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Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

giovedì 18 agosto 2016

PREGARE INSIEME: “A PRESCINDERE”


SONO D'ACCORDO CON I MUSULMANI


        Non con tutti, ma con quelli che non sono andati a messa per manifestare solidarietà con i cristiani. Le motivazioni che li hanno spinti a questa scelta, stando alle dichiarazioni riportate dai giornali, sono molto varie e non tutte condivisibili dal mio punto di vista. Però mi è sembrato molto bello quanto dichiarato da alcuni “assenteisti” che non hanno partecipato alla messa “per rispetto verso i cristiani”. Con questo non voglio dire che tutti lo abbiano fatto per lo stesso motivo, né che quanti sono entrati nelle nostre chiese avessero intenzione di recare un affronto alla nostra religione.

Questa lunga premessa, con tutti i “distinguo” del caso, dimostra la delicatezza del problema e la difficoltà di affrontarlo in modo sereno senza accuse reciproche di filo o anti islamismo. Parallelamente la duplice posizione riscontrata all’interno della comunità ecclesiale tra favorevoli e contrari alla presenza islamica credo che debba essere vista come occasione provvidenziale per una comprensione più profonda della nostra fede.

“Mistero della fede”

È con questo spirito che propongo alcune considerazioni che mi hanno convinto a prendere una posizione nettamente contraria alla presenza di non credenti, islamici o no, al “mistero della fede” che noi cristiani celebriamo. A costo di essere noioso, ribadisco che non sono contrario alla ricerca, per quanto faticosa, di una preghiera comune (ci mancherebbe altro…). Il tema vero è: la Cena del Signore, comunemente e impropriamente conosciuta come “Messa”.
Si sta diffondendo il desiderio di trovare il modo di incontrarsi tra esponenti di religioni diverse per pregare insieme, mettendo da parte le differenze (trasformate spesso in contrapposizioni anche violente) per cercare gli elementi comuni alle diverse fedi. L’intento è lodevole, dimostra una sensibilità nuova di fronte a situazioni che in passato hanno dato origine a guerre devastanti.
Sono entrati nella storia gli incontri svoltisi ad Assisi come pure altri momenti di preghiera “insieme” tra il papa ed esponenti di spicco di altre religioni. Non ho usato l’espressione “preghiera comune” (anche se spesso è comparsa nelle cronache giornalistiche) perché in effetti ognuno dei partecipanti ha recitato la sua preghiera personale davanti agli altri che ascoltavano in silenzio. Qualcuno si è anche ritirato in disparte, sottolineando educatamente la mancanza di condivisione. Anche questo atteggiamento deve essere visto come un passo in avanti nei confronti di situazioni di intolleranza frequenti nel passato, ma evidenzia anche quanta strada ci sia ancora da fare per avere una preghiera condivisa da tutti.
Penso che sia doveroso chiedersi se sia davvero possibile, nelle attuali condizioni, recitare una formula di preghiera che esprima una fede comune quando questa fede comune non esiste. È inutile nasconderlo, questa è la realtà. Se la preghiera non viene identificata con un “rito” ma è intesa come un dialogo tra l’uomo e Dio, è evidente che il modo di rappresentare Dio condiziona il rapporto che si vuole stabilire con lui.

