MenuPagine

Benvenuti alla Scala dei Santi

EOLP - EuropeanOpenLearning Publisher
Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

mercoledì 16 marzo 2016

"MISERICORDIA SAMARITANA"


OLTRE LA PARABOLA

                                                  (la “Misericordia samaritana”)

Alcune parabole del vangelo sono entrate così profondamente nel linguaggio comune che anche coloro che hanno abbandonato la pratica religiosa spesso vi fanno riferimento. Buon samaritano, figliol prodigo, pecora smarrita sono diventati degli stereotipi a cui si ricorre senza nemmeno pensarci.
            Tra le persone più interessate ai problemi religiosi la conoscenza delle parabole si spinge oltre il riferimento puramente letterario con il desiderio di coglierne il messaggio e attuarlo nella propria vita. Ma spesso ci si ferma al racconto strettamente inteso senza tenere nella dovuta considerazione il contesto in cui è inserito e dal quale riceve il suo pieno significato.
       Ho avuto occasione di riflettere con un gruppo di amici sulla parabola arcinota del buon samaritano, cercando di inquadrarla nel racconto completo fatto da Luca (10,25-37). La prima osservazione è evidente: La parabola vera e propria inizia al versetto 30 ed è la conclusione di un discorso più ampio ed articolato che si svolge tra Gesù e uno studioso della Torah, la Legge data da Mosè al popolo ebraico a nome di Dio.
       Questo racconto a sua volta è inserito nel capitolo 10 del vangelo di Luca dove si presenta Gesù che invia i discepoli a predicare ed insegna come si devono comportare (10,1-16). Al loro ritorno pieni di gioia per il successo ottenuto, Gesù promette che godranno di una gioia ancora maggiore perché hanno un posto assicurato in paradiso: “i vostri nomi sono scritti nei cieli” (10,20).
       Gesù non soltanto partecipa già di quella stessa gioia – “esultò nello Spirito Santo” (10,21) –  ma afferma di essere lui motivo di gioia per quelli che lo vedono e ascoltano il suo insegnamento (10,23-24).
       Era decisamente troppo per uno studioso abituato a considerare la Torah il centro della propria vita e la cosa più preziosa (Salmo 119,92.97.103). Come poteva sostituirsi alla Legge quel rabbiche non aveva nemmeno frequentato le scuole? A Nazareth era già accaduto qualcosa di simile e si era sfiorata la tragedia (Luca 4,14-30).
       Il “dottore della Legge” non voleva arrivare a tanto. Da intellettuale, pensa di sfidare quel rabbi presuntuoso, sul campo che gli è proprio: la conoscenza della Torah. Sapeva bene che Dio premia coloro che lo amano condividendo con loro la propria vita per sempre. Sapeva che Dio premia allo stesso modo anche quelli che sanno immedesimarsi nei problemi degli altri come se fossero i propri. Forse però questa seconda condizione, così difficile da praticare, era anche difficile da capire.
       “Vediamo un po’ se questo tale che pretende di essere un maestro è capace di rispondere”, deve aver pensato l’esperto della Torah sicuro di poter così smascherare con le sue stesse parole chi si presentava come maestro pur non avendone i titoli. “Si alzò per metterlo alla prova” (10,25). Era un esame pubblico che doveva rivelare a tutti la falsità degli insegnamenti di Gesù.
       “Maestro” (10,25): Luca ci presenta un gioco abilissimo di scambio di ruoli che è fondamentale per comprendere il vero significato della parabola conclusiva. Il “dottore della Legge” si presenta come discepolo che rivolge una domanda a Gesù chiamandolo maestro. Gesù rifiuta questo ruolo e si comporta come un discepolo che fa una domanda. Il dottore ridiventa maestro dimostrando la sua competenza in materia. Gesù come maestro riconosce la correttezza della risposta ma al tempo stesso rende evidente il trabocchetto che gli era stato preparato.
       Se il “dottore” conosceva così bene la risposta corretta perché aveva fatto quella domanda? Era evidente l’intenzione provocatoria di mettere in difficoltà Gesù.
       Altra inversione di ruoli: ad essere in imbarazzo è il dottore che deve inventare una scusa per cercare di rendere plausibile la sua domanda. “Volendo giustificarsi” dice il testo di Luca che introduce così la parabola del samaritano.
      Notiamo che Gesù non infierisce sul provocatore che ha cercato di salvare la faccia cambiando la domanda iniziale, che forse appariva troppo teorica, con una che riguardava l’aspetto operativo. Notiamo ancora che a differenza della prima domanda che aveva già la risposta chiara nella Legge, questa seconda esigeva una precisazione. Infatti secondo la Torah (Levitico 19,18) l’ebreo doveva considerare “prossimo” prima di tutto ogni altro “figlio del suo popolo”, affermazione sulla quale si discuteva e si continua ancora a discutere per capirne il vero significato.
       La risposta di Gesù sembra dunque riconoscere la sensatezza della domanda e ciò poteva attenuare l’imbarazzo del “dottore”. Al tempo stesso però si pone come interpretazione autorevole di un precetto tanto controverso e sulla quale finiranno per convergere con sfumature diverse le spiegazioni date dai rabbini successivi.
       Non commento la parabola in se stessa. Sottolineo soltanto le ultime inversioni di ruoli. La domanda era: “Chi è il prossimo” e Gesù la trasforma in “Chi è stato prossimo”; il “dottore” aveva posto la domanda come discepolo, ora dà lui stesso la risposta come maestro; Gesù passa dal ruolo di indagato per sospetta eresia al ruolo di giudice che decide sulla vita eterna.
       E siamo tornati alla domanda iniziale: “Come si fa ad essere iscritti nel registro di quelli che hanno il paradiso assicurato?”. La risposta di Gesù è chiara: “Non considerare nessuno come un estraneo ma tratta tutti con le stesse attenzioni che usi per te stesso”. Letta nel contesto in cui è inserita, la parabola assume così un’importanza fondamentale. Non è un’esortazione a compiere qualche opera buona ma diventa la condizione essenziale per entrare nella vita eterna.

sabato 13 febbraio 2016

ASCENSIONE NON È ASSUNZIONE


L’importanza delle parole

ASCENSIONE NON È ASSUNZIONE

 Qualcuno penserà che è un’idea fissa la mia preoccupazione di usare le parole rispettando il loro significato. Lo scrivevo a proposito del termine “matrimonio” con cui ci si ostina a voler indicare una realtà che non corrisponde al significato della parola e invitavo a trovare, o inventare se ce ne fosse bisogno, un’espressione che aiutasse a capire di che cosa si tratta.

