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Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

lunedì 19 ottobre 2015

MISERICORDIA ESIGENTE


MISERICORDIA ESIGENTE


      La misericordia di Dio è stata proposta dal papa Francesco come tema di riflessione per l’anno giubilare che sta per incominciare. Si tratta certamente di un argomento centrale nella Bibbia. È facile costatarlo anche solo vedendo il numero di volte in cui compaiono i termini che esprimono questa idea. Si potrebbe raccogliere un’antologia di testi biblici che presentano la fede del popolo di Israele in un Dio caratterizzato dall’amore che si esprime soprattutto nella misericordia.

C’è un testo molto citato quando si parla del nostro tema. Si trova nel libro dell’Esodo (34,6) dove si narra che Dio presenta se stesso a Mosè con queste parole: « Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Questa automanifestazione di Dio introduce la scrittura delle seconde tavole della Legge (i “Dieci comandamenti”) viste come segno concreto della benevolenza di Dio nonostante l’infedeltà del popolo e la strage che ne era seguita, interpretata come castigo divino. Il riferimento è all’episodio conosciuto come “l’adorazione del vitello d’oro”, soggetto anche di molte rappresentazioni artistiche, grazie alle quali è diventato un cliché interpretativo della Bibbia spostando l’attenzione sulla spettacolarità del racconto e facendo passare in secondo piano la misericordia di Dio.

Questo spostamento di interesse che si è verificato anche in altre occasioni, ha una sua spiegazione in quanto è più facile rappresentare il peccato che non il pentimento e il perdono. Tanti modi di dire popolari lo confermano. Ciò non toglie che la conoscenza della Bibbia a livello popolare sia stata condizionata da presentazioni parziali e per ciò stesso fuorvianti.

Se focalizzare l’attenzione sul peccato del popolo e sul castigo che ne è seguito significa trasmettere un messaggio dimezzato e quindi falso, lo è altrettanto presentare l’altra metà del messaggio isolandola dal contesto letterario in cui è inserita. In questo modo si attribuiscono alle parole della Bibbia dei significati che non hanno, correndo il rischio di falsificare l’autentico messaggio che Dio, secondo la fede che si professa, voleva comunicarci.

È il caso del testo di Esodo 34,6 che, come abbiamo visto ci dà una definizione di Dio bellissima e incoraggiante. Ma se proseguiamo nella lettura del versetto che segue, troviamo un’affermazione che lascia sconcertati: «… ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione» (Esodo 34,7).

È questo il vero messaggio che ci propone la Bibbia nel comporre l’identikit di Dio: misericordioso ma anche esigente, misericordia e castigo. Ci piaccia o non ci piaccia. Sono le due facce della stessa medaglia che non possiamo separare. Dovremo sforzarci di capire il loro rapporto per poterlo anche spiegare, ma non possiamo far finta di niente e spacciare come insegnamento autentico quello che è soltanto una mezza verità. Inoltre un messaggio ridotto alla sola misericordia non tiene conto della realtà che si presenta il più delle volte con una faccia drammatica che sembra suggerire un’immagine di Dio ben diversa.

Il racconto di Esodo 34 è legato strettamente a quanto narrato nello stesso libro al capitolo 20 che presenta quella che potremmo chiamare la “prima edizione” del Decalogo. In breve, Mosè l’avrebbe distrutta a seguito del peccato del popolo e, come abbiamo visto, sarebbe stata sostituita da un’altra stesura. Stranamente, l’elenco dei dieci comandamenti ricordati da tutti è quello distrutto, mentre quello riportato al capitolo 34 è conosciuto quasi solo dagli studiosi. Ma la cosa interessante per il tema che stiamo affrontando, è il confronto tra l’autopresentazione di Dio che troviamo nel testo di Esodo 20,5-6 con quella del capitolo 34.

Nei due “identikit” (mi si passi il termine) i “tratti segnaletici” che permettono di identificare il Dio  biblico sono gli stessi: misericordia e severità. Però nel capitolo 34 è elencata per prima la misericordia mentre nel capitolo 20 si presenta per prima la severità. Il primo posto dato alla misericordia non è casuale, come ho già sottolineato. Altrettanto si può dire per la severità, ben comprensibile nello scenario terrificante in cui è inserita la consegna della “Legge” nel capitolo 20.

Ma leggiamo il testo. «Io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi» (Esodo 20,5-6). Molti lettori si fermano inorriditi alla fine del v. 5 perché non accettano l’idea che Dio possa essere così crudele e ingiusto. Basterebbe fare un piccolo sforzo e continuare con la lettura del versetto seguente per capire il significato della frase completa: come tre o quattro sono una piccola quantità se paragonati a mille, così i castighi di Dio sono una piccola cosa di fronte alla sua bontà.

I due identikit coincidono nel descrivere lo stesso soggetto, l’unica differenza consiste nella faccia della medaglia che viene presentata per prima ma non per questo deve essere considerata l’unica. Se vogliamo conoscere il messaggio autentico trasmesso dalla Bibbia, non solo in riferimento diretto a Dio, dobbiamo leggere i testi nella loro completezza narrativa, cioè come unità letterarie significative e non come affermazioni isolate.

Soltanto a questa condizione quella che ad un primo impatto poteva sembrare una dichiarazione di crudeltà spietata diventa invece l’affermazione più consolante di tutta la Bibbia. Ma bisogna rispettare il testo per quello che dice e capire il senso delle parole. Anche in questo caso una lettura “selettiva” del testo può portare al fraintendimento del suo significato con risultati devastanti. Dobbiamo accettarlo per quello che è, non per quello che ci fa comodo. Solo dopo ci chiederemo perché e come gli antichi si erano fatta questa idea di Dio e a questo punto i tecnici daranno le informazioni del caso.

 Un gioco di squadra

Anche nel libro di Ezechiele si affronta il tema dell’apparente ingiustizia e crudeltà di Dio con espressioni identiche a quelle dei testi di Esodo citati. Il problema creava difficoltà tra il popolo anche in quegli anni ed era vissuto sulla propria pelle dai deportati a Babilonia. Non era una questione accademica ma nasceva da una sofferenza incomprensibile condensata in un detto popolare: «I padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (Ezechiele 18,2; Geremia 31,29).

I due profeti reagiscono a questa interpretazione che spingeva ad un atteggiamento di fatalismo. Dando per scontata la punizione per una colpa commessa da altri si rendeva inutile qualsiasi impegno a cambiare comportamento. In pratica si rifiutava quella conversione che invece era la condizione indispensabile per ottenere il perdono di Dio, cioè per diventare oggetto della sua misericordia.

«Colui che ha peccato e non altri deve morire; il figlio non sconta l’iniquità del padre, né il padre l’iniquità del figlio. Al giusto sarà accreditata la sua giustizia e al malvagio la sua malvagità» (Ezechiele18,20). E ancora continuando sullo stesso tema: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio – dice il Signore Dio – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» (18,23). Il profeta interpreta il desiderio che Dio ha di manifestare la sua misericordia, ostacolato soltanto dall’ostinazione dell’uomo nel compiere il male.

In questi testi di Ezechiele e in molti altri dello stesso tipo non si trova il termine “misericordia” ma il messaggio che viene comunicato è lo stesso di quello evidenziato nel testo di Esodo: Dio perdona anche le colpe peggiori a patto che il colpevole desista dal suo comportamento malvagio. In altri termini, Dio rispetta la libertà che ha donato all’uomo e accetta le sue scelte.