Tre ritratti diversi dell’unico Dio

Oggi si cerca di superare questa posizione affermando che esiste un solo Dio e che ogni religione lo chiama in modo diverso senza modificare la sua natura. È vero, però è altrettanto vero che pregando non ci rivolgiamo a Dio in se stesso ma attraverso l’immagine con cui è stato rappresentato dalle diverse religioni. È altrettanto vero che ogni religione è convinta che l’immagine di Dio elaborata dalla propria tradizione corrisponda esattamente alla realtà del soggetto rappresentato.
Ecco allora che le cosiddette “tre religioni monoteiste” presentano tre identikit diversi del Dio che dicono di adorare e che identificano con il “Dio di Abramo”, per cui si autoproclamano “figli” del personaggio biblico. Questa espressione, ripetuta automaticamente forse perché “suona bene”, è quanto mai equivoca.
Per gli Ebrei e per gli islamici esprime un legame genetico secondo il racconto biblico, che offre una spiegazione dell’ostilità permanente tra gli Ebrei discendenti del figlio “legittimo” (Isacco) e gli arabi (diventati musulmani solo molti secoli dopo) discendenti dal figlio “ripudiato” (Ismaele, figlio della schiava Agar). Anche i cristiani si dichiarano figli di Abramo, ma il loro legame con il patriarca è basato sulla sua fede, secondo l’insegnamento di Paolo.
A questo punto però dobbiamo chiederci quale immagine di Dio poteva avere Abramo, stando ai racconti biblici originali, prima delle elaborazioni teologiche successive che lo hanno presentato come l’Unico esistente con l’esclusione di ogni altra divinità. È questa la nota comune alle tre religioni che però si differenziano procedendo nell’elencare le altre caratteristiche del proprio Dio.
Confrontando i tre identikit è evidente la somiglianza tra quello ebraico e quello islamico, mentre quello cristiano partendo dallo stesso principio si sviluppa in senso trinitario. Ed è proprio questo aspetto che viene rifiutato dalla fede ebraica e denunciato decisamente dalla religione islamica che lo respinge e combatte come un’empietà.
Non ci vuole molto a capire che in questa situazione storico-culturale, pur movendo dallo stesso principio (Dio unico) le tre religioni sono diverse e addirittura opposte. La storia ha evidenziato impietosamente questa realtà. Oggi si incomincia a sentire, anche se in modi diversi, l’incongruenza di queste posizioni ideologiche. Da parte ebraica sembra farsi strada un certo interesse verso la fede cristiana, nonostante casi di intolleranza dovuti ad esperienze drammatiche del passato, mentre rimane immutato il rifiuto nei confronti dell’islam causato dalle condizioni politiche. La posizione dell’islam sia verso l’ebraismo che verso il cristianesimo è ben nota ed è aggravata dal fatto che l’ostilità è motivata e imposta dai testi su cui quella religione è fondata: il Corano. La fede cristiana, basata su testi considerati un tutt’uno con quelli usati dagli Ebrei, potrebbe essere un elemento catalizzatore dell’incontro con le altre fedi grazie alle caratteristiche del proprio credo religioso.
Non è un caso che questa istanza sia portata avanti (alcuni aggiungono: con testardaggine…) da ambienti cristiani desiderosi di vedere finalmente realizzato il desiderio del loro fondatore: un unico popolo che riconosce Dio come Padre. Il sogno è molto bello. Ma c’è un detto ebraico che ammonisce: “Se vuoi che i tuoi sogni si realizzino, smettila di sognare!”. In altre parole, guarda in faccia la realtà e datti da fare.

“a prescindere”

       E la realtà oggi è quella che abbiamo descritta: gli Ebrei e i musulmani non possono nemmeno incontrarsi (Neveh shalom e iniziative similari sono mosche bianche!), tanto meno pregare insieme. I cristiani d’avanguardia vorrebbero pregare con gli uni e con gli altri e forse potrebbero anche farlo se fossero disposti “a prescindere” dalla caratteristica della loro fede cioè se rinunciassero a quella parte del Credo che li qualifica come cristiani: CREDO IN CRISTO FIGLIO DI DIO.
Ma allora cosa rimane della fede cristiana? L’affermazione di un unico Dio, che però, come abbiamo visto, è presentato con caratteri distintivi differenti e irriducibili. C’è da chiedersi se accettando che degli islamici partecipino alla celebrazione della Messa non li sottoponiamo ad una tortura mentale, costringendoli a sentire ripetere in mille modi “per Cristo nostro Signore” circondati da crocifissi e statue varie, tutte cose severamente rifiutate dal loro libro sacro. Se vogliamo davvero rispettarli non chiediamo loro di prendere parte alla preghiera che per noi dovrebbe essere l’espressione più tipica della nostra fede: condividere la cena del Signore con i suoi amici più intimi.