      Lo stesso problema salta fuori con altre parole oggi molto di moda. Mi fermo solo al termine “gay” che viene sbandierato con orgoglio dai diretti interessati che invece rifiutano con sdegno l’uso di altre parole che definiscono la stessa identica condizione ma alle quali viene attribuita una connotazione derisoria e discriminante.
      In termini tecnici si parla di “denotazione” di un termine quando ci si riferisce alla realtà in se stessa indicata dalla parola in questione, mentre si definisce “connotazione” il significato che le viene attribuito dall’uso comune in un determinato ambiente e in una certa epoca. Potremmo definirlo un “valore aggiunto” dovuto a sensibilità culturali condivise o personali.
       Generalmente queste ambiguità di significato interessano oggetti o azioni che si riferiscono alla sfera del sesso o alle funzioni “secretive” del corpo o a parti anatomiche ma possono estendersi anche ad altre situazioni di tipo culturale. Possono anche investire il linguaggio religioso, però in questo caso non parlerei di sensibilità quanto piuttosto di ignoranza. Però gli effetti dal punto di vista della comunicazione sono gli stessi: trasmettono un messaggio sbagliato. E le conseguenze possono essere disastrose.
       Ecco perché proprio questa mattina sono sobbalzato sulla sedia quando ho letto a pag. 2 del Corriere della sera che una delle differenze teologiche tra la Chiesa cattolica e le Chiese orientali è il dogma “dell’ascensione di Maria”. Se fosse così non ci sarebbe da preoccuparsi semplicemente perché questo dogma non è stato mai dichiarato in questi termini. Il dogma mariano si riferisce alla “Assunzione” di Maria in cielo. “Ascensione” è quella di Gesù e non è un dogma perché si trova descritta nel vangelo ed è patrimonio comune di tutte le chiese cristiane, al di là delle interpretazioni date al racconto.
      Due parole simili nel suono ma di significato molto diverso. Ascensione indica un movimento verso l’alto compiuto per iniziativa del soggetto che sale. Assunzione indica un soggetto passivo che è stato invitato da qualche altro ad accedere ad un incarico o ad entrare in qualche luogo. Anche l’uso comune del termine assunzione dovrebbe chiarire ogni equivoco.
      Dispiace sinceramente che un errore così banale si sia infiltrato in due pagine ricche di contenuti validissimi per capire i significati di un evento straordinario come l’incontro di papa Francesco con il patriarca di Mosca Kirill. La mia osservazione può apparire un bizantinismo (a proposito di chiese orientali…). In realtà, a furia di usare le parole in modo approssimativo si può arrivare a creare convinzioni preoccupanti dal punto di vista teologico, per rimanere nel campo che mi interessa.
      Applicando a Maria le stesse categorie che si riferiscono a suo figlio Gesù si corre il rischio di metterli sullo stesso piano fino a scambiarne i ruoli. Cosa che è accaduta all’impaginatore del foglietto domenicale delle Paoline di domenica 7 febbraio che in ultima pagina ha scritto il titolo: “Gesù misericordioso come Maria”. Innocente scambio di ruoli? O peggio ancora, nessuno ci ha fatto caso?
      Eppure qualche fratello di fede “protestante” si è sentito in dovere di precisare che quando nel vangelo si legge che “Maria è piena di grazia” si deve intendere che è stato Dio a riempirla di grazia. Precisazione ovvia, si direbbe, se non ci fosse stato (solo nel passato remoto…) qualcuno che non si era reso conto del valore delle parole.

 

giovedì 11 febbraio 2016

LA BIBBIA INSEGNA...


LA BIBBIA INSEGNA...

 

Fatti di cronaca recenti dovrebbero far riflettere seriamente tutti quelli che hanno a cuore l’educazione dei giovani. Di fronte a certi comportamenti dovremmo chiederci se aiutiamo davvero le nuove generazioni ad affrontare la vita reale o se invece le lasciamo crescere in modo selvaggio, guidate solo dall’istinto che si presenta sotto la maschera della libertà.

      Non posso e non voglio giudicare i protagonisti del dramma che ha spinto una ragazzina a gettarsi dalla finestra non riuscendo più a sopportare gli atti di bullismo di cui era vittima. Mi auguro che la famiglia, come la scuola, abbiano fatto tutto il possibile per aiutare la ragazza ad inserirsi nella società.

Non spetta a me dare giudizi sulle responsabilità delle persone. Però penso che sia doveroso riconoscere che il gesto disperato denuncia il fallimento di un’educazione che non ha saputo preparare i giovani ad affrontare la vita reale. Non ha preparato la vittima a reagire ai soprusi, come non ha educato i bulli a rispettare i deboli. Anzi ha coltivato ed esaltato la violenza elevandola alla dignità di virtù fino ad arrivare al disprezzo di chi non può o non vuole usare i muscoli per far valere i propri diritti.

Nel post precedente avevo commentato con soddisfazione le dichiarazioni di un campione dello sci a proposito dell’educazione severa che aveva ricevuto e alla quale attribuiva i successi ottenuti. Era così convinto della validità del metodo educativo usato nei suoi confronti che continuava ancora a cercare nelle critiche e nei rimproveri gli stimoli per un miglioramento delle sue prestazioni.

Avevo rilevato uno stretto legame con uno dei testi della Bibbia (Siracide 4,13-14) che si riferiscono all’educazione nell’ambito familiare, come usava nel mondo antico dove le scuole erano riservate a pochi.

Nello stesso libro si ritorna sul tema nel cap. 30 con espressioni che oggi sembrano inaccettabili. Amore e frusta giustamente ci sembrano incompatibili. Però il rifiuto delle punizioni fisiche è andato di pari passo con l’eliminazione di tutto ciò che può sembrare gravoso per i figli che devono essere accontentati nel soddisfare i loro capricci. Si ammette l’eccezione solo nel caso in cui non vogliano sottostare ai dettami imposti dalle mode correnti. Penso che tutti abbiamo assistito a scene in cui le mamme, per non sembrare arretrate, insistevano perché il figlioletto facesse qualcosa di assolutamente superfluo e per cui il pargoletto non dimostrava il minimo interesse.