Resta però ancora da capire il fatto che, oggettivamente nella storia dei popoli come in quella delle famiglie, si verifica proprio quello che facciamo tanta difficoltà ad accettare: le colpe dei padri (o dei responsabili dei governi) ricadono sui figli o sui sudditi. Bisogna però vedere anche l’altra faccia della medaglia. I figli o i sudditi godono anche dei vantaggi ottenuti dalle scelte intelligenti fatte dai padri o dai capi. In ogni caso tutti sono coinvolti, nel bene o nel male, dalle conseguenze di decisioni prese da altri.

Penso che questa situazione veniva sperimentata soprattutto nell’esperienza della vita delle tribù dove tutto era condiviso ed era impensabile, o del tutto eccezionale, vivere isolati. Anzi, l’allontanamento dalla tribù equivaleva ad una condanna a morte (cfr. Genesi4,13-14). Per usare un’immagine più vicina alle nostre abitudini, potremmo dire che tutta la vita era come un gioco di squadra, dove l’autogol di un giocatore segna la sconfitta di tutti, come anche la prodezza di uno fa considerare vincitore anche chi ha sbagliato tutto o addirittura è rimasto in panchina.

Il coinvolgimento in una sorte comune, nel bene o nel male, non impedisce una valutazione del singolo anche opposta a quella data alla squadra. Un giocatore bravo può meritare un otto anche se la squadra è stata sconfitta come può ricevere un quattro chi ha giocato malissimo in una squadra vincitrice. La responsabilità personale è tenuta distinta da Dio da quella collettiva anche se le condizioni generali sembrano premiare i colpevoli o punire gli innocenti.

Ma anche in questo caso non possiamo fermarci a citare soltanto i testi che presentano il lato simpatico delle vicende umane, perché la Bibbia si pronuncia anche sull’aspetto, meno gradevole ma purtroppo reale, della vita e cioè l’esistenza del male. I testi di Ezechiele che abbiamo visto sono inseriti in un contesto letterario più ampio che sviluppa il tema della responsabilità personale, su cui il profeta ritorna più volte.

Soprattutto nel capitolo 18 il profeta presenta i diversi comportamenti dell’uomo a cui si contrappone la risposta di Dio. Che non è mai accomodante, non dice mai “facciamo finta che…”. Il Dio presentato dalla Bibbia ci prende terribilmente sul serio, ci ritiene persone responsabili, consapevoli delle nostre scelte. Ma non ci nasconde le conseguenze che ne derivano e fa di tutto per evitarci il fallimento delle nostre illusioni.

«Ma se uno ha generato un figlio violento e sanguinario che commette azioni inique, mentre egli non le commette, e questo figlio mangia sui monti, disonora la donna del prossimo, opprime il povero e l’indigente, commette rapine, non restituisce il pegno, volge gli occhi agli idoli, compie azioni abominevoli, presta a usura ed esige gli interessi, questo figlio non vivrà; poiché ha commesso azioni abominevoli, costui morirà e dovrà a se stesso la propria morte.

Ma se uno ha generato un figlio che, vedendo tutti i peccati commessi dal padre, sebbene li veda, non li commette… costui non morirà per l’iniquità di suo padre, ma certo vivrà. Suo padre invece, che ha oppresso e derubato il suo prossimo, che non ha agito bene in mezzo al popolo, morirà per la sua iniquità» (Ezechiele 18,10-14.17-18).

Siamo sinceri, al di là del linguaggio legato ad una cultura diversa dalla nostra, non è quello che anche noi vorremmo vedere quando ci troviamo di fronte ai comportamenti di tanti nostri contemporanei che ripetono tali e quali i delitti denunciati dal profeta? C’è una sintonia profonda tra la presentazione fatta dalla Bibbia della reazione di Dio di fronte al male e quella che proviamo anche noi. Ma a patto di non cadere poi nella trappola di lasciarci sedurre dal fascino esercitato dai comportamenti che condanniamo quando sono seguiti dagli altri.

 

lunedì 5 ottobre 2015

IL LIBRO DEL SIRACIDE




Un ponte tra due culture



Una volta era conosciuto con il titolo di Ecclesiastico, derivato dal latino della Vulgata. Oggi si preferisce indicarlo con un nome che ricorda l’autore. Ma poiché si trattava di un certo Gesù, figlio di Sirach, si è pensato che il nome potesse creare confusione inducendo a pensare che fosse una specie di vangelo scritto dal Gesù che tutti conosciamo. A scanso di equivoci si è scelto di usare un titolo assolutamente corretto anche se incomprensibile ai più. Si tratta di un “patronimico” cioè derivato dal nome del padre che si chiamava Sirach. Si è perso il riferimento ambiguo a Gesù e si è indicato il libro come “opera del figlio di Sirach”.


Ma il testo che abbiamo non è l’opera originale bensì una traduzione. L’ha fatta un nipote dell’autore, che ha voluto far conoscere il lavoro del nonno ai suoi amici. Ma poiché viveva in Egitto dove si parlava greco, si è sentito in dovere di tradurre dalla lingua ebraica quel libro che gli era particolarmente caro. La traduzione è stata impegnativa, lo dichiara lui stesso nella prefazione, ma ha affrontato volentieri quella fatica, vista l’importanza del libro. Non conosciamo il nome di questo nipote affettuoso e intraprendente che ha scelto l’anonimato per non togliere nulla alla grandezza del nonno.

La traduzione greca dev’essere stata particolarmente apprezzata se ha finito per sostituire il testo ebraico che venne dimenticato. La cosa ha avuto come conseguenza la sua esclusione dall’elenco di libri considerati sacri dagli Ebrei. Il ritrovamento di alcune pagine del Siracide in ebraico, avvenuto in seguito, non ha modificato il rifiuto ufficiale da parte dell’ebraismo.

Come si vede, la storia di questo libro è piuttosto complicata. Se passiamo a vederne i contenuti scopriamo altre cose interessanti, ad esempio troviamo nell’Introduzione, la prima attestazione dell’uso di dividere la Bibbia scritta in ebraico, in tre blocchi: Torah, Neviim, Ketubim (Legge, Profeti, Scritti). Il libro del Siracide andrebbe collocato nel terzo blocco perché appartiene al gruppo di scritti che hanno come caratteristica la ricerca della felicità attraverso l’uso intelligente delle risorse fornite dalla natura. Sono gli scritti definiti “sapienziali”.

L’uso della lingua greca non è stato solo un fatto linguistico ma ha implicato anche l’apertura ad una cultura fondata su basi diverse da quelle cui si ispirava la fede degli Ebrei. Per questi, la conoscenza del mondo avveniva soprattutto grazie alla fede in una rivelazione fatta dalla divinità attraverso le leggi e gli interventi dei profeti che annunciavano la parola di Dio (Torah e Neviim). Negli Scritti era già riconosciuto il ruolo della ragione per spiegare i misteri della vita ma questo atteggiamento, che possiamo considerare marginale nel mondo ebraico, era prevalente nella cultura greca.

Il Siracide si presenta quindi come un ponte tra i due mondi culturali: nasce e si sviluppa nella mentalità ebraica ma si fa conoscere entro i parametri di una cultura diversa. L’abbandono della lingua ebraica a favore del greco riconosceva implicitamente ad ogni lingua la capacità di esprimere la volontà di Dio. Questa convinzione permetterà ad altri Ebrei di scrivere direttamente nella lingua greca le loro riflessioni, come avverrà per il libro della Sapienza.

