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Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

giovedì 16 giugno 2016

"NON PRIVARTI DI UN GIORNO FELICE!"


LA  BIBBIA  AUGURA: BUON  APPETITO!

 In vista della preparazione dell’incontro conclusivo del corso sul Siracide, ho voluto verificare il suo pensiero sulle feste e in particolare sui banchetti. Avevo commentato ampiamente i testi durante gli incontri ma ho pensato che confezionando uno “spiedino” apposito forse sarebbe risultata più evidente l’inadeguatezza del metodo esegetico che, selezionando e filtrando i testi biblici attribuisce alla bibbia insegnamenti che in realtà le sono estranei.
     Ed allora, infilzando il primo bocconcino tanto appetitoso quanto boicottato e ignorato dall’esegesi penitenziale imperante, ho colto il primo fiore che presenta la caratteristica tutt’altro che trascurabile, di non limitarsi all’ambito culinario-conviviale, ma di abbracciare tutti gli aspetti gradevoli della vita.

Dio vuole vederci felici

11Figlio, per quanto ti è possibile, tràttati bene […]
14Non privarti di un giorno felice,
non ti sfugga nulla di un legittimo desiderio.
16Regala e accetta regali, e divèrtiti,
                     (Siracide14,11a.14.16a)

21Non darti in balìa della tristezza
e non tormentarti con i tuoi pensieri.
22La gioia del cuore è la vita dell’uomo,
l’allegria dell’uomo è lunga vita.
23Distraiti e consola il tuo cuore,
tieni lontana la profonda tristezza, […]
                     (Sir 30,21-23a).

Dopo questa premessa programmatica, splendente come il sole (cf Sir 43,2), è stato facile inserire le esortazioni a godere i piaceri di una tavola riccamente imbandita e condivisa con amici. La loro presenza esige un comportamento educato e il rispetto di norme che garantiscono la gioia di trovarsi in una compagnia rallegrata anche da musiche e canti. Affiora con insistenza il tema dell’autocontrollo visto in prospettiva personalistica, cioè come esaltazione della libertà individuale, motivo di ammirazione da parte di tutti. Manca ogni riferimento ad argomenti penitenziali o a rinunce ascetiche.

           12Sei seduto davanti a una tavola sontuosa?
Non spalancare verso di essa la tua bocca
e non dire: «Che abbondanza qua sopra!».
14Non tendere la mano dove un altro volge lo sguardo
e non precipitarti sul piatto insieme con lui.
15A partire da te intendi i desideri del tuo prossimo
e su ogni cosa rifletti.
16Mangia da uomo frugale ciò che ti è posto dinanzi,
non masticare con voracità per non renderti odioso.
17Sii il primo a smettere per educazione,
non essere ingordo per non incorrere nel disprezzo.
18Se siedi tra molti invitati,
non essere il primo a tendere la mano.
19Per un uomo educato il poco è sufficiente;
quando si corica non respira con affanno.
20Il sonno è salubre se lo stomaco è regolato,
al mattino ci si alza e si è padroni di sé.
Il tormento dell’insonnia e della nausea
e la colica accompagnano l’uomo ingordo.
21Se sei stato forzato a eccedere nei cibi,
àlzati, va’ a vomitare e ti sentirai sollevato.
22Ascoltami, figlio, e non disprezzarmi,
alla fine troverai vere le mie parole.
In tutte le tue opere sii diligente
e nessuna malattia ti coglierà.
23Molti lodano chi è sontuoso nei banchetti,
e la testimonianza della sua munificenza è degna di fede.
24La città mormora di chi è tirchio nel banchetto,
e la testimonianza della sua avarizia è esatta.
                     (Sir 31,12.14-24).
 
È sorprendente il richiamo alla sobrietà motivata da considerazioni molto realistiche: gli eccessi danneggiano la salute e comunicano un’immagine negativa della persona, sia quando esagera nella prodigalità e sia quando cede ai suggerimenti dettati dalla tirchieria. Il rispetto e la stima verso il piacere si spingono fino a giustificare un cedimento alla cultura “epicurea” quando sia imposta da circostanze particolari. Anche in questo caso, l’intervento liberatorio è dettato dal desiderio di raddoppiare la durata del piacere evitando al contempo gli effetti dolorosi causati dall’ingordigia (v. 27).
Non poteva mancare un “inno al vino” che affonda le radici in una tradizione millenaria costante nella sua ambivalenza di effetti. L’ebbrezza sembra proiettare l’uomo nel mondo stesso della divinità concedendogli di condividere per qualche istante la beatitudine assoluta, Ma può precipitare l’incauto consumatore nel baratro profondo dell’aberrazione totale.  

 27Il vino è come la vita per gli uomini,
purché tu lo beva con misura.
Che vita è quella dove manca il vino?
Fin dall’inizio è stato creato per la gioia degli uomini.
28Allegria del cuore e gioia dell’anima
è il vino bevuto a tempo e a misura.
31Durante un banchetto non rimproverare il vicino,
non deriderlo nella sua allegria.
Non dirgli parole di biasimo
e non affliggerlo chiedendogli quanto ti deve.
                     (Sir 31,27-28.31).

L’euforia alimentata dal vino non deve diventare l’occasione per rivendicare i propri diritti turbando la serenità dei commensali. Il tocco finale che garantisce la riuscita di un banchetto è la musica. Per il Siracide non è un elemento di contorno ma è considerata parte integrante che non deve essere disturbata da chiacchiere inutili anche se fatte passare come discussioni impegnative di gente importante. Sono fuori luogo, e basta! 

4Quando c’è un’esecuzione non effonderti in chiacchiere,
e non fare il sapiente fuori tempo.
5Sigillo di rubino su ornamento d’oro
è un concerto musicale in un banchetto.
6Sigillo di smeraldo in una guarnizione d’oro
è la melodia dei canti unita alla dolcezza del vino.
                     (Sir 32,4-6)

    Messaggio conclusivo agli insaziabili. Tutti i testi raccolti nello “spiedino” sono animati da un atteggiamento di equilibrio che ha il fondamento nel dominio (non nella repressione!) degli istinti naturali tendenti a raggiungere la felicità. Il realismo con cui il Siracide guarda la vita con atteggiamento disincantato lo porta a riconoscere la diversità delle risposte date dagli uomini alle provocazioni, sostanzialmente identiche, a cui tutti siamo sottoposti. Ecco allora l’esortazione finale rivolta a chi, pur avendo partecipato ad una grande festa, non è ancora sazio e vuole fare “le ore piccole”  (vale ancora questa espressione con i cambiamenti di orari imposti dalle varie “movide”?). “Se vuoi ancora divertirti – suggerisce il Siracide – continua pure la festa, ma a casa tua”. Libertà totale, a patto che tu sappia essere responsabile delle tue azioni e non le voglia imporre a tutti gli altri. Diventeresti arrogante, con il rischio di non essere più invitato da nessuno (mi permetto di aggiungere). 