Messa dei catecumeni

Vorrei ricordare che anticamente si dava importanza a quella che era detta “messa dei catecumeni”. Terminata la parte introduttiva con le letture bibliche, il commento e la preghiera comune si invitavano i catecumeni (coloro che si preparavano a diventare cristiani) ad uscire dalla chiesa perché non erano ritenuti ancora in grado di comprendere il mistero che i battezzati stavano per celebrare.
È vero che col passare del tempo questa distinzione ha perso di importanza e la celebrazione del mistero si è trasformata nella ripetizione di un rito a cui tutti dovevano partecipare in una società dichiarata ufficialmente cristiana, al di là di  una fede realmente condivisa. Il battesimo dato ai bambini rendeva tutti “credenti” e quindi soggetti alle leggi della Chiesa codificate nel Diritto Canonico, in parallelo a quello civile. Era impensabile un comportamento privato diverso da quello previsto dai codici. Le conseguenze più drammatiche si sono avute forse nel matrimonio, considerato sempre come sacramento in quanto celebrato da due battezzati, indipendentemente dalla loro reale adesione alla fede.
Per quanto riguarda la messa, si dava per scontato che in una società cristiana tutti partecipassero alle manifestazioni che la caratterizzavano. Con l’emergere di una società che si ispirava a principi laici si vennero a formare due strutture parallele che cercavano di convivere rispettandosi anche attraverso compromessi di comodo. Solo i regimi totalitari sono stati dichiaratamente intolleranti nei confronti della religione, accusata di essere causa delle peggiori nefandezze.
Nelle società che riconoscevano le radici comuni nella tradizione cristiana, la convivenza pacifica si manifestava anche con lo scambio di presenze delle rispettive autorità alle ricorrenze religiose o laiche. Era un segno di rispetto reciproco, niente di più. Il vescovo poteva continuare a credere nel suo Dio, il sindaco o il capo di Stato potevano continuare a proclamarsi atei come il generale dell’esercito continuava ad essere massone.
Abbiamo così assistito a sfilate di autorità civili e militari che non avevano niente da spartire con la fede che noi volevamo celebrare. E abbiamo “arricchito” la semplicità della cena del Signore con insegne sontuose, con rituali complicati, con inchini, riverenze cortigiane, incensazioni faraoniche, posti di onore riservati ai dignitari, scopiazzando i cerimoniali delle corti imperiali. E così abbiamo messo in soffitta l’insegnamento del vangelo riproposto con decisione da un altro testo cristiano (Luca 11,43; Lettera di Giacomo 2,1-4).

Scambio di cortesie

La Messa è diventata un evento pubblico alla pari con la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici o con l’inaugurazione dell’EXPO. La presenza dei vescovi ad avvenimenti del tutto profani non era che un ricambio di cortesia tra i rappresentanti dei poteri. Solo con questi presupposti si può spiegare come la presenza alla celebrazione del “mistero della fede” di non aderenti al nostro Credo, islamici o no, sia stata accettata o addirittura auspicata da molti vescovi e vista come una vittoria della nostra religione.
Mi sforzo per capire anche questa posizione. Dev’essere difficile per chi è abituato a certi cerimoniali ossequiosi, pensare che il rispetto si possa manifestare anche con un’assenza o che debba necessariamente essere accompagnato da un’orchestra o da una folla oceanica oleggiante.
Concludo ringraziando ancora una volta i musulmani che non sono venuti nelle nostre chiese perché hanno intuito che la Messa è qualcosa che appartiene solo a noi, anche se siamo convinti che Cristo si è offerto per tutti. Anche se mi fosse permesso, io non entrerei mai in una moschea durante la preghiera islamica, semplicemente per un senso di rispetto per una tradizione che non mi appartiene.
Chiedo a tutti quelli che non condividono la mia fede di fare altrettanto nei nostri confronti: lasciateci soli con il nostro Maestro, ci sono troppe cose che dovremmo spiegarvi per giustificare quello che stiamo facendo. È molto bella e gradita la vostra solidarietà ai nostri lutti, ma ci sono mille altri modi per manifestarla senza ricorrere alla Messa.
  

lunedì 8 agosto 2016

“…SBATTUTI DA ORRIDA TEMPESTA”

