato da questi versetti si rimane ammirati della prontezza dimostrata dal profeta nell’ubbidire al comando di Dio, della sua fedeltà nell’annunciare il messaggio che gli era stato affidato e della risposta immediata di tutti gli abitanti di Ninive all’invito alla conversione. Soprattutto è consolante e rassicurante l’affermazione del perdono concesso da Dio a quelli che nella cultura dell’epoca erano considerati il popolo più violento e crudele, gli Assiri che avevano come capitale del loro impero la grande città di Ninive.


I fedeli che hanno sentito leggere questo racconto e ne hanno compreso il messaggio certamente ne hanno ricavato un’impressione positiva sia nei confronti del profeta sia riguardo ai niniviti con la loro conversione tanto esemplare da essere portata come esempio da Gesù stesso, come si leggeva nella pagina evangelica letta subito dopo.

Il testo proposto dalla Liturgia è preso dal capitolo terzo del libro di Giona. Ma che cosa è raccontato prima e come continua il racconto?

Nel capitolo primo al versetto 2 leggiamo che il Signore ordina al profeta di andare a Ninive. Il profeta non dice nemmeno una parola, ma semplicemente si imbarca su una nave in partenza per una località che si  trova al confine occidentale del mondo conosciuto, invece di incamminarsi verso oriente dove appunto si trovava la capitale dell’Assiria. Nel v. 3, come se non bastasse, si legge per due volte la motivazione della scelta compiuta da Giona: voleva andare «lontano dal Signore».  Segue il racconto della tempesta, l’incredibile avventura con il mostro marino e il salvataggio insperato (capitolo 2).

Nella logica del racconto questa prima parte prepara la seconda che inizia appunto con il brano del capitolo 3 che abbiamo letto. È evidente l’intenzione dell’autore di presentare la brutta avventura vissuta dal protagonista come una lezione esemplare datagli da Dio che ripete l’ordine di andare a Ninive. Solo a questo punto il profeta ubbidisce senza fiatare.

Le prime parole che gli sono attribuite in questa seconda missione sono significative perché corrispondono alle aspettative del profeta: «Ninive sarà distrutta», ma ottengono un risultato opposto a quello che lui si aspettava: «Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece».

Che il profeta desiderasse la distruzione di Ninive non è stato detto apertamente finora dal racconto che però è costruito in modo tale da insinuarlo nel lettore. Nel c. 4 il nostro profeta diventa all’improvviso loquace e riversa contro Dio tutta la bile che aveva accumulato nel suo mutismo precedente. Non possiamo ora analizzare lo scambio di battute che rivela da una parte la bontà e la misericordia di Dio e dall’altra la grettezza astiosa e l’odio verso i nemici che continuavano ad animare il comportamento del profeta. È sufficiente ricordare il desiderio ripetuto tre volte: «Or dunque, Signore, toglimi la vita perché meglio è per me morire che vivere!» (4,3.8.9) per capire chi è il protagonista umano descritto magistralmente da un autore che vuole esaltare la misericordia di Dio.

Per ora mi basta aver evidenziato che il racconto biblico ci presenta un personaggio che ha sentimenti e comportamenti molto diversi da quelli che appaiono dalla lettura di alcuni versetti isolati dal contesto. Penso che sia evidente il fatto che usando fedelmente le parole della Bibbia si possa far dire alla Bibbia l’opposto di quello che effettivamente essa insegna.

A giustificazione della scelta operata dalla Liturgia, va detto che il messaggio centrale, “Dio è misericordioso” risulta anche dai pochi versetti proposti nella lettura, ma la forza dirompente del racconto biblico viene annacquata. La bontà di Dio verso i peccatori acquista un rilievo particolare dal contrasto con i sentimenti che animano il profeta.

Senza contare che isolando pochi versetti non si capisce nemmeno la motivazione che ha spinto un autore ebreo ad attribuire a un altro ebreo qualificato, comportamenti così odiosi fino a fargli raggiungere la bestemmia. Il dramma di un popolo lacerato da divisioni interne a motivo della sua fede, svanisce e lascia il posto ad una vicenda percepita come improbabile con il rischio di alimentare dubbi sulla veridicità delle pagine bibliche.

 Invece la situazione storica che ha dato origine a questo libretto straordinario della nostra Bibbia è rappresentata con realismo estremo e con una forza espressiva che si trova raramente in altri testi letterari, non solo della Bibbia.

Ma bisogna leggerlo per quello che è, liberandoci dai pregiudizi culturali che abbiamo ereditato da letture radicate nei secoli precedenti. Solo se riusciamo a capire perché sono state scritte certe pagine saremo in grado di comprenderne il significato e di coglierne il messaggio che continua ad essere valido anche ai giorni nostri.