Anche a costo di far inorridire qualcuno, invito a riflettere sul significato e sul valore che avevano esortazioni come queste in un mondo organizzato con criteri di violenza: “Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta per lui, per gioire di lui alla fine… Chi corregge il proprio figlio ne trarrà vantaggio… Chi accarezza un figlio ne fascerà poi le ferite, a ogni grido il suo cuore sarà sconvolto… Vezzeggia il figlio ed egli ti riserverà delle sorprese… Non concedergli libertà in gioventù, non prendere alla leggera i suoi errori…” (Siracide30,1-13)

La preoccupazione di evitare al figlio una morte violenta non era un’esagerazione per giustificare i castighi severi, visto che Deuteronomio 21,18 prevedeva la lapidazione per i figli caparbi e ribelli. In quei tempi lontani certamente non veniva intesa come una battuta di spirito l’affermazione: “se lo percuoti con il bastone non morirà” (Proverbi 23,13). Anche se noi la interpretiamo come espressione di sadismo, non era altro che una presa di coscienza di fronte alla cruda realtà della vita quotidiana che il figlio avrebbe dovuto affrontare.

Sono passati molti anni da quei secoli lontani che continuiamo a considerare selvaggi confrontati con la civiltà che pensiamo di aver costruito. Ma la realtà è diversa da quella dei nostri sogni. Basta leggere certi fatti di cronaca senza pregiudizi culturali per rendersi conto che, a parte una maggiore sensibilità di fronte ai comportamenti, poco è cambiato nelle manifestazioni di violenza che continuano a scandire in modo drammatico le nostre giornate.

Episodi di violenza sia all’interno delle famiglie che nelle scuole, che vedono protagonisti proprio quelli che dovrebbero essere gli educatori (gli ultimi sono di queste ore – 4 febbraio 2016 – le maestre di un asilo-nido), provocano l’indignazione generale che spinge inconsciamente ad identificare la severità con i metodi violenti denunciati.

A questo punto è inevitabile che ci si senta in dovere di condannare in modo netto un’educazione considerata repressiva solo perché cerca di mettere dei limiti ad una libertà sfrenata. Il rifiuto dei metodi di costrizione fisica si trasforma così nel rifiuto delle stesse motivazioni che invece dovrebbero guidare ogni educatore. In altri termini, rifiutare frusta e bastone non significa eliminare ogni controllo di quella violenza che, con buona pace di tanti pedagogisti all’avanguardia, continua ad essere così radicata anche nelle nuove generazioni.

È questa la lezione presente in tutta la Bibbia che può essere letta come la storia dei tentativi faticosi compiuti dall’umanità per diventare davvero libera di realizzare il sogno di felicità che l’ha sempre animata. Gli autori biblici interpretano gli eventi drammatici che hanno contrassegnato le vicende umane come interventi severi di un padre che vuole portare i figli ad essere i protagonisti responsabili della propria vita.

Questo concetto è espresso nella Lettera agli Ebrei (12,4-11) per incoraggiare i cristiani in un momento difficile, rassicurandoli che si tratta di una prova che produrrà “un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (12,11).

Ma nella Bibbia c’è anche qualcuno che ha fatto un passo avanti e che ha avuto il coraggio di affermare che solo condividendo il punto di vista di Dio sull’uomo si ha la possibilità di realizzare quel mondo che tutti sogniamo e che rincorriamo su strade sbagliate: è Geremia. Il linguaggio con cui questo profeta (31,31-34) trasmette il suo messaggio è chiaramente derivato da una cultura e da un’epoca particolare in cui aveva senso parlare di alleanza con Dio, di peccato e di perdono oppure di circoncisione riferita al cuore (4,4).

Il messaggio della Bibbia in fondo è proprio questo: un’educazione esigente è un valore irrinunciabile per la crescita dell’umanità verso quella libertà responsabile che è parte integrante del progetto di Dio. È solo un abbozzo della risposta ad un problema angosciante che torna a proporsi ad ogni generazione: come essere felici? L’esperienza da cui nasce la Bibbia vuole rassicurarci che è possibile realizzare questo sogno ma come frutto di un impegno costante che richiede rinunce e fatiche.

 

giovedì 14 gennaio 2016

LE SORPRESE DELLA BIBBIA


LA BIBBIA A SORPRESA

La vecchia, cara Bibbia non finisce mai di stupire per la sua attualità. Viene fuori quando meno te l’aspetti e te la trovi davanti magari detta con parole diverse da quelle consacrate dalla tradizione e soprattutto vissuta ogni giorno perché considerata capace di dare suggerimenti concreti per la buona riuscita delle proprie attività.


Non è necessaria la consapevolezza di agire seguendo gli insegnamenti che vengono da tanto lontano. Anzi, l’assenza di riferimenti espliciti a testi particolari dimostra quanto sia profondo l’influsso esercitato da quelle parole cariche di saggezza nell’animo del popolo cristiano. Certamente l’impressione che tutti abbiamo è che si stia perdendo il legame tra Bibbia e vita quotidiana che una volta caratterizzava le nostre popolazioni. Ma basta anche solo una fiammata vivida per assicurarci che il fuoco è ancora acceso ed è sufficiente attizzarlo appena un poco perché torni a tutto il suo vigore.

Sono stati più o meno questi i sentimenti che ho provato la mattina di lunedì 11 gennaio di quest’anno quando ho letto sul Corriere della sera il titolo dell’intervista ad un campione di sci rilasciata dopo un incidente accaduto durante l’ultima discesa a 150 km l’ora.



Troppo bello per finire dimenticato insieme a tanti altri titoli drammatici o futili che riempiono le pagine dei nostri quotidiani.

Troppo invitante per un biblista che stava preparando la lezione che avrebbe tenuto il giorno dopo sul libro del Siracide. Verso la fine del capitolo 4 l’autore spiega perché la Sapienza si dimostra molto esigente con chi l’ha scelta come maestra.

«Chi confida in lei l’avrà in eredità, i suoi discendenti ne conserveranno il possesso.  Dapprima lo condurrà per vie tortuose, gli incuterà timore e paura, lo tormenterà con la sua disciplina, finché possa fidarsi di lui e lo abbia provato con i suoi decreti;  ma poi lo ricondurrà su una via diritta e lo allieterà, gli manifesterà i propri segreti» (4,16-18).

Vie tortuose, timore e paura, disciplina ferrea che può sembrare tortura: parole dure da mettere in pratica e oggi, per la cultura imperante, addirittura proibite, impronunciabili, culturalmente scorrette. E sarebbero davvero inaccettabili se non fosse anche scritto che la Sapienza è così rigida perché vuole rivelare i suoi segreti solo a persone di cui possa fidarsi, a gente dalle spalle robuste che deve essere ben allenata se vuole raggiungere traguardi prestigiosi.