ACCADEVA 170 ANNI FA

Diciamo che è stato un caso a bloccare la solerte bibliotecaria alla ricerca del termine tecnico preciso per catalogare un volume dal contenuto molteplice e difficilmente definibile.
Diciamo che è stato un caso che io entrassi in biblioteca proprio in quel momento di ricerca affannosa e che mi sia stato richiesto un parere per poter completare la scheda. 
   Diciamo che è stato un caso che mi sia trovato tra le mani un libro che non avrei mai preso in considerazione per il suo aspetto più che modesto che non attirava l’attenzione.
Diciamo che è stato un caso che incominciando a leggere le prime righe sia stato incuriosito dalla magniloquenza del linguaggio che mi ha spinto a violare il sacro silenzio della biblioteca declamando ad alta voce con tono ironico le frasi tornite che aprivano il libro.
Ma non è stato più un caso fortuito il sentimento che nasceva in me continuando nella lettura e pensando alle vicende che avevano dato origine a quelle pagine. Uno sguardo rapido al frontespizio: Napoli 1849. Il luogo e il quando mi aiutarono a capire il modo e il perché di quel libro che mi era venuto in mano senza che l’avessi cercato. Smisi di leggere ad alta voce perché mi era passata la voglia di ironizzare sull’enfasi di quella prosa datata.

Un salto indietro nel tempo

1849: l’Italia era ancora divisa in tanti Stati, Napoli era la capitale delle Due Sicilie, governata dai Borboni, il Papa era ancora a capo dello Stato Pontificio.
L’Indice del volume nelle Notizieelencava Roma – Napoli – Granducato di Toscana – Lombardo Veneto – Regno Sardo accanto ai grandi Stati europei. Nelle Varietà si dà notizia del Rescritto di Pio IX che concede di celebrare “la Messa e l’Uffizio propri dell’Immacolata Concezione di Maria” anche in vista di “diffinir  dogmaticamente la verità”, cosa che sarebbe poi avvenuta l’8 dicembre del 1854.
Ampio spazio viene dato al “dominio temporale del Papa” che viene non solo giustificato dal punto di vista storico e teologico ma esaltato per le grandi benemerenze acquisite nel corso dei secoli.
Altri argomenti affrontati con decisione e con aggressività riguardano la libertà di stampa, il teatro, Cristo, Vangelo e Socialisti, il clero e la politica. Un ampio panorama di interessi che offrono una testimonianza viva del clima di tensione che sarebbe poi sfociato, nel giro di vent’anni, nell’unità d’Italia. L’Introduzione al volume sintetizza con linguaggio enfatico il senso di smarrimento dei cattolici di fronte ad un mondo in trasformazione e insieme esprime la decisione di contrastare “il  grand’impeto de’ marosi e de’ venti, sostenendo colle meschinissime nostre forze l’onor della Chiesa e del Clero”.
Ricordiamo che nel 1849 erano passati solo 50 anni dalla Rivoluzione francese che aveva portato cambiamenti radicali anche nell’organizzazione della Chiesa anticipando quello che sarebbe avvenuto entro pochi anni anche in Italia.
Erano “giorni di afflizione [che]avevano sorpresa la Chiesa di Cristo”. La descrizione merita di essere letta. “In mezzo al tramestio di troni che cadevano in ruina, di popoli che ingannati da chi li chiamava fratelli, correvano diritto al precipizio, di Vescovi scacciati iniquamente dalle loro sedi e mandati in esilio, di Religiosi e Religiose, i quali dopo aver grandemente giovata la comunanza civile eran spogliati, ingiuriati e banditi, una setta nemica di Dio e degli uomini si recava in mano il sommo potere, e sogghignando mirava l’opera sua”.
Ancora, si denuncia l’abuso “riprovevolissimo di tener pubblicamente aperte a vendere le botteghe ne’ giorni consacrati a Dio”, “l’abominevole via” seguita dalla stampa con la pubblicazione di “libercoli[…] cui smaltivano torme di monelli nelle pubbliche strade” definiti “acque avvelenate” bevute soprattutto dai giovani.
Di fronte a questi fatti troviamo il richiamo alla responsabilità di dare la testimonianza della propria fede: “Né siavi chi tra di noi pensi, lui non essere dalla Provvidenza destinato a candelabro ardente nella Chiesa, ma sì a starne nascosto sotto il moggio”.
In fine, all’aspetto della presente condizione della Chiesa di Gesù Cristo, noi siam di credere che il trionfo di Lei non è molto lontano; e questo pensiero è di grande conforto per noi che a questo solo fine intendiamo scrivendo”.