11All’ora stabilita àlzati e non restare per ultimo,
corri a casa e non indugiare.
12Là divèrtiti e fa’ quello che ti piace,
ma non peccare con parole arroganti.
13Per tutto ciò benedici chi ti ha creato,
chi ti colma dei suoi benefici.
                     (Sir 32,11-13)

Lasciamo la conclusione a Gesù.
Potrei aggiungere altri bocconcini sullo stesso tema, prelevati qua e là da diversi passi della Bibbia, ma ho scelto di fermarmi al Siracide, in coerenza con quanto abbiamo visto nel corso dell’anno appena concluso.
Mi si passi solo il riferimento ad una definizione che Gesù dà di se stesso, riprendendo quanto la gente diceva di lui: “È un mangione e un beone!” (Matteo 11,19). Gesù non la respinge perché effettivamente nella sua vita prendeva parte ad incontri conviviali a cui partecipavano personaggi diciamo, discutibili. E lo faceva perché la riteneva una cosa normale, vissuta come opportunità offertagli da Dio di condividere il suo grande dono con i fratelli.
In un prossimo post cercherò di confezionare un altro spiedino nel quale si presentano altri punti di vista che possono sembrare in contrasto con questo.
Ma si tratta di contrasto o di complementarietà?

 

mercoledì 25 maggio 2016

Dio parla nella Bibbia. Come ?

L’affermazione costante della nostra fede, comune con la fede degli Ebrei, è che nella Bibbia Dio ha parlato agli uomini. Attraverso quelle pagine Dio ha comunicato al popolo di Israele qualcosa di se stesso, per guidare tutta l’umanità alla conoscenza di ciò che Egli fa per gli uomini. La Bibbia è nata per conservare questa esperienza religiosa di un popolo, destinata ad essere proposta a tutti.

Però, se cerchiamo di spiegare in quale modo sia avvenuta questa comunicazione tra Dio e gli uomini troviamo non poche difficoltà. Noi siamo abituati a considerare la parola soprattutto in due forme: parlata o scritta. Per comunicare tra di noi siamo soliti usare la voce oppure lo scritto e pensiamo spontaneamente che non esistano altre forme di comunicazione.

In realtà, usiamo molti altri mezzi per metterci in relazione tra di noi, come ad esempio i segni degli occhi, delle mani, del capo; le espressioni del volto per manifestare i nostri sentimenti; il modo di vestire, l’acconciatura dei capelli, le diverse modalità di stare insieme, ecc. Pensiamo a come i cortei assumono significati diversi a seconda di come si presentano. Sappiamo subito distinguere un corteo di protesta da una manifestazione per la vittoria della propria squadra o da un corteo funebre. Basta guardare!

Dio si è servito di tutte le forme di comunicazione conosciute dagli uomini di quelle epoche lontane, forme che possono anche essere differenti dalle nostre ma che, in fondo, siamo in grado di riconoscere anche noi attraverso lo studio dei documenti del passato.

La Bibbia non usa un unico linguaggio
Quando affermiamo che “Dio ha parlato attraverso la Bibbia” intendiamo solo dire che ha comunicato qualche cosa, senza precisare il modo preciso in cui è avvenuta questa comunicazione. Si tratta di distinguere, caso per caso, come i primi destinatari della comunicazione hanno riconosciuto un messaggio nell’esperienza religiosa che hanno vissuto e che poi hanno espresso con parole, prima dette e poi scritte. Alla base della comunicazione biblica troviamo sempre un’esperienza, interpretata da un punto di vista religioso, capace di far sentire l’uomo alla presenza della divinità.

In questo contesto è importante non solo l’atteggiamento personale di chi riceve la comunicazione di Dio, ma anche l’ambiente culturale che presenta come “voce della divinità” una serie di avvenimenti che la nostra cultura attribuisce a cause differenti, a volte puramente naturali. Per gli uomini antichi Dio guidava ogni evento della vita, muoveva quelle che noi chiamiamo cause immediate, che potevano essere ignorate tranquillamente quando si descriveva qualche fatto più o meno importante. Era sempre Dio che agiva e con i suoi interventi faceva capire quale era la sua volontà nei confronti dell’uomo.

I tre aspetti fondamentali della parola di Dio
La Bibbia ebraica è divisa tradizionalmente i tre parti: Torah, Nebiim e Ketubim, tre parole ebraiche che significano Legge, Profeti e Scritti e che indicano rispettivamente i primi cinque libri dell’Antico Testamento (il Pentateuco), i libri dei Profeti e i rimanenti libri. Tutti sono formati da parole scritte, tutti sono considerati “parola di Dio”, ma questa si presenta in modi molto diversi.

Nella Torah Dio si presenta come il legislatore e parla attraverso le leggi che regolano nei minimi particolari la vita dell’Ebreo. Sono un insegnamento prezioso mediante il quale Dio fa conoscere come l’uomo deve comportarsi per piacere a Lui. Dio si è servito di Mosè e di chi ha continuato la sua opera di legislatore, per indicare ad ogni generazione il comportamento da tenere. Per quegli uomini, “la Legge” è la parola di Dio, da osservare con amore e riconoscenza.

I Profeti sono gli interpreti della Legge, sono coloro che verificano la corrispondenza tra quanto Dio vuole e quanto il popolo fa concretamente. I Profeti non esprimono le proprie idee ma comunicano un giudizio a nome di Dio, sono i suoi portavoce, gli osservatori critici e attenti che richiamano continuamente alla fedeltà all’osservanza della Legge.

Gli altri Scritti comprendono soprattutto i libri che chiamiamo Sapienziali. A differenza dei profeti, questi autori più antichi non fanno riferimento alla Legge o a qualche manifestazione straordinaria di Dio. Il loro punto di riferimento è l’esperienza quotidiana che, guidata dalla ragione, li porta a scoprire quelle che noi chiamiamo “leggi della natura”. I loro insegnamenti non sono presentati in modo esplicito come “parola di Dio”, ma come scoperte dell’intelligenza e dell’esperienza. Solo con il passar del tempo, questi Sapienti riconosceranno nella sapienza dell’uomo un riflesso della Sapienza di Dio e si rivolgeranno a Lui per dare una risposta a quegli interrogativi che l’intelligenza umana si pone ma non riesce a risolvere.

Questi tre modi fondamentali in cui l’uomo ha riconosciuto la parola di Dio nella Bibbia, sono stati presenti contemporaneamente nella vita del popolo ebraico, anche se idealmente la Legge è venuta per prima, i Profeti che la interpretano sono successivi e i Sapienti concludono questo itinerario nel quale Dio ha sempre parlato al suo popolo.

Gesù, parola di Dio
Per i cristiani la Parola di Dio ha assunto la sua forma definitiva non solo negli insegnamenti di Gesù ma nella sua stessa persona. I vangeli lo presentano come legislatore, come profeta e come sapiente. La riflessione dell’evangelista Giovanni affermerà che la Parola di Dio diventata carne in Gesù è la stessa parola che ha creato il mondo e che dà significato a tutte le cose, rendendole comprensibili in un progetto che Dio ha fatto su tutto il creato.
Si viene così a chiudere in modo sorprendente il ciclo delle manifestazioni diverse della Parola di Dio, una e molteplice, ma sempre e comunque intessuta di umanità e capace di illuminare e dare forza a chi si mette in atteggiamento di ascolto.