Leggendo di vie tortuose, come non pensare alla pista sulla neve segnata dai paletti che possono diventare un trabocchetto fatale, proprio come capitato al nostro campione nell’ultima discesa trasformata in una sfida contro la paura. Ma il sogno del podio, la medaglia, gli applausi, il trionfo, la gloria, i premi procurano una scarica di adrenalina che fa dimenticare tutti i sacrifici, le rinunce, le sofferenze che potevano essere viste come crudeltà mentre invece erano la condizione necessaria per ottenere la vittoria.

Per Christof non è stato un evento isolato ma, come si legge nell’intervista, la preparazione severa alle gare fa parte essenziale della sua vita. Una disciplina dura è stata cercata e desiderata fin da bambino quando “per imparare” si rivolgeva alla maestra “cattiva”, ricordata però con riconoscenza.

Ora, non so se il campione di sci avesse in mente il testo del Siracide che si è affacciato alla memoria del biblista. Probabilmente no. Probabilmente non si ispirava nemmeno ad altri numerosi passi dove si ribadisce lo stesso concetto che guidava un padre a preparare i figli ad affrontare la vita dura a cui andavano incontro. Rimanendo nello stesso libro del Siracide troviamo una descrizione particolareggiata di un modello di educazione severa (30,1-13) in linea con il libro dei Proverbi (cap. 23).

Nel mondo occidentale di oggi nei metodi educativi è stata bandita, giustamente, ogni forma di violenza fisica. Però la tolleranza nell’educazione dei giovani sta producendo conseguenze drammatiche condannate ipocritamente da una società che non vuole riconoscere il fallimento dei suoi progetti. L’ultima invenzione è il “knockout game” allucinante per l’incoscienza di chi lo pratica e  per la superficialità di chi lo descrive come “ragazzata”.

Vi sono però alcuni settori della vita odierna impostati sull’osservanza di regole ferree, almeno in teoria. Si tratta di ambiti dove ciò che conta sono i risultati che si vogliono raggiungere, a qualunque costo. La ricerca scientifica, almeno in teoria, si presenta come molto esigente. L’economia, sempre in teoria, si fonda su principi rigidi che stritolano chi non li rispetta. Tra le discipline più severe spicca lo sport professionistico accettato dall’opinione pubblica senza discussioni, anche se sotto la spinta di grossi equivoci.

Basta vedere la corsa ad iscrivere i figli nelle palestre delle diverse specialità. Non si bada a spese, si sconvolgono gli orari, ci si sottopone a diete assurde, pur di permettere ai figli di realizzare il sogno di diventare campione in qualcosa e di fare molti soldi. E si è disposti anche a barare quando i risultati non arrivano o quando la fatica è diventata insopportabile e si ricorre al doping.

Esigenti fino all’esasperazione con lo sport e permissivi fino all’incoscienza quando si tratta di scuola (eccetto che si tratti di scuola di danza…). Si insegnano con metodi sofisticati tante cose belle e utili ma non si insegna a vivere nel rispetto di se stessi, degli altri e dell’ambiente.

Se contano i risultati in aspetti particolari della vita, dovrebbero contare anche per la vita stessa che li ingloba e conferisce valore e dignità. La Bibbia racconta i fallimenti di tanti personaggi e addirittura dell’umanità intera, ma insieme suggerisce anche come fare per raggiungere quella felicità che ci sfugge perché la cerchiamo nel modo sbagliato. Se un rimprovero ci fa aprire gli occhi e ci indica dove e come trovarla, accettiamolo e anzi sollecitiamo le “dritte” che ci vengono da chi la sa lunga sulla nostra vita.

Come ha fatto Christof Hinnerofer a cui auguro di ricevere pochi rimproveri e di farne tesoro per tagliare nuovi traguardi prestigiosi, non solo nello sci.




domenica 10 gennaio 2016

IL SORRISO DI DIO


QUANDO DIO SORRIDE

 

L’intuizione originale della religione descritta dalla Bibbia è la proibizione di usare le immagini per rappresentare Dio. Evidentemente il divieto riguarda le statue, i disegni ma non si riferisce all’uso di descrivere Dio attraverso le parole. Così troviamo che nella Bibbia si parla spesso del volto di Dio in generale e nei particolari: occhi, orecchie, bocca o anche, in altri contesti, di braccio o di mano. Sono tutte immagini verbali che esprimono la convinzione che Dio vede, sente, parla e agisce intervenendo nella vita dell’uomo.

Sarebbe sbagliato dare a queste descrizioni un senso fisico poiché è ben noto che nel modo di esprimersi, gli autori orientali preferivano usare le immagini piuttosto che ricorrere a concetti astratti. Così i numerosi riferimenti al volto nelle sue diverse espressioni vogliono interpretare il giudizio di Dio sui comportamenti dell’uomo. Un volto severo o adirato significa disapprovazione mentre un volto sereno o sorridente manifesta apprezzamento e condivisione gioiosa.

Sono sicuro che vi sono venute in mente le “faccine” che infestano i messaggi dei telefonini di ogni genere. Forse qualcuno giudicherà irriverente questo accostamento, ma non lo è. Non voglio dire che la Bibbia ha anticipato i tempi, ci mancherebbe altro! Forse però è vero che gli inventori del nuovo linguaggio iconico sono stati influenzati in qualche modo dalla comunicazione trasmessa dalla Bibbia. O forse, meglio ancora, che questo modo di comunicare è il più naturale, indipendentemente dalle tecniche usate.

Pensavo a cose del genere quando ho letto il testo degli auguri di buon anno che la liturgia cattolica ci ha fatto leggere nella messa del primo gennaio: “Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace”.

Ma gli atteggiamenti del volto non sono altro che la risposta a situazioni o a comportamenti di fronte ai quali si reagisce manifestando i propri sentimenti. Non per niente le faccine sono chiamate “emoticon”, cioè icone o figure che rivelano emozioni.

E allora dobbiamo chiederci che cosa può spingere Dio a mostrare un volto “brillante” di gioia che esprima la sua profonda soddisfazione per qualcosa che lo ha reso felice? Quale è la realtà che lo ha ripagato in modo completo tanto da fargli esclamare: “Non aspetto altro da te. Mi hai dato tutto quello che mi dovevi: siamo in pace!”.