A proposito della lingua, il nipote che ha tradotto l’opera del nonno doveva conoscere bene l’ebraico e ne aveva grande stima se invitava i lettori ad essere indulgenti se non era riuscito “a rendere la forza di certe espressioni. Difatti le cose dette in ebraico non hanno la medesima forza quando vengono tradotte in un’altra lingua. E non solo quest’opera, ma anche la stessa legge, i profeti e il resto dei libri nel testo originale conservano un vantaggio non piccolo”. È interessante che l’importanza della lingua ebraica è riconosciuta per quello che è in se stessa, per le sue qualità intrinseche e non perché sia ritenuta una lingua sacra.

La convinzione che lo fosse è stata una delle cause per cui non sono stati inseriti nell’elenco dei libri sacri quelli scritti in greco. Invece il traduttore del Siracide considera l’ebraico una lingua straordinaria capace di esprimere idee e sentimenti con una “forza” (così la descrive) che altre lingue non possiedono. Io aggiungerei anche un’altra considerazione, e cioè la lingua che noi chiamiamo ebraica in realtà è la lingua delle popolazioni locali (i “cananei”). Gli Ebrei non l’hanno inventata ma l’hanno imparata stando in mezzo alla gente del paese dove si erano trasferiti come immigrati. Il merito indiscusso degli Ebrei, e di cui siamo loro perennemente grati, è di aver scritto una quantità di testi in quella lingua e di averli conservati con cura quasi maniacale, mentre i cananei ci hanno lasciato poche tracce scritte della loro storia e della loro cultura.

 Il nipote di Gesù figlio di Sirach non pensava certamente di compiere un’impresa di questa portata quando faticava a tradurre l’opera del nonno. Però senza saperlo ha compiuto un passo importante che permetterà ai cristiani di servirsi del greco per comunicare il messaggio di un altro Gesù figlio di un falegname, un ebreo che conosceva l’ebraico ma si esprimeva in aramaico, che ha avuto la pretesa di rivolgere il suo insegnamento a tutti i popoli. E come poteva farlo se non in greco?

Ma grazie all’intuizione di quell’anonimo traduttore e alle circostanze che hanno salvato il libro, oggi noi possiamo fruire degli insegnamenti di quella che consideriamo “la Bibbia intera” nelle due parti che la compongono, conosciute con il nome di Antico e Nuovo Testamento. A tutto questo complesso di scritti noi riconosciamo la finalità dichiarata nel Prologo del Siracide: “perché gli amanti del sapere… possano progredire sempre più nel vivere in maniera conforme alla legge”.


giovedì 30 luglio 2015

BIBBIA ED EXPO


LA BIBBIA E L’EXPO

 

Non ho visitato l’EXPO né ho intenzione di andarci. Ma ho letto i giornali, ho visto la TV e mi sono fatto un’idea di che cosa si tratta. Al di là delle facili critiche per le spese enormi che è costata e per la prevedibile inutilità sul piano pratico dei cambiamenti che dovrebbe portare, sono convinto che la manifestazione mondiale presenta più di un aspetto positivo. Ne ho avuto conferma leggendo la pagina del vangelo che la liturgia cattolica ha proposto per domenica 26 luglio.

È il racconto di un episodio molto noto, la moltiplicazione dei pani e dei pesci compiuta da Gesù (Giovanni 6,1-15). Non intendo spiegare quanto è avvenuto. Mi fermo solo su alcuni particolari che mi hanno fatto pensare a quanto sta avvenendo a Milano e alle aspettative di trasformazione nel modo di gestire le politiche riguardanti l’alimentazione.

Per prima cosa ho notato l’attenzione di Gesù al bisogno di cibo della gente che lo seguiva. Si dà per scontato che per avere il pane lo si debba comprare. Il problema evidenziato da Filippo è la mancanza di risorse economiche. L’apostolo doveva essere un esperto se era riuscito a fare un calcolo rapido della somma necessaria a soddisfare un minimo del fabbisogno. Forse i “duecento denari” erano la disponibilità della cassa del gruppo. L’osservazione lascia supporre che gli apostoli fossero pronti a rinunciare al loro capitale per dare da mangiare alla folla.

L’intervento di Andrea è sulla stessa linea. Ma questa volta coinvolge un ragazzo, presentato come l’unico previdente che si era procurato una scorta di viveri non da poco. Cinque pani e due pesci potevano bastare anche per più di un pasto, pur tenendo conto della fame di un ragazzino in pieno sviluppo.

È facile immaginare la sua reazione quando Andrea, a cui aveva confidato il suo segreto, non solo lo fa conoscere a tutti ma addirittura gli prende il tesoro su cui contava per consegnarlo a Gesù. Il Vangelo non lo dice, ma mi piace immaginare che i primi pani e pesci distribuiti dagli apostoli siano stati consegnati proprio al vero eroe. I duecento denari erano rimasti in cassa, l’unico che aveva pagato di tasca propria era lui, l’anonimo e involontario collaboratore.

Ultima sorpresa: la raccolta dei rifiuti. La scena è ambientata in aperta campagna. Nessuno si sentirebbe in colpa per aver lasciato sul prato un pezzo di pane dopo averne mangiato a sazietà. Tanto più che si trattava di un prodotto biodegradabile che sarebbe tornato alla terra da cui proveniva.

Invece per Gesù nulla deve essere sprecato. Il racconto non dice che fine abbiano fatto i dodici canestri pieni degli avanzi raccolti. Notiamo che si parla di “canestri”, termine che indica un contenitore domestico destinato a conservare anche derrate alimentari. Noi invece gli avanzi li buttiamo nei “cassonetti”, termine collegato all’idea di un recipiente per cose inutili.

Per Gesù il cibo è un dono e deve essere rispettato per il suo valore intrinseco e per rispetto a chi lo ha donato. L’invito a comprare il pane presuppone una società basata su una struttura economica nella quale il lavoro viene retribuito con denaro. La situazione descritta nel brano di vangelo presenta un caso eccezionale, un’emergenza a cui far fronte superando l’egoismo individualista per lasciar posto alla condivisione e alla solidarietà.

Non viene proposto un “manifesto” per regolare la vita normale. Paolo avrà il coraggio di dirlo apertamente con tono provocatorio: “chi non vuole lavorare, neppure mangi” (2 Tessalonicesi 3,10) denunciando il comportamento di alcuni che “vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione” (3,11). Sono individui senza dignità, parassiti fastidiosi, sanguisughe insaziabili.

Trasformare l’emergenza in condizione di vita permanente era una trappola invitante e suggestiva, anche a quei tempi. E i destinatari della moltiplicazione miracolosa dei pani e dei pesci, ci sono cascati: vogliono costringere Gesù a diventare loro re. È questo il risvolto politico che conclude il racconto. Chi ha dimostrato la capacità di risolvere i problemi dell’alimentazione è certamente in grado di governare il popolo che in cambio gli assicurerà il suo consenso. Era il ragionamento “politicamente corretto” fatto da quei cinquemila fortunati.