Giovanni Boggio (Biblista)

             Mosè scrisse tutte le parole del Signore, poi si alzò di buon mattino e costruì un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d'Israele  (Esodo 24,4).
…fu rivolta a Geremia questa parola da parte del Signore. Disse il Signore: «Và nell'atrio del tempio del Signore e riferisci a tutte le città di Giuda che vengono per adorare nel tempio del Signore tutte le parole che ti ho comandato di annunziare loro; non tralasciare neppure una parola. Forse ti ascolteranno e ognuno abbandonerà la propria condotta perversa; in tal caso disdirò tutto il male che pensavo di fare loro a causa della malvagità delle loro azioni (Geremia 26,1-3)

Davvero stolti per natura tutti gli uomini / che vivevano nell'ignoranza di Dio / e dai beni visibili non riconobbero colui che è, / non riconobbero l'artefice, pur considerandone le opere (Sapienza 13,1)

Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo  (Ebrei 1,1-2)

mercoledì 4 maggio 2016

I NEMICI DEL CONCILIO

UN CONCILIO… INDIGESTO

Sono passati più di 50 anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II e, nonostante l’applicazione ufficiale delle indicazioni derivanti dalle sue decisioni, si ha l’impressione che parte dei cattolici non abbia ancora digerito i cambiamenti introdotti nella prassi della liturgia e nella comprensione della stessa fede.

Il malessere serpeggiante tra i cattolici si è manifestato apertamente con alcune prese di posizione che hanno avuto nel movimento lefevbriano la manifestazione più clamorosa. Ma le resistenze all’applicazione delle indicazioni conciliari si sono estese, sempre ispirate dalla preoccupazione di “Salvare la fede” che si riteneva fosse messa in pericolo.
Ad essere sinceri, alcune interpretazioni disinvolte e avventuristiche del Concilio hanno suscitato perplessità ben comprensibili a causa della superficialità da cui nascevano e con cui venivano attuate, a volte con disprezzo dichiarato non solo dei canoni tradizionali ma soprattutto del buon senso e del buon gusto. Sono sorti così degli autentici mostri di architettura, di “arte moderna”, di celebrazioni definite sacre ma di una banalità sconcertante che convivevano accanto a cerimonie spettacolari in stile hollywoodiano con esibizioni di costumi fantasiosi scopiazzati dal mondo della moda. E tutto veniva etichettato come “rinnovamento conciliare”: in realtà era solo merce di contrabbando.
Purtroppo questi prodotti falsi sono stati collegati con affermazioni teologiche soggiacenti e, soprattutto quelli legati più strettamente alla liturgia, sono stati tacciati di fomentare le più svariate eresie. Ricordiamo le polemiche ancora attuali sull’uso del latino, sulla messa di Pio V contrapposta a quella di Paolo VI con il compromesso di Benedetto XVI.
In questi giorni l’attenzione si è spostata dalla liturgia al campo della morale coniugale portata al centro delle discussioni dal recente Sinodo (discusso in se stesso) che è stato costretto ad interessarsi della famiglia dalle provocazioni provenienti dalla società attuale.

Posta elettronica
È stata la scintilla che ha fatto scoppiare quanto si era accumulato negli anni precedenti. La denuncia continua attraverso la stampa di libri e articoli, ora è arrivata alla rete di internet con la diffusione capillare di messaggi dai toni decisamente aggressivi. Ho sullo schermo del mio PC uno di questi documenti, ovviamente non richiesto. Penso che la stessa cosa sia accaduta ad altri consumatori abituali della rete. Forse potrebbe interessare qualcuno il confronto con le reazioni che ho provato personalmente leggendo il messaggio.
“Copio e incollo” qualche frase particolarmente significativa per capire le intenzioni di un esponente del movimento contestatore che firma la sua denuncia.
  Ora però dopo aver per 50 anni ripetutamente contraddetto, seppur in modo indiretto, il costante ed universale Magistero della Chiesa anteriore al Vaticano II in ciò che è legato ai dogmi della Fede, adoperando le armi del dialogo interreligioso, del falso ecumenismo, della libertà religiosa e della collegialità episcopale, ora con il Pontificato di Papa Francesco è giunto il turno delle verità della morale rivelata e di quella naturale”.
Il bersaglio della denuncia è l’ultimo documento “Amoris laetitia” che conclude il Sinodo e che viene indicato come il punto culminante dell’eresia che starebbe distruggendo la Chiesa cattolica. Il linguaggio usato è catastrofico. Si parla di: “tragici avvenimenti”, di “vero e proprio oggettivo attentato alla Fede ed alla santità dei Sacramenti del Matrimonio, della Penitenza e della SS. Eucaristia” di “una specie di Las Vegas clericale”.
Le affermazioni del papa “non sono che le ultime delle tante 'picconate' inferte in questi ultimi 50 anni contro il Depositum Fidei, a cominciare dall'infausto Concilio Vaticano II”. Sembra che l’autore della denuncia condivida e sostenga la convinzione che la Chiesa cattolica avesse raggiunto il vertice della perfezione con il pontificato di papa Pacelli a cui non si doveva aggiungere o togliere o modificare nulla. Infatti prosegue: “A partire dall'elezione di Papa Giovanni XXIII abbiamo assistito ad un crescendo continuo di  attacchi - indiretti e, speriamo, non voluti, ma purtroppo terribilmente efficaci -  contro la dottrina costante della Chiesa, spesso portati avanti dagli stessi Papi  con interventi a livello  di pastorale (p. es. le riunioni interreligiose ed ecumeniche di Assisi) , disciplina canonica (nuovo Codice del 1984 elaborato per introdurvi le famigerate 'novità' del Vaticano II) e sacramentale (nuovo Rito della Messa del '69 in chiave filoprotestante, profanazioni continue causate dalla Comunione sulla mano, ministri straordinari dell'Eucaristia che si sostituiscono indebitamente al Clero, ecc.).
Sempre secondo la denuncia diffusa per posta elettronica (firmata da un sacerdote della diocesi di Albano, ritirato in un eremo), se era ancora possibile convivere con quello che rimaneva di una chiesa così mal ridotta dal Concilio, diventava ormai impraticabile dopo gli attacchi portati alla fede da papa Bergoglio. In poche parole: con gli interventi di Francesco si è toccato il fondo.
Ecco la conclusione drammatica: “ciò che ancora restava in piedi del Cattolicesimo viene attaccato e scardinato sotto gli occhi allibiti di coloro che non avevano compreso abbastanza la gravità dei precedenti cambiamenti 'conciliari', ed ancora speravano che la Rivoluzione del 1962 potesse essere arrestata  ad un certo punto della sua avanzata, che insomma si potesse 'conservare' nello stadio raggiunto con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Poveri 'conservatori' illusi...”.