Non ci vuole molto a concludere che Dio mostra un volto gioioso e benevolo all’uomo che vive seguendo i suoi insegnamenti, che condivide il suo modo di valutare la realtà. L’antica preghiera di augurio pronunciata da Aronne sul popolo di Israele riportata nel libro dei Numeri (6,24-26) è rivolta a Dio ma in realtà riguarda gli uomini che non sono solo i destinatari della benedizione ma sono la causa da cui dipende l’atteggiamento del Signore.

Nella formula non è usato il termine diventato tecnico per indicare la decisione dell’uomo di vivere osservando i comandamenti, cioè “conversione”. Forse era ritenuto troppo limitativo ed escludente quei “novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” come dirà Gesù (Luca 15,7). Se il volto del Signore brilla di gioia particolare quando l’uomo si impegna sinceramente a seguire la volontà di Dio non vuol dire che non continui a guardare compiaciuto quelli che condividono il suo progetto con coerenza e costanza.

Per usare un’altra immagine moderna, possiamo pensare all’entusiasmo di un allenatore sportivo quando vede l’atleta che ha preparato ricevere il premio, frutto di tante fatiche condivise e di un impegno comune.

L’augurio che ci è stato fatto con le parole della Bibbia potrebbe dunque essere tradotto in quest’altro modo: “Ti auguro di comportarti nel prossimo anno così da rendere felice il tuo Dio che continuerà a darti tutta la sua assistenza”.

Il significato è lo stesso, però l’espressione prosaica non comunica l’emozione provocata dal volto di Dio che brilla di gioia perché è contento di me!

Giovanni Boggio

http://static.tecnocino.it/tcwww/fotogallery/625X0/61341/non-mi-piace.jpg

https://timenewsfeed.files.wordpress.com/2014/01/165552111.jpg?w=480&h=320&crop=1http://thumbs.dreamstime.com/z/emoticon-del-segno-v-27501931.jpg

domenica 3 gennaio 2016

"MISERICORDIAE VULTUS"


MISERICORDIAE VULTUS

Il volto della misericordia – è il titolo della Bolla di indizione dell’anno giubilare – è il volto di Gesù che rende visibile la misericordia del Padre. L’iconografia tradizionale ha rappresentato Gesù quasi sempre con un’espressione seria, quasi severa fino a mostrarlo sofferente nell’agonia sulla croce. Ma l’immagine che ne danno i vangeli è ben diversa. Certamente gli evangelisti non ci offrono descrizioni particolareggiate del suo volto, però presentano Gesù in situazioni che lasciano supporre gesti, tono di voce, sguardo e atteggiamento adeguati alle diverse circostanze.

Quindi non è arbitrario immaginare Gesù che piange per la morte dell’amico Lazzaro, perché lo afferma lo stesso vangelo di Giovanni. Perciò possiamo anche chiederci se i bambini sarebbero andati attorno a Gesù se si fosse presentato come quando ha messo a soqquadro i cortili del Tempio rovesciando i banchi dei mercanti o quando lanciava le minacce contro i farisei ipocriti o quando denunciava l’arrivismo di Giacomo e Giovanni e la reazione irosa degli altri apostoli? Si potrebbe continuare elencando situazioni nelle quali il Maestro doveva esprimere la sua  misericordia in forme differenti se voleva davvero farsi capire.

La Bolla del papa, partendo proprio dal volto di Gesù con le sue molteplici espressioni,  presenta un’ampia selezione di testi biblici da cui emergono le caratteristiche della misericordia di Dio, iniziando dai libri dell’Antico Testamento, attraverso i Vangeli fino all’esperienza di Paolo. Ne esce un quadro ricco di messaggi consolanti che aprono il cuore alla fiducia sorretta dalla certezza che Dio ci ama sempre, in ogni circostanza, nonostante i nostri peccati.

La prima parte del documento può essere vista come un inno alla gioia, dove tutto è bello e positivo, dove anche il male passa in secondo piano, cancellato dall’amore di un Padre che tutto perdona.

Con il paragrafo 19 la sinfonia cambia tonalità. La dominante è sempre la misericordia ma emerge prepotente la causa che costringe Dio a mostrarsi misericordioso: il peccato dell’uomo. Papa Francesco non esita a denunciare i comportamenti aberranti di un’umanità che sembra travolta da una furia devastatrice incontrollabile. Ma a questo punto cessano quasi del tutto i riferimenti alla Bibbia, che pure potrebbero essere almeno altrettanto numerosi di quelli elencati in precedenza.

Mi pare significativo che per descrivere il male che travolge l’umanità non si faccia ricorso alle citazioni bibliche così abbondanti quando si presentava la misericordia di Dio. Sembra quasi che il peccato non abbia bisogno di pezze d’appoggio per essere riconosciuto, tanto è evidente la sua presenza. Si potrebbe anche pensare al desiderio inconscio di non gettare sulla Bibbia l’ombra del sospetto di connivenza con il male descritto, se non addirittura di incitamento a commetterlo. Il clima di questi tempi drammatici potrebbe anche indurre ad interpretazioni di questo tipo.

Con questo dubbio è inevitabile rileggere la prima parte del documento confrontando le citazioni con i testi completi da cui sono tratte. Nel libro dell’Esodo al capitolo 34 nel versetto 6 si legge che “Dio è misericordioso e pietoso”, affermazione centrale di tutta la Bolla e commentata con evidente compiacimento insieme alle numerose altre citazioni dello stesso tipo. Ma la presentazione di Dio nel testo biblico prosegue dicendo che punisce in modo molto severo non solo chi si oppone a lui ma anche i figli e i nipoti di chi trasgredisce la legge.

Dunque, stando alla Bibbia, l’immagine di un Dio misericordioso non può essere dissociata da quella di un Dio tanto esigente da apparire addirittura iroso e vendicativo. Le numerose descrizioni di ingiustizie, violenze, massacri collettivi o individuali corrispondono purtroppo alla storia dell’umanità e costituiscono lo scenario che spiega e giustifica, secondo la fede del popolo di Israele, gli interventi di Dio. La Bibbia è la documentazione dei tentativi di trovare una risposta alle domande angosciose che tutti si ponevano ma che solo alcuni, particolarmente sensibili e preparati, erano in grado di formulare.