Gesù taglia corto, non lascia spazio ad equivoci. Il racconto era iniziato con Gesù che saliva sulla montagna attorniato dagli apostoli e dalla folla, e si conclude con Gesù che sale ancora sulla montagna. Ma questa volta è “tutto solo”.

 

E l’EXPO?

Gli organizzatori non hanno certamente pensato a questa pagina di vangelo quando hanno scelto il tema della manifestazione. Però è innegabile che ci sia una convergenza di interessi e di contenuti tra queste due realtà.

Mi pare evidente prima di tutto l’attenzione al problema dell’alimentazione, a livello mondiale per l’EXPO, in ambito limitato per l’episodio evangelico. È una sensibilità che sta crescendo e che non era presente nel passato. Penso che questa consapevolezza sia anche frutto di un influsso della cultura ebraico-cristiana, che dipenda in qualche misura da quelle “radici” che non sono state accettate ufficialmente ma che, nonostante tutto, continuano a portare i loro frutti benefici.

In secondo luogo trovo una consonanza profonda nel tema della solidarietà nell’affrontare il problema e nell’impegno concreto per risolverlo. La facilità delle comunicazioni di notizie e degli scambi di merci rendono oggi possibili interventi di aiuto una volta impensabili. La condivisione dei beni sta diventando sempre più anche un vantaggio economico senza perdere la sua dimensione umanitaria altruistica.

Il riutilizzo degli avanzi alimentari sta entrando sempre di più nella coscienza comune e si collega con il rispetto dell’ambiente naturale. “Evitare gli sprechi” non è solo uno slogan demagogico per denunciare lo sperpero di beni materiali ostentato dai ricchi, ma sta diventando una convinzione condivisa sempre più ampiamente. Si tratta della stessa sopravvivenza dell’umanità e non di uno spauracchio per contrastare il benessere di pochi privilegiati.

Ho l’impressione che tutti questi aspetti siano presenti nelle intenzioni dichiarate da chi ha organizzato la kermesse mondiale in corso. Mi pare anche di riscontrare un parallelismo con la pagina evangelica e una condivisione di valori a livello di dichiarazioni ufficiali. Che poi queste affermazioni programmatiche abbiano un seguito effettivo nella pratica si potrà vedere solo nei prossimi anni. Da quello che si può intuire oggi, penso che sia lecito dubitare della limpidezza delle intenzioni e del disinteresse di chi ha investito nell’EXPO una barca di soldi. Lo ha fatto senza sperare in un rientro economico oltre che di immagine?

Soprattutto mi pare difficile pensare che ci sia qualcuno tra gli espositori disposto ad imitare Gesù che si sottrae al successo assicurato per rimanere solo, contento di aver fatto del bene senza sperare di averne un vantaggio personale.

Ma con Gesù siamo su un altro piano. E sono contento di tenermi il mio Vangelo che dimostra la sua freschezza e la sua attualità sconvolgente anche su un tema che può sembrare tanto lontano da quella spiritualità disincarnata che gli è stata attribuita.

venerdì 24 luglio 2015

RAGIONE VS FEDE?


RAGIONE VS FEDE?

 

 Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano”. Così leggiamo nel primo capitolo del libro della Sapienza che continua affermando che “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità,  lo ha fatto immagine della propria natura” (Sapienza 1,13-14a. 2,23).

Il libro che contiene queste affermazioni così chiare fa parte della Bibbia ma non è accolto dagli Ebrei. Il motivo è semplice: gli Ebrei riconoscono soltanto come fondamento della loro fede i libri scritti in ebraico, ritenuto la lingua sacra. Il libro della Sapienza invece è stato scritto in greco e si trova nella raccolta di libri conosciuta come “Traduzione dei Settanta” (LXX).

Si tratta appunto di una traduzione in lingua greca di tutti i libri scritti in ebraico a cui sono stati aggiunti altri testi che sono pervenuti a noi soltanto in greco. I traduttori erano tutti ebrei e questo dimostra che nel secondo secolo prima della nostra era il mondo ebraico era attraversato da discussioni e dibattiti tra gruppi legati alle antiche tradizioni e gruppi aperti alle suggestioni provenienti dal mondo greco profondamente segnato dalle riflessioni della filosofia.

Non si trattava dunque solo di una questione di lingua. Era un modo nuovo di affrontare l’interpretazione della vita e di trovare risposte soddisfacenti alla necessità di dare un senso alle vicende umane. La cultura in cui affondava le radici la religione ebraica cercava queste risposte nella volontà divina, comunicata attraverso gli interventi dei profeti o mediante codici di leggi presentate come dettate dallo stesso dio nazionale per il bene dei suoi sudditi.

La Grecia condivideva questa mentalità, basti pensare ai vari oracoli che dispensavano responsi a nome di Apollo. Però grazie ai filosofi si era aperta la strada alla ricerca di senso basata sulle capacità umane più che su una rivelazione ricevuta da Dio. La sua stessa esistenza era raggiunta attraverso il ragionamento.

Davvero vani per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non furono capaci di riconoscere colui che è, né, esaminandone le opere, riconobbero l’artefice”. “Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore” (Sapienza 13,1.5). I filosofi moderni contestano la validità questa impostazione logica. I filosofi greci la ritenevano soddisfacente e su di essa potevano dichiarare “irrazionale” la negazione della fede nell’esistenza di un Essere superiore.

Ma era considerato contrario alla ragione anche un comportamento diverso da quello derivante dalla conoscenza di Dio, considerato l’origine di tutte le realtà esistenti. L’affermazione “(Dio) infatti ha creato tutte le cose perché esistano” è frutto di un ragionamento basato sull’attività produttiva dell’uomo. Se è irrazionale produrre o costruire qualcosa per il gusto di distruggerlo anche Dio deve agire secondo lo stesso criterio che guida l’attività umana. Quindi se Dio comunica la vita non vuole la sua soppressione violenta e nemmeno condizioni tali da renderla precaria.

 

Ragione e fede a braccetto

Queste considerazioni non nascono dalla “rivelazione” di qualche principio sconosciuto che piove dall’alto ma sono frutto dell’attività che qualifica l’uomo e lo distingue da tutti gli altri esseri: l’intelligenza, la ragione, la libertà, la responsabilità delle proprie scelte. La Bibbia  in lingua greca ci presenta la stessa affermazione solenne “Dio ama la vita e non vuole la sua soppressione” raggiunta attraverso le due strade possibili: la rivelazione da parte dei profeti e la scoperta da parte della ragione.

I racconti della creazione del mondo contenuti nel libro della Genesi, scritti in ebraico, hanno le caratteristiche di una “rivelazione” dovuta all’iniziativa di Dio e offrono una visione positiva della vita, anche se offuscata da una realtà molto diversa con l’introduzione del tema della morte. Le riflessioni sulla vita assolutamente ottimistiche, pensate e scritte in greco, sono frutto della ricerca umana che conosce anche il fallimento. Sono le due strade che portano alla stessa conclusione.

La Bibbia ebraica contiene diversi testi che presentano insegnamenti per realizzare una vita felice senza ricorrere ad una rivelazione particolare per mezzo di profeti o di leggi specifiche: sono i cosiddetti libri Sapienziali. Però a differenza di quelli derivati dalla cultura greca, non fanno riferimento alla ragione ma all’esperienza quotidiana trasmessa dagli anziani. Alcuni capitoli del libro dei Proverbi (10-31) raccolgono considerazioni nate dall’osservazione di quanto accade nella banalità delle vicende umane descritte a volte con ironia e senso dell’umorismo (10,4-5.26; 11,22; 13,7; 14,4. 20; 15,15; 17,12.23.28; 19,6.24; 20,14; 21,9.19; 22,13; 23,29-35; 24,30-34; 25,14).