Come metabolizzare il Concilio vaticano II
La denuncia è accompagnata da uno studio che supporta ulteriormente le idee già espresse con tanta chiarezza e violenza. Confesso che d’istinto vorrei rispondere con espressioni altrettanto polemiche. Non lo faccio, perché nello spirito del Concilio vaticano II cerco il confronto e non lo scontro, cerco il dialogo con la speranza e la fiducia di trovare una via comune che ci aiuti tutti a camminare verso quel Vangelo a cui tutti facciamo riferimento e che diciamo di amare, anche se poi lo dimostriamo in modi diversi.
Ma un sassolino dalla scarpa me lo voglio togliere, una cattiveria maligna detta però con tanta simpatia e sincerità, magari con una strizzatina d’occhi. Cari amici contestatori, sapete che avete evitato il rogo proprio grazie a quel Concilio vaticano II che non riuscite a digerire? È paradossale, ma è proprio così. La nostra cara e amata Chiesa cattolica, apostolica, romana a cui non rinunceremo mai, gente come voi che si opponeva al papa la mandava al rogo, prima del Vaticano due. Ufficialmente per eresia, in realtà perché aveva il coraggio di attaccare il potere del papa regnante, con buona pace di Gesù che aveva salvato dalla lapidazione l’adultera chiedendole “solo” di non continuare a mettere le corna al marito.
Ecco, se proprio volete bene alla Chiesa cattolica, suggerite a papa Francesco di completare “sempre” il suo invito pressante ad avere fiducia nella misericordia di Dio con la seconda parte che non può essere sottintesa: “non peccare più”. Come ha detto Gesù.
Perché il grosso equivoco (molto comodo) in cui cadono molte pecore del gregge che Gesù gli ha affidato è proprio quello di fermarsi alle prime parole dimenticando le seconde che invece sono la condizione necessaria per continuare ad essere perdonati.
La vera eresia, cioè separazione dalla Chiesa voluta dal nostro Maestro, è considerare il Padre come un buon vecchio bonaccione che non si accorge o fa finta di non vedere le marachelle dei nipotini, forse perché colpito dall’Alzheimer. Ho letto che il pastore porporato di un’importante chiesa cattolica italiana, per adeguare il proprio linguaggio al moderno “cattolicamente corretto” ha appioppato a Dio l’epiteto di “paparino”. Non conosco tutte le sfumature dialettali del termine che io però traduco molto più volgarmente con un altro che uso quando parlo ma che non mi sento di scrivere.
Mi pare che, se amiamo davvero la nostra Chiesa, dobbiamo preoccuparci di queste sbandate ideologiche più che dell’abolizione del manipolo (qualcuno lo rimpiange ancora?) o dell’abbandono del latino con tutti gli strafalcioni che lo accompagnavano.
Certamente ci sono in gioco principi basilari della nostra fede che devono essere salvaguardati se vogliamo conservare la nostra identità cristiana. Proprio questa fede ci insegna che Dio è sempre almeno un passo avanti a noi che cerchiamo di raggiungerlo senza riuscirci mai. Ciò significa che ogni attualizzazione della Chiesa non può mai essere considerata ultima e definitiva, né quelle di Paolo, né quella di Gregorio, né quella tridentina, né quella di Leone XIII, né quella delineata dal Vaticano II. Mi pare che qualcuno abbia detto che la Chiesa è “semper reformanda” il che significa che è sempre in crescita purché questa sia un vero sviluppo e non un trapianto di organi estranei soggetti al rigetto.
Fratelli nostalgici della messa di Pio V, coraggio. Non cercate in farmacia il digestivo che vi permetta di assimilare le ricchezze dell’ultimo Concilio, grazie al quale potete pensare, dire, scrivere, comunicare a tutti il vostro dissenso senza correre alcun rischio per la vostra incolumità. E non è poco.
Non ho le competenze tecniche per affrontare i singoli problemi evidenziati dalla denuncia postata in rete. Sono un semplice esegeta che ha dedicato tutta la vita allo studio e all’insegnamento della Bibbia. Devo riconoscere che, nonostante le dichiarazioni pubbliche di stima e venerazione, i libri che si continua a definire sacri sono ancora letti partendo da presupposti che si rivelano insostenibili. Anche su questo aspetto fondamentale è necessario superare l’immobilismo interpretativo che sembra far molto comodo ma che in realtà impedisce lo sviluppo armonico della Chiesa. Ma questo è un tema che non può essere affrontato nel breve spazio di un articolo.

venerdì 22 aprile 2016

CRONACHE INCREDIBILI

CRONACHE  INCREDIBILI

Le soffitte, si sa, possono conservare tesori che fanno la fortuna di chi li trova. Si tratti di un Caravaggio sconosciuto, di un Rembrandt o di una raccolta di monete antiche, chi se li trova tra le mani ha sempre l’impressione di aver fatto una scoperta sensazionale.
Io non ho provato questa emozione quando mi sono imbattuto in una cartella che conteneva fogli ingialliti di vecchi giornali raccolti chi sa da chi, chissà quando e chissà perché. Però ad un giornalista in pensione quel ritrovamento ha ridestato la curiosità non ancora sopita di scoprire il motivo che aveva spinto un ignoto collega a conservare pagine isolate di quotidiani con notizie di cronache di altri tempi.


UN APPARTAMENTO ALLAGATO
Il signor Filippo Del Buono era uscito per la solita passeggiata pomeridiana senza sapere che cosa lo attendeva al suo rientro a casa: avrebbe trovato l’appartamento completamente allagato. “Devo aver dimenticato aperto il rubinetto del bagno” ha pensato il signor Filippo che si è subito precipitato, sguazzando nell’acqua, a porre fine al disastro. Ma tutto era in ordine. “Forse la lavatrice si è guastata”. No, era perfettamente in ordine. Entrato in camera da letto si accorse che l’acqua proveniva dal soffitto. Il guasto doveva essersi verificato  nell’appartamento del piano superiore.
Intanto il signor Filippo incominciò a cercare di eliminare l’acqua dal suo parquet di legno pregiato, mettendo in salvo i tappeti, isolando i cavi elettrici, asciugando le basi dei mobili. Era un’emergenza che richiedeva interventi immediati, senza andare troppo per il sottile. Non bastando gli stracci ad assorbire l’acqua, anche abiti vecchi in disuso fecero un ottimo servizio. Venne poi il turno dei secchi e delle bacinelle per raccogliere l’acqua che continuava a scendere abbondante dal soffitto. E incominciarono le corse per svuotare i recipienti che si rivelarono insufficienti per ricevere le sorgenti sempre più numerose.
Con una corsa veloce al supermercato sotto casa il signor Filippo svuotò i magazzini di ogni recipiente di metallo e di plastica in grado di contenere acqua. Era diventato difficile camminare per casa facendo slalom tra secchi e bacinelle che ricoprivano tutti i pavimenti, ma almeno si poteva sperare di stare un po’ all’asciutto.
Il signor Filippo Del Buono, fedele al suo nome era anche zoofilo, amante non solo dei cavalli ma di ogni essere animato. Però trasformare il suo appartamento in uno stagno per ospitare le rane gli sembrava decisamente troppo. Non se la sentiva. E intanto l’acqua continuava implacabile a scendere dall’alto come ai tempi di Noè.
La sorpresa, l’urgenza dei primi provvedimenti, i pensieri confusi avevano impedito di fare la cosa più ovvia: telefonare all’inquilino del piano di sopra pregandolo di chiudere il rubinetto del bagno. O, meglio ancora, suonare alla sua porta e metterlo al corrente di cosa stava succedendo.
È quanto finalmente ha fatto il signor Filippo. Inutilmente. L’inquilino, un certo signor Renato Da Lungi, risultava introvabile. Intanto tutto il condominio era venuto a conoscenza del caso e tutti esigevano che venisse risolto al più presto, anche a costo di sfondare la porta dell’appartamento. Ma il signor Del Buono, fedele al proprio nome, era riluttante non volendo danneggiare nessuno, disposto a rinunciare alle proprie comodità pur di non recare fastidio al prossimo.
Ma quando il caso venne a conoscenza dei carabinieri e della polizia municipale l’intervento diventò inevitabile. Accertata l’urgenza della situazione si giunse alla decisione di intervenire con la forza nell’appartamento dove si era originato l’incidente, nonostante l’opposizione ostinata del signor Del Buono.
Sotto il controllo vigile delle autorità competenti, un fabbro fece saltare la serratura. Nuova sorpresa: la porta era blindata. Per poter entrare si dovette intervenire in modo massiccio demolendo praticamente tutta la struttura con danni gravissimi.
E la cosa non finì lì. Il rubinetto era chiuso e la perdita risultò causata da una rottura della tubatura all’interno del muro. Le spese per riparare i danni salirono alle stelle e furono la causa delle denunce che portarono in tribunale i proprietari dei due appartamenti.
La causa verrà discussa il giorno…….”