La presenza del male in tutte le sue manifestazioni è sempre stata evidente anche se difficilmente comprensibile. Ancora più difficile da spiegare e accettare è l’azione di un Dio onnipotente e buono considerato come un padre, che dimostra il suo amore con interventi che sembrerebbero dettati da sentimenti di segno opposto. Soltanto a distanza di tempo la fede aiuta a rileggere quanto accaduto scoprendo un progetto finalizzato al bene. La Bibbia nel suo insieme, comprendente quello che chiamiamo Antico (o Primo) Testamento e Nuovo (o Secondo) Testamento, testimonia questo sforzo di un gruppo di credenti di dare un senso alle vicende umane a partire dalla storia del popolo di Israele inserita nel quadro più ampio che abbraccia tutta l’umanità.

Un lettore attento e senza pregiudizi scopre in questa raccolta di scritti eterogenei composti nell’arco di alcuni secoli e conservati gelosamente come un tesoro, delle indicazioni concrete per comprendere e affrontare nel modo giusto quelle che continuano a presentarsi come le assurdità della vita. La convinzione che Dio agisce con misericordia si presenta come la chiave di lettura della storia che viene interpretata come un cammino faticoso di crescita e maturazione dell’umanità, guidata da Dio.

In questa prospettiva, diventa evidente che la misericordia raggiunge il suo obiettivo quando l’uomo dimostra nella sua vita di aver realizzato il progetto che Dio ha su di lui. In altri termini, con una parola che è stata caricata di molti significati, a volte anche equivoci, si tratta di “conversione”. L’icona che la rappresenta meglio, forse è data dal comportamento del figlio che dopo aver abbandonato il padre ritorna alla casa paterna e viene accolto con gioia. La misericordia che lo ha sempre accompagnato anche quando era lontano, finalmente può manifestarsi per quello che è: non condiscendenza né tanto meno complicità con le scelte sbagliate del figlio quanto piuttosto attesa fiduciosa e sofferta di un rientro, indipendentemente dalle motivazioni che lo hanno determinato.

Usando un linguaggio poco teologico ma più comprensibile per i giovani di oggi, ho presentato la conversione come “la password per accedere alla misericordia”. Però si tratta di una password fissata dall’autore del programma che non l’ha tenuta gelosamente nascosta e che non si può modificare a piacere. Non basta nemmeno conoscerla, bisogna decidere di digitarla al posto giusto e accettare le condizioni proposte prima di cliccare sull’OK e godere dei vantaggi offerti.

Dopo queste considerazioni e altre che si possono fare sulla stessa linea, devo riconoscere che il Dio presentato dalla Bibbia è di un realismo impressionante. Ciò che colpisce maggiormente la sensibilità moderna mi sembra che sia il rispetto che dimostra verso l’uomo, verso la sua libertà, con le responsabilità che gli affida, con la fiducia che ripone in lui considerandolo un interlocutore e un collaboratore capace di crescere nonostante i rallentamenti o addirittura i fallimenti che puntualmente si sono realizzati nel corso della storia e che continuiamo a sperimentare anche nella nostra vita personale.

Un Dio che ci prende sul serio, che non dice “facciamo finta che non sia successo niente” ma che continua a ripeterci “smettila di farti del male”. È questo l’identikit di Dio presentato dalla Bibbia e che siamo invitati a scoprire nel corso di quest’anno giubilare, senza ricorrere a sotterfugi ingannevoli che hanno come unico risultato di lasciarci come prima in attesa di un cambiamento in meglio, voluto da Dio ma che soltanto noi possiamo realizzare.

lunedì 7 dicembre 2015

UNA MISERICORDIA DAI MILLE VOLTI (3)


UNA MISERICORDIA DAI MILLE VOLTI (3)

Misericordia e Shoah?  Ani maamin…

Nel Salmo 136, come abbiamo visto, la misericordia di Dio deve essere considerata “da un certo punto di vista”, nel caso specifico, dal punto di vista di Israele. Per gli Egiziani, gli Amorrei, gli abitanti di Basan la cosa diventa problematica perché si tratta di nemici del popolo che Dio vuole liberare e che si oppongono con la violenza a questo progetto. I ricordi di quei fatti sottolineano con dovizia di particolari a volte contrastanti, l’ostinazione del faraone che rifiuta di acconsentire alle richieste di Mosè. Nel loro insieme i racconti forniscono una giustificazione plausibile all’uso della violenza da parte di Dio.

Non si trovava sempre un angelo paziente e buono che addormentasse i carcerieri per liberare senza violenza i suoi protetti, come accadrà in tempi successivi a Pietro che non voleva credere ai suoi occhi tanto era impensabile una uscita dal carcere così soft (Atti 12,6-11).

Ma con la Shoah è il popolo protetto da Dio ad essere colpito dalla piaga dello sterminio sistematico condotto con metodi scientifici. Israele aveva già sperimentato più volte nella sua storia la durezza dei castighi mandati dal cielo. I profeti erano riusciti a trovare argomenti che avevano aiutato i loro contemporanei a metabolizzare le tragedie e a trovare motivi di speranza in un futuro migliore. Solo una fede a tutta prova aveva saputo coniugare la misericordia divina con una severità confinante con la crudeltà.

E a metà dell’ultimo secolo di un millennio che sentivano estraneo, gli Ebrei hanno risposto al pazzo criminale che voleva eliminarli per sempre dalla faccia della terra, con la fede di Maimonide cantata sommessamente varcando la soglia di quei cancelli che promettevano una libertà raggiunta solo uscendo come fumo dai camini dei forni crematori.

Ani maamin… Io credo, io ripeto il mio Amen di fronte al mistero incomprensibile di un Dio che mi ama anche se ha permesso che fossi ridotto come “un verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo” (Salmo 22,7).

Le stesse parole erano state dette da un altro Ebreo che prima di morire inchiodato su una croce, si era sentito abbandonato proprio da quel Dio che aveva insegnato a considerare come un padre.

Ani maamin… Io credo con fede completa che il Creatore, benedetto sia il Suo Nome, è il Creatore e la Guida di ogni essere creato, e che Egli soltanto ha fatto, fa e farà ogni cosa.

Ani maamin…Io credo con fede completa che il Creatore… è Uno e Unico, che non esiste altra Unità come Lui, e che Egli solo è il nostro Dio, lo è stato e lo sarà.

Ani maamin…Io credo con fede completa che il Creatore… ricompensa coloro che osservano i Suoi precetti e punisce coloro che li trasgrediscono.

Ani maamin…Io credo con fede completa nell'avvento del Messia e, sebbene possa tardare, aspetterò ogni giorno la sua venuta.