Purtroppo i testi biblici sono stati letti con il pregiudizio che dovessero sempre esprimere il carattere sacro che veniva loro attribuito, attraverso un linguaggio forbito, con concetti elevati garantiti dalla firma: “Parola di Dio” oppure “Oracolo del Signore”. In nome del rispetto verso Dio si è imposta una lettura seriosa del testo sacro che in realtà veniva tradito e mutilato, sottoposto ad una censura dettata dalla paura di affrontare la verità. Ringraziando Dio l’opera dei censori non si è spinta ad eliminare i testi giudicati “sconvenienti” che sono giunti a noi con la loro carica esplosiva che fa saltare ogni perbenismo culturale presentandoci la vita reale come capace di esprimere la valutazione che Dio dà del comportamento umano.

 

Il Dio della Bibbia vuole la vita

L’affermazione che Dio vuole la vita delle creature è fondamentale in tutta la Bibbia. E non si tratta di una vita stentata, ma vissuta nella sua pienezza. Le descrizioni che la presentano sono legate, com’è ovvio, all’ambiente particolare, alla cultura e alle abitudini molto diverse dalle nostre. Così il profeta Zaccaria immaginava una vita serena: “Così dice il Signore: Tornerò a Sion e dimorerò a Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata “Città fedele” e il monte del Signore degli eserciti “Monte santo”. Così dice il Signore degli eserciti: Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze” (Zaccaria 8,4-5).

Chi ha visitato i paesi del Medio Oriente prima dell’invasione terroristica di questi ultimi anni, ricorderà certamente scene analoghe popolate di vecchi (mancavano le “vecchie”!) seduti lungo le strade a fumare il narghilè e frotte di bambini che giocavano spensierati. Questo era possibile perché c’era la pace che garantiva sicurezza anche se le condizioni di vita del popolo non erano certo quelle dei nababbi che governavano.

Altri libri della Bibbia descrivono particolari molto concreti che manifestano la volontà di Dio nei confronti del suo popolo. Il testo di Geremia 31,10-14 (che consiglio vivamente di leggere!) parla di ragazze che danzano felici, di giovani che fanno festa insieme ai vecchi, di cibo abbondante e di prima qualità (grano, mosto e olio, carni tenere) a disposizione di tutti. Però non è il paese di Bengodi, del piacere gratuito fine a se stesso. La vita felice è fondata sulla giustizia praticata dagli uomini ed è considerata dono di un Dio che non è geloso della felicità dei suoi figli (Geremia 31,20).  Questi giungeranno a condividere il suo stesso punto di vista (31,31-34) ed agiranno per convinzione personale e non costretti da un codice di leggi.

Evidentemente si parla di un mondo ideale la cui realizzazione sarà guidata da un personaggio che agirà in nome di Dio. Gli viene dato il nome di Messia (consacrato) che sottolinea il suo legame con Dio. La sua presenza futura è affermata con certezza anche se il tempo in cui il sogno si realizzerà rimane sconosciuto.

I cristiani hanno condiviso questa promessa e l’hanno vista realizzata in Gesù di Nazareth. Non si vede però ancora la sua realizzazione nella storia. Perciò è doveroso interrogarsi se i testi biblici che presentano questo tema sono stati letti e interpretati nel modo giusto. Di fronte alla concretezza sconcertante delle descrizioni di un mondo nuovo voluto da Dio, si è preferito rifugiarsi in interpretazioni spiritualiste che svuotavano di contenuto quella che si continuava a proclamare “parola di Dio” ma che si aveva paura di accettare nel suo reale contenuto. Le immagini di un benessere materiale sembravano indegne di un programma di vita proposto da Dio e perciò sono state trasformate in semplici simboli di realtà diverse proiettate in un mondo futuro.

Ma la Bibbia non è fatta solo di promesse che riguardano un futuro messianico di felicità e benessere. Troviamo anche descrizioni di situazioni che sembrano fotografate dal vivo. Tra i tanti testi ricordo solo come un servo di Abramo presenta il suo padrone: “Il Signore ha benedetto molto il mio padrone, che è diventato potente: gli ha concesso greggi e armenti, argento e oro, schiavi e schiave, cammelli e asini” (Genesi24,35).

Però si è preferito interpretare come un’utopia o, al massimo, come simboli di una realtà diversa le immagini di una vita serena, in cui ognuno ha il necessario per vivere felice in armonia con la natura e con gli altri esseri umani. Parole del tipo “grano, vino e olio” hanno finito per perdere il loro significato per indicare qualcos’altro non meglio identificato, come se fossero degli UFO. Pensare che Dio sia contento se le ragazze possono danzare felici o che non esistano più conflitti generazionali tra giovani e vecchi, o che tutti possano mangiare cibi di prima qualità continua a sembrare disdicevole anche se sottolineato da un solenne ”Oracolo del Signore” che conclude il testo di Geremia 31,10-14.

 

Dio parla attraverso la ragione

Ma quello che mi sembra particolarmente interessante nel testo del libro della Sapienza è il fatto che è stato scritto in lingua greca da un ebreo imbevuto della cultura del suo popolo ma anche conoscitore della mentalità greca. Se la cultura ebraica dava importanza all’insegnamento dei profeti che parlavano in nome di Dio, il mondo greco si fondava sulla capacità della ragione umana di conoscere il senso autentico delle cose e il valore della vita. Quello che l’ebreo raggiungeva attraverso una rivelazione profetica il greco lo otteneva usando la ragione.

Su questo tema sono stati scritti migliaia di libri e il dibattito tra gli studiosi continuerà ancora a lungo. Non ho la pretesa di aver scritto la parola fine. Mi sembra però di poter affermare che il Dio presentato nella Bibbia ama la vita nella sua pienezza, con tutte le manifestazioni gioiose che può offrire. Lo ha insegnato con una rivelazione esplicita e anche con la riflessione umana che non è in contrasto con la fede. Per usare un’immagine, è come una linea ferroviaria che è formata da due binari. O si mantengono sempre paralleli o portano alla catastrofe.

Sarebbe interessante anche una riflessione sul valore della vita a partire dalle suggestioni derivate dall’EXPO con le prospettive che apre. Non fanno pensare ad un possibile mondo messianico dove ci sia cibo per tutti e condizioni di pace e libertà? La Bibbia ci dice che è un sogno realizzabile, a patto che ci decidiamo davvero a costruirlo. È quello che Dio si aspetta da tutti noi: che amiamo la vita nella sua pienezza non per pochi privilegiati ma per tutti i suoi figli. Come non si stanca di ripetere papa Francesco.

A questo punto mi aspetto la solita obiezione: “Però la Bibbia è anche violenta perché racconta di guerre e massacri compiuti su ordine di Dio”. Sono abituato a sentirmelo dire e ho già risposto non so quante volte. Una delle ultime è stata su questo blog con un post dal titolo: “Ancora su Bibbia  e violenza” oppure ancheLa Bibbia è crudele”.

 

Giovanni Boggio

 

venerdì 3 luglio 2015

UCCIDERE È RENDERE CULTO A DIO?