Data, luogo, titolo del quotidiano erano assenti o illeggibili, ma sono da considerarsi insignificanti di fronte alla vicenda raccontata con un certo compiacimento dal corrispondente di cronache giudiziarie che ci presenta uno spaccato di vita piuttosto inquietante.
Il secondo foglio di giornale riportava la cronaca di un fatto che sembrava provenire da un mondo di alieni, tanto era allucinante.

LA CURVA MALEDETTA
Gli incidenti, per lo più mortali, che si erano verificati in quella curva non si potevano contare. Non passava settimana che qualcuno non finisse fuori strada spesso con conseguenze drammatiche. Il luogo isolato, lontano da centri abitati rendeva molto difficile un pronto intervento delle unità di soccorso che a volte giungevano quando ormai non c’era più nulla da fare per le vittime se non certificarne il decesso.
Per limitare il più possibile i danni provocati da questa situazione incresciosa un gruppo di giovani, già impegnati come volontari in attività assistenziali, ha deciso di creare un presidio stabile nei pressi della “curva maledetta” per garantire un intervento immediato appena verificato l’incidente. La drastica riduzione dei tempi per il ricovero nelle strutture ospedaliere ha contribuito in misura notevole ad abbassare in modo significativo il numero dei decessi.
Il ripetersi degli incidenti, con tendenza alla crescita numerica e alla gravità degli stessi, ha convinto i volontari che il loro servizio era ancora inadeguato e che sarebbe stato necessario fare un passo ulteriore per dare una risposta soddisfacente alle nuove esigenze. Il passaggio dalle idee ai fatti è stato molto breve.
Grazie alla collaborazione di architetti, imprenditori, finanziatori privati ed enti statali, superando anche con lodevole rapidità le pastoie burocratiche si è giunti così all’inaugurazione di un Centro Traumatologico Infermieristico Onnicomprensivo Locale (Ce.Tr.I.O.L.), vero gioiello che unisce competenza, efficienza, modernità, ricerca scientifica, accoglienza e, soprattutto, interventi immediati sul luogo degli incidenti. L’azzeramento dei tempi di trasporto degli incidentati è forse l’aspetto più interessante della nuova struttura, quando si pensa alle attese interminabili precedenti, sempre troppo lunghe nonostante l’intervento dell’elisoccorso.
Può forse sembrare irriverente, ma si potrebbe dire prendendo in prestito una nota pubblicità: “Dal produttore al consumatore” visti i pochi metri della pista ampia e comoda che unisce la “curva maledetta” all’ingresso del CeTrIOL. Anche l’invito a preferire i prodotti “A kilometro zero” impallidisce di fronte all’abbattimento completo delle distanze ottenuto dalla nuova struttura.
Gli automobilisti e i “centauri” che percorrono questo tratto di strada che destava tante preoccupazioni possono ora viaggiare tranquilli. Qualunque cosa accada non ci saranno più attese lunghe e strazianti ma troveranno subito infermiere premurose, graziose ed esperte che li accoglieranno.
L’inaugurazione del CeTrIOL avverrà alla presenza delle Autorità civili, militari e religiose e dei rappresentanti delle Forze dell’ordine giovedì p. v. nelle ore di maggior traffico (durante le quali, anche se non programmata, è possibile una dimostrazione pratica dell’efficienza della nuova struttura).

A questo punto ho chiuso la cartella, tormentato da un dubbio atroce: Non sarebbe stato più semplice correggere o eliminare quella curva maledetta?
Ma poi mi è frullato per la testa un pensiero cattivo e maligno, che più maligno non si può: se si eliminava la curva, che cosa avrebbero fatto i volontari? E gli architetti e i donatori e i dottori e gli specialisti e i giornalisti e gli opinionisti? E chi si sarebbe scomodato per inaugurare una curva eliminata?
E il pensiero si è fatto ancora più maligno suggerendomi diabolicamente che quella si fosse trasformata in una “curva benedetta”, fonte inesauribile di ricchezza, onore, gloria e notorietà (a scalare) per tutti gli operatori di quella struttura d’avanguardia, frutto e vanto del genio italico.
Ma forse quella soffitta e quei giornali non sono mai esistiti, sono stati solo un incubo che mi perseguita, proveniente da un mondo di alieni.

venerdì 15 aprile 2016

IL VANGELO DEI DELUSI

IL VANGELO DEI DELUSI
(o: i delusi dal vangelo?)