Ani maamin…Io credo con fede completa che ci sarà la risurrezione dalla morte nel tempo in cui lo vorrà il Creatore, benedetto sia il Suo Nome ed in eterno esaltato il Suo ricordo.

Tra i mille volti con cui si presenta la misericordia del Dio della Bibbia questo è il più incomprensibile. Vorremmo cancellarlo da quelle pagine, vorremmo eliminarlo dalla nostra vita. Lo vorrebbe anche Dio, come aveva capito Geremia quando scriveva “Come vorrei considerarti tra i miei figli… Io pensavo: Voi mi direte: Padre mio, e non tralascerete di seguirmi” (3,19).

È questa l’unica possibilità che ci è offerta per evitare il ripetersi delle tragedie del passato che continuano ancora a colpire l’umanità. Non basta ripetere stancamente le parole di Gesù “Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà” nella forma impersonale con cui ci sono state tramandate, aspettando che qualcuno imprecisato costruisca il regno e faccia la volontà di Dio. Bisogna arrivare a coniugare quei verbi alla prima persona singolare e plurale “Voglio/vogliamo costruire il tuo regno. Voglio/vogliamo fare la tua volontà”. La Bibbia ci dice come fare, ci presenta un progetto e ci dice che abbiamo a disposizione tutti i materiali necessari per realizzarlo, ci promette anche l’assistenza continua del progettista. Ma tocca a noi organizzare i lavori ed eseguirli. E questo non è facile e richiede impegno e fatica. Sarebbe meglio che intervenisse Dio, come ha già fatto quando ci ha liberati dall’Egitto, stando a quanto ci hanno raccontato i nostri padri, siamo tentati di dire.

Così pensavano anche gli esuli ebrei nei momenti difficili della ricostruzione dopo la fine dell’esilio a Babilonia e invocavano il Signore con parole accorate: “Rinnova i segni e compi altri prodigi, glorifica la tua mano e il tuo braccio destro” (Siracide 36,5). È lo stesso atteggiamento che sembra bloccare anche i cristiani nella costruzione della Chiesa. In realtà ne abbiamo costruite molte, forse anche troppe, tant’è vero che ne abbiamo trasformato un certo numero in magazzini, sale di spettacolo, aule di tribunale, palestre e discoteche o le abbiamo abbandonate all’incuria. Continuiamo a erigere cattedrali sfarzose in mezzo a baraccopoli abitate da miserabili, conserviamo nei musei diocesani i “tesori” della chiesa ereditati dai secoli passati, mostriamo con orgoglio le opere d’arte commissionate da mecenati devoti, celebriamo liturgie solenni sfoggiando costumi impossibili ereditati da epoche e culture lontane da noi, organizziamo incontri con milioni di partecipanti che si distinguono dagli omologhi laici solo per l’assenza di ballerine svestite.

Nelle nostre cerimonie ci siamo liberati delle parrucche incipriate lasciandole ai lord del Parlamento di Londra, ma abbiamo conservato fino a poco tempo fa la coda ai porporati (… e che dolore quando l’hanno tagliata! commentava allora un alto prelato). Abbiamo eliminato i flabelli ma non le divise per distinguere i vari “gradi” della gerarchia con colori e fogge diversi. Si fosse almeno sentita la necessità di suggerire durante il rito della vestizione delle “insegne” la recita delle belle parole attribuite alla regina Ester: “Tu sai che mi trovo nella necessità, che detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa; lo detesto come un panno immondo” (Ester 4,17v). Certamente, il contesto è diverso e si è preferito pensare alla descrizione entusiastica fatta dal Siracide quando presenta il sommo sacerdote Simone paragonato alle cose più belle e preziose “quando indossava i paramenti solenni, quando si rivestiva con gli ornamenti più belli, salendo i gradini del santo altare dei sacrifici, riempiva di gloria l’intero santuario” (Siracide 50,11).

Eppure Gesù era stato molto chiaro sul valore di segni analoghi e di titoli onorifici in voga tra i notabili del suo tempo quando diceva: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘rabbi’ dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbi’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (Matteo 23,5-8; Marco12,38-40; Luca 20,45,47).

Abbiamo conservato molte di queste strutture laiche e antiquate fino a sacralizzare il colore delle scarpe del papa. Ma non siamo riusciti a costruire la vera Chiesa pensata da Gesù secondo altre categorie e ci siamo persi dietro a dispute per il potere scopiazzando o inventando titoli onorifici, ci siamo divisi discutendo sul sesso degli angeli, siamo riusciti a frantumare quella che doveva essere l’unico Corpo di Cristo.

Di fronte a questo spettacolo, che potrà anche sembrare descritto con toni caricaturali, crediamo che nonostante tutto Dio ci viene incontro con la sua misericordia ed è pronto ad accoglierci. A patto che la smettiamo di correre dietro ai fantasmi sbandierati da una società fallimentare che però continua a lanciare i suoi richiami ingannevoli. Ma il Dio misericordioso presentatoci dalla Bibbia ci dice anche che tocca a noi fare il primo passo. Lui ci verrà incontro, non ci chiederà nemmeno di fare una pubblica abiura. L’unica condizione è che cambiamo davvero il nostro modo di vivere e che facciamo nostro il suo modo di vedere il mondo. Non ci chiede poco, è vero, ma è l’unico modo per essere felici.

La Bolla di indizione dell’anno giubilare

Misericordiae vultus è il titolo della Bolla e il volto è quello di Gesù. Effettivamente “quel volto” sintetizza tutte le sfumature che abbiamo rilevato leggendo i testi biblici e anche quelle che non sono emerse in una ricerca rapida. Il nostro sforzo dovrebbe mirare a scoprire attraverso le espressioni del volto del Maestro le sue reazioni ai comportamenti degli apostoli, delle folle, dei farisei, dei sadducei, dell’adultera, della vedova che accompagna il feretro del figlio. Dovremmo spiegare le sue lacrime di fronte alla tomba dell’amico Lazzaro, il suo sorriso quando abbraccia i bambini, la sua indignazione quando denuncia l’arrivismo meschino dei due figli di Zebedeo, l’espressione disperata quando si sente abbandonato da Dio.

In tutte queste situazioni Gesù manifesta la misericordia del Padre che non si esaurisce nelle raffigurazioni statiche dei singoli artisti, ma che dovrebbe essere ricostruita unendo le mille immagini che la rappresentano. È una ricerca troppo impegnativa per essere presentata in un documento ufficiale o anche solo in un articolo necessariamente limitato. Tuttavia è possibile offrire delle tracce per approfondire personalmente la ricchezza di insegnamenti presenti nelle pagine bibliche.