UCCIDERE È RENDERE CULTO A DIO?

 

La domanda angosciante dovrebbe affacciarsi alla coscienza di tutti davanti a situazioni che hanno contrassegnato la storia di popoli antichi ma che accompagnano ancora le cronache dei nostri giorni.

L’idea che le religioni siano la causa principale di guerre e di massacri è piuttosto diffusa. Non si fa distinzione, ma tutte sono considerate allo stesso modo. Nei nostri ambienti culturali si è soliti accusare in modo particolare il cristianesimo e soprattutto il cattolicesimo, di aver coltivato l’odio contro chi non era battezzato e non accettava di sottomettersi al papa di Roma. Sempre si tirano in ballo soprattutto le crociate descritte come un gioco al massacro degli infedeli usando come strumento la croce impugnata come una spada.

Le solite “Crociate”

Non intendo affatto sminuire le responsabilità dei cristiani, del papato, dei frati, dei predicatori. In nome di Cristo hanno commesso e istigato a commettere crimini ingiustificabili e non è difficile dimostrarlo. È anche vero che nei secoli successivi, e fino a non molti decenni fa, da parte cattolica si raccontava quella triste storia come un’epopea gloriosa in difesa della fede cristiana, mettendo tra parentesi gli aspetti che oggi invece sono presentati così in primo piano da dare l’impressione che i crociati fossero animati unicamente dal desiderio di trucidare vecchi, donne e bambini per il solo gusto di compiere stragi di innocenti.

A parte il fatto che, in questa ipotesi, resta da spiegare come mai popolazioni imbelli e pacifiche siano riuscite a ributtare a mare guerrieri armati fino ai denti, rinchiusi in fortezze che mettono ancora paura con le loro rovine e animati da odio feroce contro il nemico. Forse organizzando marce per la pace, cortei di protesta, petizioni per chiedere l’intervento di qualche autorità superiore? Non c’è stata, forse, qualche resistenza armata, qualche piccolo scontro di eserciti ugualmente agguerriti, qualche intervento violento per respingere gli invasori?

Questi, da parte loro, erano soltanto dei fraticelli smaniosi di uscire dai conventi di stretta osservanza per assaporare l’avventura mascherandosi sotto l’etichetta di “liberatori del santo sepolcro”? Non c’era per caso anche qualche imperatore che cercava di fare i propri interessi politici ed economici sfruttando la deriva del fanatismo religioso e mettendo in campo i propri eserciti ben armati e addestrati?

Via, siamo sinceri, Non sopravvalutiamo i preti e i religiosi. Sono prete e religioso anch’io e per esperienza vi assicuro che non siamo capaci di organizzare un esercito di quelle proporzioni e con quelle caratteristiche tipiche delle crociate. Al massimo mettiamo insieme un po’ di pellegrini per la terra santa, per qualche santuario che assicuri anche una reception confortevole. Mettendocela proprio tutta riusciamo anche ogni tanto ad organizzare una GMG. Raduniamo anche due milioni di giovani che si danno la carica con canti, balli, preghiere e messe (e forse anche con qualcos’altro…) ma non sfasciano negozi e vetrine. Lasciano solo dei rifiuti un po’ più abbondanti del solito, ma non costringono la polizia ad intervenire in tenuta antisommossa, né con gli idranti o i lacrimogeni e nemmeno con i manganelli.

La storia è “Magistra vitae”?

Penso che ne abbiamo fatta di strada, almeno a livello di sensibilità di fronte al problema del rapporto tra religione e violenza. Ma non è stato sempre così e la Bibbia lo dimostra con descrizioni di violenze inaudite praticate anche su ordine che si riteneva proveniente da Dio stesso. L’uccisione di vite umane come sacrificio offerto a Dio per placare la sua ira era comune a molti popoli antichi ed era condivisa anche dagli Ebrei, nonostante il rifiuto esplicito di queste pratiche espresso ripetutamente nella Bibbia.

Gesù supera in modo radicale questa problematica con il suo unico comandamento dell’amore, anche se finisce pagando con la propria vita la novità rivoluzionaria del suo insegnamento. La nostra cultura che, nonostante non lo voglia riconoscere ufficialmente, affonda le sue radici nella tradizione ebraico-cristiana-greca passando attraverso il filtro dell’illuminismo, non nasconde più la violenza (che però mette ancora in atto) sotto l’etichetta della religione. A denti stretti, ammette che a scatenare le guerre ci sono cause molto terrene e non nobili ideali come si voleva far credere in passato. Non basta certo scrivere sulle proprie divise lo slogan “Gott mit uns” con una croce contorta da un vortice per far passare come guerra di religione quella che è stata frutto di una mente delirante.

Lo stesso delirio però spinge ancora ad uccidere sistematicamente chi si rivolge a Dio in modo diverso dal proprio e a cancellare ogni traccia di altre culture, sopravvissuta alle distruzioni causate dalla barbarie iconoclasta dei secoli passati. Non ci siamo ancora liberati totalmente dall’incubo in cui ci avevano trascinati nazismo, fascismo, comunismo e ci troviamo di nuovo avvolti dalle tenebre di un fanatismo irrazionale che ci lascia basiti e increduli.  E che inoltre offre nuovi e abbondanti argomenti a sostegno della tesi che accusa le religioni di essere la causa delle guerre e di ogni altra violenza.

Ho sviluppato queste riflessioni lunedì mattina 11 maggio meditando sulla pagina del vangelo di Giovanni (16,1-2) proposta dalla liturgia: « Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio ». Sono rimasto colpito dall’attualità delle parole dette da Gesù per esortare i futuri discepoli a non avere paura nonostante le difficoltà che avrebbero incontrato a motivo della loro fede.

Nei secoli passati i cristiani hanno già dovuto affrontare situazioni drammatiche. Però la cultura che condividevano con i loro carnefici li aiutava a metabolizzare in senso positivo l’esperienza della persecuzione.

Ma oggi siamo indifesi dal punto di vista psicologico. Ci troviamo di fronte a qualcosa che ci sembra impossibile tanto è assurdo. Lo è per noi, non per chi non ha nemmeno il coraggio di mostrare la faccia mentre infierisce contro chi è stato legato da un gruppo di teppisti e non può difendersi. Nella nostra cultura chi si comporta così è definito vigliacco come lo è anche chi si intrufola in modo subdolo in un gruppo di persone pacifiche per compiere una strage.

Non sono eroi!

Diciamolo apertamente, ritroviamo la consapevolezza dei valori umani che stanno alla base della nostra cultura, ma siamo anche coerenti nel viverli. Non cediamo alla suggestione della violenza distruttrice. Se era sbagliato quello che anche noi abbiamo fatto in passato non diventa giusto oggi, solo perché è compiuto da bande di fanatici assassini.

Riconoscerli e denunciarli come tali è la condizione irrinunciabile per poterli sconfiggere e renderli inoffensivi. Senza compromessi ideologici o remore psicologiche.