Il brano del vangelo di Giovanni che abbiamo letto nella terza domenica del tempo di Pasqua (Gv 21,1-19)  è stato composto con grande maestria. Figura come un’appendice al vangelo stesso che si dichiara chiuso con il capitolo 20. Ma non è questo l’aspetto su cui mi voglio fermare. Vorrei richiamare l’attenzione sulla composizione letteraria dei versetti 21,1-19.
1 –  La pesca e la colazione.
        È evidente la divisione in due sezioni: vv. 1-14 e vv. 15-19. La prima è ben collocata nel tempo (terza manifestazione di Gesù dopo la risurrezione, v. 14) e nello spazio (riva del lago di Tiberiade, v. 1). È precisata anche l’ora di apertura della scena (inizio della notte: “ vado a pescare” v. 3), la sua durata (tutta la notte, v. 3) e il momento della conclusione (dopo la colazione del mattino seguente, v. 13). Sono elencati i nomi di cinque personaggi, mentre due restano anonimi (v. 2). Nel v. 4 si introduce un altro personaggio che assume il ruolo di protagonista. È Gesù, che però rimane misterioso per i sette apostoli mentre invece è presentato con il suo nome al lettore.
Non è un particolare secondario. Infatti chi legge è avvantaggiato sui personaggi ed è spinto senza volerlo a dare un giudizio negativo sulla loro incapacità di riconoscere “il Signore”. Questa denuncia dell’incredulità dei discepoli è una costante nei racconti delle apparizioni del Risorto ed assume il valore di testimonianza di un fatto reale anche se non documentabile.
In questa prospettiva va vista l’abbondanza di particolari descrittivi che raggiunge quasi la pignoleria: l’invito dello sconosciuto a gettare la rete dal lato destro della barca (v. 6), Pietro che si riveste prima di gettarsi in acqua (v. 7), la distanza della barca dalla riva (v. 8), i carboni accesi con la grigliata di pesci e il pane (v. 9), il numero preciso dei grossi pesci e la resistenza della rete (v. 11), l’invito a mangiare rivolto agli apostoli ammutoliti che vengono serviti da Gesù (v. 12). Tutto sembra voler dire che si riferisce un fatto realmente accaduto e ricordato nei minimi particolari.
Fin qui abbiamo visto la descrizione dell’ambiente. Vediamo che cosa dicono e che cosa fanno i personaggi che vi operano. L’affermazione di Pietro: “Vado a pescare” dà l’impressione di voler rompere un silenzio divenuto imbarazzante per tutti. Viene spontaneo pensare che i sette avessero parlato di Gesù cercando di capire il senso di quei fatti che li avevano sconvolti. La decisione di Pietro allenta la tensione facendo capire agli altri sei, che i rimpianti sono inutili, la vita continua, e allora  “Veniamo anche noi con  te” (v. 3). Come a dire: ormai non c’è altro da fare.
Ma l’unica cosa che riescono a fare, è salire sulla barca: grande impresa! Di pesci, nemmeno l’ombra. Ormai è l’alba, non  resta che tornare a terra.
“Ragazzi, non avete dei pesci?” era una presa in giro o una provocazione la voce di quello sconosciuto che doveva aver seguito da terra la conclusione infelice delle loro fatiche? (v. 5). In quel “Nooo!” della risposta i sette pescatori (si fa per dire) hanno scaricato tutta la rabbia e la delusione a cui ora si aggiunge anche una brutta figura.
“Gettate la rete alla vostra destra”. E adesso ci vuole anche sfottere – devono aver pensato i sette “esperti” di pesca. Ma l’automatismo del gesto è scattato ed è accaduto l’incredibile che li ha lasciati senza parole. Da questo momento resteranno muti eccetto “il discepolo amato da Gesù” che suggerisce a Pietro “È il Signore” (v. 7). Sarà Gesù il solo a parlare incoraggiando i discepoli a completare la preparazione del pasto e a cibarsi.
2 – Il dialogo tra Gesù e Pietro.
Due annotazioni di tempo fanno da cerniera tra il primo quadro e il secondo. Il primo si conclude con l’affermazione che quella era “la terza volta che Gesù appariva ai discepoli” (v. 14). Il secondo inizia con “Dopo che ebbero mangiato” (v. 15) senza specificare di più. La collocazione del racconto invita a legarlo al precedente e anche l’argomento sviluppato suggerisce questa lettura. Ma non è possibile precisare ulteriormente.
Indipendentemente dalla sua collocazione il racconto è strutturato come un dialogo esclusivo tra Gesù e Pietro. Non presenta delle azioni (come nella prima parte) ma è giocato tutto sulla parola ridotta a tre formule (“mi ami”  -  “ti amo”  -  “pasci”) ripetute per tre volte con alcune varianti significative.
La prima riguarda il verbo “amare”. La traduzione italiana non può rendere la differenza presente nel testo greco che usa due verbi diversi: agapao e fileo. Il primo è usato da Gesù nelle prime due domande mentre Pietro risponde con il secondo. Nella terza domanda anche Gesù usa il verbo fileo. Non entro nella differenza di significato tra i due verbi: è sufficiente averla segnalata.
La seconda variante è più importante dal punto di vista della struttura del brano e riguarda la risposta di Pietro. Alle due prime domande l’apostolo risponde senza tentennamenti. La terza volta invece ripete tra sé la domanda come se volesse assicurarsi di aver capito bene. La sicurezza quasi ostentata se non spavalda delle prime risposte è sostituita da un’espressione commovente per la sincerità coerente con il carattere impulsivo di Pietro, come emerge da tutto il brano.
Conclusione: come leggere il vangelo.
Le azioni descritte nel nostro racconto e soprattutto le parole riportate, rivelano un alternarsi di sentimenti manifestati apertamente o facilmente intuibili. L’autore ha saputo creare all’inizio un’atmosfera che comunica la delusione degli apostoli superstiti al fallimento dei loro sogni. L’introduzione inaspettata di Gesù incomincia con una parola che diventa significativa quando è accompagnata dal segno prodigioso. La stessa parola è la protagonista del dialogo con Pietro che ha come destinataria tutta la Chiesa.
Un testo così ricco di suggestioni deve essere presentato con una lettura che trasmetta le emozioni e i messaggi che l’autore ha voluto comunicare. Una lettura  monotona e distaccata uccide il testo. Lo stesso effetto negativo è prodotto da una lettura che enfatizza il testo in modo indebito. Ad esempio se si legge il “Vado a pescare” di Pietro e il “Veniamo anche noi” con tono entusiastico, gioioso, come se fosse l’inizio di una bella gita in barca sul lago si comunica un messaggio contrario al significato del racconto. Così la triplice risposta di Pietro alla domanda di Gesù deve essere letta con tre toni diversi: deciso e sicuro la prima volta – normale e pacato la seconda – accorato e incerto la terza. Lo esige il testo.
Non è che si debba trasformare in recita teatrale la proclamazione del vangelo. Si tratta solo di leggere con fedeltà il testo dando alle parole il loro significato. Certamente una lettura non solo del vangelo ma di qualsiasi altro testo, fatta con questi criteri non si può improvvisare né affidare al primo malcapitato, chierichetto o no. Deve essere studiata e preparata, preferibilmente registrata e risentita. Richiede impegno, fatica e tempo. Ma ne vale la pena, se non vogliamo sentirci dire alla fine della lettura, quando affermiamo alzando il tono della voce, che è “Parola di Dio” o “Parola del Signore”: “Ma come parla male questo vostro Signore!”.

giovedì 7 aprile 2016

IL VANGELO SECONDO MAOMETTO


IL VANGELO SECONDO MAOMETTO

(OVVERO IL VANGELO DI BARNABA)