I testi della Bibbia che ho cercato di leggere nel loro contesto letterario sono citati anche nella Bolla di indizione dell’anno giubilare, insieme a tanti altri dello stesso tenore. Il documento del papa sembra sensibile alle difficoltà di mettere insieme le due facce della medaglia anche se continua a sottolineare gli aspetti gradevoli e incoraggianti legati alla qualità di Dio. In questo la Bolla segue fedelmente la tradizione, rappresentata dall’Enciclica Dives in misericordia non per niente citata diverse volte e proprio in passi che aprono la strada a capire perché Dio deve essere misericordioso. È il comportamento negativo dell’uomo che dà a Dio l’occasione di manifestare il lato positivo. Potremmo parafrasare un noto testo della liturgia: “O felix culpa” dell’umanità che offre a Dio l’occasione di farsi conoscere per quello che è: un Padre che ama tutti i suoi figli anche se in modo a volte incomprensibile.

Senza i “miseri” non esiste misericordia. L’unico ostacolo alla misericordia è il non riconoscere di averne bisogno. Per usare un termine “tecnico” è la “hybris” dei testi greci che possiamo interpretare come “arroganza violenta, tracotanza, autosufficienza insolente, disprezzo degli altri (compreso Dio), godimento sadico nel far soffrire chi è ritenuto nemico” che si oppone alla misericordia. Il riconoscimento della propria “miseria” (che non ha bisogno di grandi segni esteriori, flagellazioni, processioni di incappucciati, digiuni ostentati alla TV o sui giornali…) è la condizione per un incontro con Dio nella verità. Come abbiamo visto non è soltanto l’esperienza a dirlo ma lo afferma la Bibbia stessa in testi espliciti e nel contesto generale. Queste osservazioni dovrebbero permettere di affrontare il problema del male con una certa serenità che non va confusa con l’indifferenza né con l’approvazione o la connivenza.

In questa prospettiva mi pare che la Bolla possa essere divisa in due parti. La prima (nn. 1-9) presenta un repertorio di testi biblici sul tema della misericordia, commentati secondo i criteri interpretativi tradizionali. La seconda parte (nn. 10-25) tenta un approccio alle difficoltà che sorgono da una lettura che ho chiamato “tematica” o “selettiva” in quanto mette in luce soltanto un aspetto dell’insegnamento dato dalla Bibbia. La svolta è evidente soprattutto nel n. 10 dove compare il tema della “giustizia” che sembra contrapporsi alla misericordia. Il tema è ripreso ampiamente nei nn. 19-21 fino a dichiarare in modo netto: “ Chi sbaglia dovrà scontare la pena”, con la precisazione doverosa “che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del perdono”.

* * *

Per concludere un discorso che meriterebbe uno sviluppo molto più ampio, ci tengo a chiarire che non intendo affatto dare dei suggerimenti al papa. C’è già chi lo ha fatto… con risultati non proprio esaltanti. Il mio desiderio era solo richiamare l’attenzione su di un modo di accostarsi alla Bibbia che può portare addirittura a considerare il testo sacro immorale e blasfemo se non è letto nella prospettiva che ha guidato chi ha raccolto e conservato testi tanto eterogenei ma convergenti su punti fondamentali per la nostra fede. L’affermazione che Dio è misericordioso è uno di  questi. Se non si ha questa avvertenza avrebbe ragione Darwin che di fronte alla figlioletta Annie morta in tenera età avrebbe dichiarato: “No, un Dio onnipotente non può fare questo” (Corriere della sera 21 settembre 2015, citato da Anna Meldolesi).

Penso che la strada giusta per affrontare non solo il tema proposto per l’anno giubilare ma ogni lettura seria della Bibbia, sia accettarla per quello che è nella sua totalità di scritti in ebraico e in greco. Infatti certi principi di fede comuni con l’ebraismo trovano la loro giustificazione completa nei testi che conosciamo solo nella lingua greca. Ad esempio, la fede di Rambam Maimonide nella risurrezione, che gli Ebrei cantavano avviandosi alle camere a gas “Io credo con fede completa che ci sarà la risurrezione dalla morte nel tempo in cui lo vorrà il Creatore”, non risulta essere insegnata in modo esplicito nei testi ebraici, tant’è vero che al tempo di Gesù i Sadducei rifiutavano questa dottrina, affermata con certezza nei libri dei Maccabei (2 Maccabei7,9.14.23.29) e nel Nuovo Testamento.

Speriamo che l’impegno di papa Francesco nel liberare la chiesa di Roma dalle incrostazioni accumulate nei secoli precedenti riesca anche a restituire alla Bibbia il posto che le compete. Ciò non si ottiene portando la Bibbia in processione o collocandola in evidenza sul leggio. Sono soltanto dei simboli e in quanto tali non possono stare da soli. L’etimologia della parola dice che “simbolo” significa “mettere insieme” (syn + ballo) cioè il posto fisico centrale riservato al libro deve diventare il posto centrale che l’insegnamento espresso dal libro deve occupare nella vita.

Come abbiamo visto nei pochi esempi presentati, per ottenere questo risultato si deve partire dalla convinzione che la Bibbia è fondamentale per conoscere la nostra fede; da questo nasce il desiderio di conoscere che cosa dice veramente; segue l’impegno a leggerla e rileggerla senza la preoccupazione di arrivare alla fine del brano per vedere cosa viene dopo; cercare l’aiuto di chi ha già fatto il percorso seriamente; accettare le sfide che l’insegnamento ci dà e impegnarsi a trasformarlo in comportamenti concreti e in scelte di vita. Sembra complicato, ma in realtà lo è soltanto quando non si è convinti del punto di partenza. Le difficoltà successive dipenderanno poi soltanto (!!!) dalla fatica richiesta per essere coerenti.

Ritornando al tema dell’anno giubilare penso di poter sintetizzare così quanto abbiamo scoperto: per la Bibbia la misericordia è un attributo della natura di Dio che si manifesta in tanti modi diversi; Dio è misericordioso sempre anche quando l’uomo non se ne rende conto, anche quando lo rifiuta; l’uomo è invitato ad imitare Dio costruendo una società basata su rapporti di misericordia. Se l’anno giubilare non porta questi risultati non servirà a niente, sarà soltanto un flop in più che si aggiunge ai tanti di cui abbiamo disseminato la nostra storia.

Però resterà immutata la misericordia di Dio. Deo gratias!