 

(Da Vita della Diocesi di Viterbo, giugno-luglio 2015, pag. 32)

 

 

venerdì 12 giugno 2015

PAROLE DI UOMINI E PAROLA DI DIO

A proposito di “matrimonio e gay”

PAROLE DI UOMINI E PAROLA DI DIO

In principio era la parola”. Incomincia così il vangelo di Giovanni che sembra l’eco della pagina iniziale della Bibbia nella quale Dio con poche parole dà origine all’universo. Nel secondo capitolo della Genesi è l’uomo stesso che assegna un nome agli animali, “e quello è il loro vero nome” commenta l’autore del racconto.
La lingua ebraica dà molta importanza al legame stretto tra la parola e l’oggetto che viene indicato. Anche i nomi delle persone non sono considerati tanto come segni di riconoscimento ma piuttosto come espressione del carattere o del compito che la persona deve svolgere nella vita del popolo.
       Nelle nostre lingue non sentiamo più questa identificazione tra parole e oggetti, il significato delle parole è ritenuto convenzionale, frutto di culture differenti. Una stessa parola può indicare realtà diverse a seconda del contesto linguistico e letterario in cui è inserita. Anche all’interno di una stessa lingua le parole possono essere collegate a cose o ad azioni che non hanno nulla in comune.

Un po’ di enigmistica
Se si vuole esemplificare, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Molti giochi enigmistici si fondano sul valore polisemantico di certi vocaboli. Pensiamo anche solo al termine “sale”: quanti significati può avere? Può indicare il cloruro di sodio oppure altri composti chimici. O può anche essere il plurale di “sala”, oppure la terza persona singolare del presente dal verbo “salire”.
Una trasmissione radio di questi giorni si intitola “610”ma letto: “Sei uno zero!” che potrebbe essere inteso come un insulto (“Non vali niente!”), ma che nell’intenzione degli autori vuole essere solo una battuta spiritosa.
Mi viene in mente la storiella che mi raccontava mia madre, di una sua amica che cercava di bloccare il cameriere ripetendo “Lì, Lì” mentre quello continuava a riempirle il piatto di spaghetti. Per la signora, “Lì” voleva dire “basta così” ma il cameriere (un “immigrato”…) pensava che volesse dire “mettine ancora lì, cioè nel piatto”.
Anni dopo ho sentito lo stesso racconto in chiave di lettura ebraica. Il solito protagonista anonimo, il solito ristorante, il solito cameriere (straniero, questa volta italiano), la solita invocazione accorata che in lingua ebraica suona “Dài”. Ma se in ebraico vuol dire “Basta così”, in italiano comunica il desiderio contrario di un affamato cronico che guarda torvo il cameriere che sembra misurargli il cibo con il bilancino.
Un’altra storiella che si racconta, riguarda un missionario nella selva amazzonica tra una popolazione di lingua quechua. Durante la celebrazione di un matrimonio tra due indigeni il missionario chiese ai due sposi di stringersi la mano destra. Momento di panico generale, mentre i due sposini imbarazzatissimi si esibivano in una manovra inconsueta e tutt’altro che semplice. Tutto finì in una risata generale quando si riuscì a capire che il missionario aveva scambiato le mani con i piedi.

Il “matrimonio” tra gay
La storiella mi introduce finalmente nell’argomento. È un tema insidioso e ci tengo a precisare subito che in questa sede mi interessa unicamente l’aspetto lessicale, come si poteva già dedurre dagli esempi portati all’inizio. Non voglio entrare in problemi di morale o di medicina, di cultura o di politica né di religione, perché sono come mine nascoste pronte ad esplodere se appena sfiorate. Correrò questo rischio perché mi sono sentito provocato dal clamore che si è levato a seguito del referendum svoltosi in Irlanda con il riconoscimento del “matrimonio” tra persone dello stesso sesso e con i dibattiti che ne sono seguiti.
Se non fosse ancora chiaro il mio punto di vista, preciso che la mia reazione ai commenti riguardanti quel voto rivoluzionario non è dovuta al riconoscimento di una condizione di vita, ma unicamente al fatto che per definirla si è usato un termine inadatto, cioè “matrimonio”. Per essere ancora più chiaro, si è incollata un’etichetta che presenta un prodotto diverso da quello contenuto nella scatola o nella bottiglia. In questa sede, ribadisco, non valuto la bontà del prodotto ma soltanto la corrispondenza tra la merce che viene offerta e le parole che me la presentano. Chiedo solo che non si metta l’etichetta “Barolo” su una bottiglia di “Brunello”: ottimi tutti e due, ma voglio sapere cosa mi offrono da bere.
Di fronte ai commenti trionfalistici di chi cantava vittoria, mi sono rivolto a chi conosce il significato e il valore delle parole meglio di quelli che le usano a vanvera o peggio ancora per mascherare un prodotto che inconsciamente sentono di qualità inferiore a quello indicato dall’etichetta con cui lo presentano.

Che cosa dice l’Accademia della Crusca?
E mi sono rivolto all’Accademia della Crusca per sapere che cosa trovo  nella scatola che porta l’etichetta “Matrimonio”. Nel caso più comune si tratta « di ‘unione di un uomo e di una donna che si impegnano, davanti a un’autorità civile o ecclesiastica, a una completa comunione di vita nel rispetto dei reciproci diritti e doveri’». Era proprio quello che pensavo. Ma c’è anche la possibilità che mi trovi di fronte alla stessa situazione vissuta però con una interpretazione religiosa. È quello che la fede della chiesa cattolica considera « ‘sacramento con cui si attribuisce carattere sacro all’unione di un uomo e di una donna’». Cambia la prospettiva ma la realtà di fondo è la stessa.
La terza possibilità presentata si stacca dal concreto per entrare nel mondo della fantasia, delle immagini, del “facciamo finta che” oppure del “più o meno come…”. Con termini tecnici la Crusca afferma: « il lemma può essere impiegato nel senso figurato di ‘unione, associazione di due elementi, strutture, organizzazioni e simili’». Questa è poesia, è arte. È come se nella scatola con l’etichetta “Frutta fresca” trovassi un dipinto dal titolo “Natura morta”. Potrà anche essere un bel quadro, potrà rappresentare frutti appetitosi, ma non corrisponde a quanto mi era promesso dalle parole che lo presentavano.
Passando poi all’etimologia del termine, l’Accademico della Crusca evidenziava giustamente la derivazione dal genitivo latino “matris” unito al termine “munus”, per cui l’origine del nome indica chiaramente che il matrimonio era considerato “il dovere della madre”, che non poteva essere tale senza la collaborazione del padre (“patrimonium”!).
Insomma, gira e rigira, si finiva sempre nel legame stretto con la funzione generativa che qualificava il matrimonio. Sarà anche antipatico e inviso a molti contemporanei, ma nella lingua italiana autentica, perché l’etichetta “matrimonio” non sia falsa deve essere applicata all’unione di un uomo e di una donna che si assumono determinati impegni di fronte ad una società che riconosce ai due, determinati doveri e diritti.
Nulla impedisce ad una qualsiasi società laica o religiosa di organizzarsi in modo autonomo, secondo criteri suggeriti dalla cultura, dall’ambiente, dalle mode, dai gusti condivisi dalla maggioranza dei componenti il gruppo sociale, e dare a strutture o aggregazioni particolari, norme di comportamento adeguate. A patto che non si bari e che si identifichi con un nome univoco ogni gruppo che desideri ottenere un riconoscimento ufficiale.
Come si vede, non si tratta di negare dei diritti discriminando le persone. Piuttosto si tratta di definire con chiarezza compiti e responsabilità di ognuno, cosa fondamentale per una convivenza sociale rispettosa dei diritti di tutti.