È noto a tutti che nel Corano si parla ripetutamente di Gesù come anche di Maria. E se ne parla anche con una certa stima e simpatia, tanto che a volte questo atteggiamento benevolo viene portato come dimostrazione del carattere tollerante dell’Islam nei confronti di altre religioni.
      In certi ambienti cattolici si dà molta importanza a questo aspetto fino a considerarlo quasi un invito ad aprire un dialogo ecumenico perché basato su una piattaforma comune costituita dal testo dei vangeli, che sembrano condivisi.
      Ma se cerchiamo di ricostruire il ritratto di Gesù come è presentato nel Corano, ci accorgiamo che non corrisponde all’immagine che ci offrono i quattro vangeli. Non mi pongo il problema di quale delle due presentazioni sia quella vera. È una questione teologica che va affrontata ad un altro livello per cui si richiedono grandi competenze e capacità dialettiche. Questo compito è riservato agli esperti.
      Mi limito ad una lettura attenta all’aspetto letterario, al significato delle parole e delle immagini che suggeriscono. Nei quattro vangeli accettati dalle chiese cristiane Gesù si presenta come figlio di Dio, nato da Maria vergine, interprete autentico degli insegnamenti contenuti nei libri sacri della tradizione ebraica, operatore di guarigioni e di prodigi a dimostrazione della sua capacità di debellare i mali che affliggono l’umanità e di perdonare i peccati. Condannato ingiustamente a morte, viene inchiodato alla croce, deposto in un sepolcro ma si presenta ripetutamente vivo ai suoi discepoli dai quali si separa definitivamente per ritornare a Dio Padre che lo aveva inviato nel mondo come unico salvatore.
      Come si vede, anche se ridotto alle linee essenziali è un ritratto piuttosto complesso che però presenta un personaggio unico e irripetibile nella storia. Ribadisco, a scanso di equivoci, che non affronto il problema dell’esistenza storica di Gesù, su cui si fonda la mia fede. Mi fermo solo sul personaggio così come è presentato nei vangeli cristiani, perché voglio confrontare il suo ritratto con quello che si può ricostruire attraverso le decine di testi del Corano dove si parla di Isacioè Gesù.
       A partire dalla sura 3 che presenta la famiglia di Maria mescolando elementi presenti anche nel vangelo di Luca con altri ricavati da racconti di vangeli apocrifi (3,46  parlerà fin dalla culla come un adulto” cfr. 19,30; 3,49 “Creerò per voi con dell’argilla la figura di un uccello, vi soffierò sopra e, col permesso di Dio, diventerà un uccello vivo”), Maometto abbozza già un ritratto completo di Gesù dall’annunciazione (3,42-47) e dalla nascita (“sotto una palma” 19,22-26) fino all’ascensione, preceduta dalla morte (3,55).
        Proprio quest’ultima affermazione è in contrasto con quanto scritto in 4,157-158 testo che mi ha suggerito questo intervento motivato, come vedremo, dal “ritrovamento” di un altro vangelo, quello “di Barnaba”.
       Altri particolari della vita di Gesù (nella sura3) presentano elementi comuni con i racconti evangelici, come il riconoscimento dei miracoli e le “correzioni” ad alcuni precetti della Torah (3,49-51). Però proseguendo nella lettura troviamo anche affermazioni che minano alla base gli stessi insegnamenti attribuiti a Gesù e che costituiscono il centro della fede cristiana. Nella sura 43,59 è attribuita ad Allah questa dichiarazione: “In verità, Gesù non è che un nostro servo cui abbiamo accordato i nostri favori, facendone un esempio per i figli d’Israele”. Lo stesso concetto è espresso e sviluppato ampiamente da Gesù che risponderebbe a Dio che lo accusa di essersi proclamato dio insieme a sua madre, secondo il testo di 5,116-118.
      Anche i nostri bambini del catechismo saprebbero riconoscere che non è questa la Trinità presentata dalla fede cristiana. Forse però diventati adulti, a qualcuno si sono confuse un po’ le idee e potrebbe chiedere a Dio cosa c’è di strano nell’affermazione che Gesù rigetta tanto decisamente. Ma questa è una mia malignità.
      Quello che invece è evidente è la maledizione senza sconti a tutti quelli che affermano: “Il Messia, figlio di Maria, è Dio” (5,17.72). A questi, definiti miscredenti, è garantito il castigo eterno: “Chi adora altre divinità insieme a Dio, Dio gli chiuderà le porte del paradiso, sua dimora sarà il fuoco, e gli iniqui non troveranno chi li aiuti” (5,72).
      A questo punto è lecito chiedersi se, al di là del nome e di qualche particolare in comune, i due ritratti di Gesù si riferiscano effettivamente alla stessa persona. La caratteristica più tipica del Gesù dei vangeli (“Figlio di Dio”) è negata con forza dal personaggio che porta lo stesso nome nei racconti di Maometto.
      È questo l’argomento fondamentale ribadito nel Corano e che troverebbe la sua giustificazione proprio nel cosiddetto “vangelo di Barnaba” di cui si è tornati a parlare in questi giorni, grazie ad un “ritrovamento” che avrebbe sconvolto il Vaticano preoccupato delle conseguenze drammatiche prodotte dalla sua diffusione.
      Che il Vaticano abbia ragione di essere allarmato è evidente, ma di certo non per un testo riconosciuto dagli studiosi come opera di un falsario, oltre tutto maldestro, confezionato nel XIII secolo e noto da tempo in due o tre edizioni.
       Il motivo dell’interesse suscitato in questi giorni è da ricercare soprattutto nella corrispondenza quasi perfetta del testo coranico di 4,157-158 con la narrazione attribuita a Barnaba. Trascrivo la parte più significativa dei due versi del Corano: “Gli ebrei son davvero miscredenti! (…) e affermano: ‘Abbiamo ucciso il Messia, Gesù figlio di Maria, messaggero di Dio!’. In realtà non l’hanno né ucciso né crocifisso, ma qualcun altro fu reso ai loro occhi simile a lui. (…) In verità, essi non l’hanno ucciso, ma Dio lo ha innalzato a sé (,,,)”.
       Nel “vangelo di Barnaba” la scena è descritta con abbondanza di particolari pittoreschi. In breve, durante una riunione con gli apostoli Gesù sarebbe stato rapito da Dio attraverso una finestra e Giuda sarebbe stato trasformato assumendo in tutto, a sua insaputa, le fattezze di Gesù, riuscendo ad ingannare gli stessi ebrei nonostante le sue reiterate proteste. Così sulla croce sarebbe morto Giuda. È evidente che così viene meno l’affermazione della fede cristiana riguardante la redenzione ottenuta dal sacrificio di Cristo.
       Troppo forte per un islamico la tentazione di portare questo racconto come dimostrazione della fedeltà del Corano alla tradizione autentica dei vangeli, tanto più che nel testo attribuito a Barnaba lo stesso Gesù annuncia che verrà il vero profeta, confermando quanto è detto nel Corano 61,6: “(…) Gesù, figlio di Maria disse: ‘O figli d’Israele! In verità, io sono il messaggero di Dio, mandato a voi per confermare il Pentateuco rivelato prima di me e per dare il lieto annuncio di un messaggero che verrà dopo di me e che sarà chiamato Ahmad’ (…)”.
       Confesso che non avevo dato troppo peso a questi testi che consideravo del tutto improbabili. Tanto più che non li avevo ancora sentiti citare dai vari islamici intervenuti ai dibattiti né li avevo letti in modo esplicito nei commenti apparsi sulla stampa. Pensavo che fosse un argomento non più di moda proprio per la sua debolezza intrinseca.
       Ma qualche giorno fa mi è giunta una e-mail dall’Africa di un missionario che frequenta ambienti di giovani musulmani. Secondo la sua esperienza, il confronto con il vangelo fa parte degli argomenti che alimentano la polemica in atto con i cristiani. Ma attenzione! Non si tratta del “nostro vangelo” bensì proprio di quello di Barnaba che così è diventato non una piattaforma per il dialogo ma il terreno per uno scontro a cui noi cristiani non siamo preparati.
       Forse è proprio per questo che nei nostri ambienti si continua a parlare di “dialogo con l’Islam” con un’ostinazione degna di miglior causa. Almeno fino a che non si accetti di chiamare i riferimenti al vangelo presenti nel Corano con il loro vero nome: una bufala! Come dimostrato ampiamente dal “ritrovamento” del vangelo di Barnaba con la sua pretesa di legittimare le narrazioni coraniche trasformandole in pratica in un “vangelo secondo Maometto”.

mercoledì 16 marzo 2016

"MISERICORDIA SAMARITANA"


OLTRE LA PARABOLA

                                                  (la “Misericordia samaritana”)

Alcune parabole del vangelo sono entrate così profondamente nel linguaggio comune che anche coloro che hanno abbandonato la pratica religiosa spesso vi fanno riferimento. Buon samaritano, figliol prodigo, pecora smarrita sono diventati degli stereotipi a cui si ricorre senza nemmeno pensarci.
            Tra le persone più interessate ai problemi religiosi la conoscenza delle parabole si spinge oltre il riferimento puramente letterario con il desiderio di coglierne il messaggio e attuarlo nella propria vita. Ma spesso ci si ferma al racconto strettamente inteso senza tenere nella dovuta considerazione il contesto in cui è inserito e dal quale riceve il suo pieno significato.
       Ho avuto occasione di riflettere con un gruppo di amici sulla parabola arcinota del buon samaritano, cercando di inquadrarla nel racconto completo fatto da Luca (10,25-37). La prima osservazione è evidente: La parabola vera e propria inizia al versetto 30 ed è la conclusione di un discorso più ampio ed articolato che si svolge tra Gesù e uno studioso della Torah, la Legge data da Mosè al popolo ebraico a nome di Dio.
       Questo racconto a sua volta è inserito nel capitolo 10 del vangelo di Luca dove si presenta Gesù che invia i discepoli a predicare ed insegna come si devono comportare (10,1-16). Al loro ritorno pieni di gioia per il successo ottenuto, Gesù promette che godranno di una gioia ancora maggiore perché hanno un posto assicurato in paradiso: “i vostri nomi sono scritti nei cieli” (10,20).
       Gesù non soltanto partecipa già di quella stessa gioia – “esultò nello Spirito Santo” (10,21) –  ma afferma di essere lui motivo di gioia per quelli che lo vedono e ascoltano il suo insegnamento (10,23-24).
       Era decisamente troppo per uno studioso abituato a considerare la Torah il centro della propria vita e la cosa più preziosa (Salmo 119,92.97.103). Come poteva sostituirsi alla Legge quel rabbiche non aveva nemmeno frequentato le scuole? A Nazareth era già accaduto qualcosa di simile e si era sfiorata la tragedia (Luca 4,14-30).
       Il “dottore della Legge” non voleva arrivare a tanto. Da intellettuale, pensa di sfidare quel rabbi presuntuoso, sul campo che gli è proprio: la conoscenza della Torah. Sapeva bene che Dio premia coloro che lo amano condividendo con loro la propria vita per sempre. Sapeva che Dio premia allo stesso modo anche quelli che sanno immedesimarsi nei problemi degli altri come se fossero i propri. Forse però questa seconda condizione, così difficile da praticare, era anche difficile da capire.
       “Vediamo un po’ se questo tale che pretende di essere un maestro è capace di rispondere”, deve aver pensato l’esperto della Torah sicuro di poter così smascherare con le sue stesse parole chi si presentava come maestro pur non avendone i titoli. “Si alzò per metterlo alla prova” (10,25). Era un esame pubblico che doveva rivelare a tutti la falsità degli insegnamenti di Gesù.
       “Maestro” (10,25): Luca ci presenta un gioco abilissimo di scambio di ruoli che è fondamentale per comprendere il vero significato della parabola conclusiva. Il “dottore della Legge” si presenta come discepolo che rivolge una domanda a Gesù chiamandolo maestro. Gesù rifiuta questo ruolo e si comporta come un discepolo che fa una domanda. Il dottore ridiventa maestro dimostrando la sua competenza in materia. Gesù come maestro riconosce la correttezza della risposta ma al tempo stesso rende evidente il trabocchetto che gli era stato preparato.
       Se il “dottore” conosceva così bene la risposta corretta perché aveva fatto quella domanda? Era evidente l’intenzione provocatoria di mettere in difficoltà Gesù.
       Altra inversione di ruoli: ad essere in imbarazzo è il dottore che deve inventare una scusa per cercare di rendere plausibile la sua domanda. “Volendo giustificarsi” dice il testo di Luca che introduce così la parabola del samaritano.
      Notiamo che Gesù non infierisce sul provocatore che ha cercato di salvare la faccia cambiando la domanda iniziale, che forse appariva troppo teorica, con una che riguardava l’aspetto operativo. Notiamo ancora che a differenza della prima domanda che aveva già la risposta chiara nella Legge, questa seconda esigeva una precisazione. Infatti secondo la Torah (Levitico 19,18) l’ebreo doveva considerare “prossimo” prima di tutto ogni altro “figlio del suo popolo”, affermazione sulla quale si discuteva e si continua ancora a discutere per capirne il vero significato.
       La risposta di Gesù sembra dunque riconoscere la sensatezza della domanda e ciò poteva attenuare l’imbarazzo del “dottore”. Al tempo stesso però si pone come interpretazione autorevole di un precetto tanto controverso e sulla quale finiranno per convergere con sfumature diverse le spiegazioni date dai rabbini successivi.
       Non commento la parabola in se stessa. Sottolineo soltanto le ultime inversioni di ruoli. La domanda era: “Chi è il prossimo” e Gesù la trasforma in “Chi è stato prossimo”; il “dottore” aveva posto la domanda come discepolo, ora dà lui stesso la risposta come maestro; Gesù passa dal ruolo di indagato per sospetta eresia al ruolo di giudice che decide sulla vita eterna.
       E siamo tornati alla domanda iniziale: “Come si fa ad essere iscritti nel registro di quelli che hanno il paradiso assicurato?”. La risposta di Gesù è chiara: “Non considerare nessuno come un estraneo ma tratta tutti con le stesse attenzioni che usi per te stesso”. Letta nel contesto in cui è inserita, la parabola assume così un’importanza fondamentale. Non è un’esortazione a compiere qualche opera buona ma diventa la condizione essenziale per entrare nella vita eterna.