Vogliamo le etichette giuste
E allora, perché ostinarsi a definire matrimonio un rapporto tra persone che non corrisponde al significato che il termine ha nella nostra lingua? Un piccolo sforzo di fantasia, per favore! Gli intellettuali, i letterati, gli artisti. I cantanti, i giornalisti, i politici impegnati a far riconoscere diritti negati, inventino altre definizioni per indicare le diverse tipologie di unioni che vogliono difendere e penso che in questo modo riusciranno più facilmente ad ottenere quanto desiderano.
Si faccia un po’ di chiarezza nel linguaggio e tutto sarà più semplice. Sono così bravi ad organizzare cortei e manifestazioni colorate, ad inventare slogan originali e spiritosi. Perché si accaniscono per appropriarsi di una parola che non li definisce? Rispettosi delle libertà, come dicono di essere, lascino il termine “matrimonio” a chi si sente rappresentato da quel tipo di rapporto vecchio e superato e trovino altre definizioni che corrispondano alle novità che sono convinti di portare. Perché usare una terminologia antiquata quando urge una realtà così diversa che esige, come dicono, una mentalità totalmente differente?
Permettetemi un riferimento, che potrà anche sembrare irriverente. Parafrasando la battuta di Gesù riportata nei vangeli: “vino nuovo in otri nuovi”, si potrebbe dire: “per unioni nuove, etichette nuove”, per non creare confusioni e malintesi. Sapendo esattamente di che cosa si tratta sarà possibile anche mettersi d’accordo senza scomuniche reciproche, senza insultarsi compilando diagnosi di malattie vergognose a chi vuole vivere in modo diverso.
Il caso dell’Irlanda pone anche un altro problema: che cosa significa una maggioranza di opinioni? Anche in questo caso le parole dovrebbero dare la risposta. I sondaggi o i referendum ci offrono soltanto dei dati statistici su che cosa pensa la gente e su quali decisioni pratiche sono gradite ai cittadini.
Invece l’interpretazione comune dei risultati di consultazioni di questo tipo giunge subito ad una conclusione che va ben oltre il significato dei termini e si parla subito di “verità finalmente raggiunta”. Il che è un’affermazione chiaramente falsa, anche perché viene sbandierata quando i risultati confermano le proprie idee ma viene respinta quando sono in contrasto. In questo caso non si esita a parlare di “oscurantismo trionfante”, linguaggio caro agli specialisti dei due pesi e due misure.
Ma il tema è troppo importante e vorrei ritornarci su con calma. Per concludere, faccio solo una domanda: “Per quanti secoli la maggioranza (o la totalità) degli uomini ha affermato che il sole gira attorno alla terra?”. Era la verità?


venerdì 22 maggio 2015

“A PORTE CHIUSE”

…e venne Gesù
“A PORTE CHIUSE”

Abbiamo letto questa frase nei testi del vangelo proposti dalla liturgia nei giorni dopo la Pasqua. Nei racconti delle apparizioni di Gesù risorto, questo particolare è importante perché sottolinea due aspetti dell’esperienza vissuta dagli apostoli: la realtà della presenza di Gesù e insieme la diversità del suo modo di essere presente. È lo stesso Gesù che hanno conosciuto durante la sua vita ma è anche diverso nelle sue caratteristiche.

Si tratta di un’esperienza assolutamente nuova nelle sue modalità, ma è anche la continuazione di un rapporto di familiarità e di amicizia iniziato anni prima. Quando Gesù insegnava ai discepoli come avrebbero dovuto comportarsi, spesso non lo avevano capito e glielo avevano detto apertamente, ricevendo anche i rimproveri del Maestro. Ora non capivano nemmeno il suo nuovo modo di vivere e di presentarsi. Tommaso ha il coraggio di dire brutalmente quello che forse pensavano tra sé anche gli altri apostoli. La sua è una sfida a Gesù: «Se è davvero lui, si lasci toccare. Voglio verificare le sue ferite per evitare che si presenti un suo sosia che si spaccia per il Maestro».
Gesù accetta la sfida e invita Tommaso a procedere nel suo esame. Possiamo facilmente immaginare la curiosità degli altri apostoli per vedere come sarebbe andata a finire. Sì, perché il dubbio di Tommaso in prima battuta era stato un insulto a tutti gli altri che si sentivano accusati di essere un gruppo di creduloni ingenui facilmente suggestionabili.
Era lo stesso giudizio che avevano espresso i maschi della compagnia nei confronti delle donne che per prime avevano dato la notizia del loro incontro con il risorto. Giudizio condiviso con distacco anche dai due che se ne andavano ad Emmaus, quando dicono al compagno di viaggio che avevano sentito dire che il Maestro era risorto, ma che era una voce messa in giro da «alcune donne». Cioè, si trattava di pure fantasie a cui non si doveva dare peso.
Ma al di là di queste considerazioni sul testo del vangelo, mi sono sentito provocato dal fatto che «Gesù entra a porte chiuse», cioè senza chiedere permesso, come un intruso che per di più concentra l’attenzione su di sé. Mi ero sempre sentito proporre un’altra immagine di Gesù che si presenta come un pellegrino discreto, che si ferma alla porta e bussa chiedendo educatamente se lo vogliamo accogliere (cfr. Apocalisse3,20), disposto a continuare nel suo cammino in cerca di ospitalità. Immagine bellissima. E corrispondente alla realtà. Il Signore comunemente si presenta proprio in questo modo, non invadente, sommesso. Non urla i suoi inviti ma li sussurra e solo un animo attento e sensibile è in grado di percepirli e di accoglierli.
Il pensiero corre subito al profeta Elia che scopre la voce di Dio nel mormorio di una brezza leggera dopo aver sentito l’urlo di un vento devastante che lo aveva sconvolto, dopo aver provato lo spavento del terremoto ed essere scampato ad un incendio furioso (cfr. 1Re19,11-13).
Tutto vero. Ma è anche vero che c’è la possibilità che la calma e il silenzio favoriscano l’insorgere di una sonnolenza pesante, anticamera di un sonno profondo che aliena dalla realtà. O ancora più semplicemente, che ci si adagi nelle comodità di un ozio improduttivo ma che sembra appagare il desiderio di tranquillità che tutti sogniamo.
I vangeli presentano gli apostoli rinchiusi in casa «per paura dei Giudei» (Giovanni 20,19). Forse la stessa paura (inconfessata!) impedisce a noi, cristiani del 2000, di affrontare a fronte alta, ma senza alterigia, il mondo per proporre il messaggio del vangelo. Sottolineo: proporre non imporre. Cioè offrire una possibilità di vita migliore, di rapporti tra persone, culture e nazioni basati sulla collaborazione e l’intesa e non sulla competizione egoistica che mira ad eliminare fisicamente ogni “altro” diverso da me.
Penso che non sia troppo azzardato interpretare le tragedie assurde e le stragi di innocenti che devastano le nostre città come uno scossone violento che ci dovrebbe svegliare dai sogni  che ci hanno illusi in questi anni passati. I racconti del vangelo ci suggeriscono l’idea che il Signore si sia intromesso nella nostra vita, nonostante che noi gli avessimo chiuso la porta, per spingerci ad uscire dalle nostre paure sostenuti dalla certezza che lui è con noi e quindi non ci può accadere nulla di male.

(Pubblicato sul mensile Vita della Diocesi di Viterbo, maggio 2015)