La situazione attuale

A cento settant’anni di distanza da questi avvenimenti possiamo fare un confronto con quanto sta accadendo ai nostri giorni. La prima considerazione che viene in mente è che “Siamo ancora qui!” nonostante le “orride tempeste”, che continuano a “sbatterci”. Non abbiamo ancora visto il “trionfo della Chiesa” auspicato, anche se abbiamo vissuto momenti di trionfalismo legati a situazioni particolari o ad entusiasmi passeggeri spenti rapidamente.
Abbiamo metabolizzato con fatica la fine del potere temporale dei papi cercando di sostituirlo con il “prestigio morale”, a sua volta contestato con motivazioni a volte pretestuose. L’influsso della stampa sull’opinione pubblica denunciato allora con preoccupazione, si è moltiplicato in modo esponenziale soprattutto in questi ultimi anni ed è aperto ad ulteriori sviluppi.
La sospensione delle attività nei giorni festivi è tornata ad essere un problema, ma non per motivi religiosi. Il conflitto è tra gli interessi del commercio e il diritto dei singoli al riposo e al divertimento. Non è questione di fede. Anzi si fa di tutto per staccare la religione da qualsiasi legame con le scelte di vita che non riguardino il singolo individuo.
Il vero motivo è salvaguardare la laicità dello Stato che non ammetterà mai che possa esserci una guerra ispirata da una religione. Questo legame è denunciato solo nella storia che parla apertamente di “guerre di religione”, ma oggi questo discorso è “politicamente scorretto”. Le cause dei conflitti devono essere cercate unicamente in ambito economico e sociale. Forse oggi è questo l’attacco più radicale e subdolo contro la religione. Apparentemente si vuole salvarla dall’accusa di fomentare la violenza, mentre in realtà la si vuole estromettere da ogni decisione riguardante la vita concreta.
Le tempeste del 1849 sono diventate ancora più “orride” per tutta l’umanità con un crescendo impressionante dal comunismo al nazismo fino al terrorismo attuale che rivendica spavaldamente le sue radici, disconosciute dalle stesse vittime del terrore attraverso elucubrazioni faticose per farle diventare opinione pubblica. Sforzo lodevole nelle intenzioni di chi vorrebbe costruire la pace ignorando le cause che hanno scatenato le guerre, ma inaccettabile dal punto di vista oggettivo.
Il confronto tra la nostra esperienza e quella dei cattolici di 170 anni fa ci ha aiutati ad inquadrare le difficoltà che stiamo vivendo in una cornice più ampia dove assumono significato e valore. Soprattutto ci siamo resi conto della verità di quanto ha detto Gesù quando annunciava ai suoi discepoli che avrebbero dovuto lottare sempre contro le mutevoli forze del male e li esortava a non avere paura.
Ho trovato l’esortazione “Non temere” all’inizio del brano di vangelo proposto dalla liturgia cattolica per la XIX domenica dell’anno C, e mi sono chiesto se era stato solo un puro caso che la solerte bibliotecaria si fosse stranamente bloccata su quel libro per farlo finire tra le mie mani costringendomi così a riflettere in un momento in cui siamo bombardati da inviti analoghi, ma dettati da altre preoccupazioni.
Ed è stato bello pensare che niente avviene “per caso”, soprattutto quando i “casi” si susseguono legati tra loro come gli anelli di una catena agganciata ad un ancoraggio sicuro.

mercoledì 3 agosto 2016

PARLIAMO DI VACCHE


VACCHE MAGRE E VACCHE GRASSE


 È una delle tante immagini passate dalla Bibbia al linguaggio popolare. L’espressione indica un periodo di prosperità economica che succede ad uno di recessione, o viceversa. Il riferimento biblico è alla storia del sogno del faraone interpretato dall’ebreo Giuseppe diventato poi vice re dell’Egitto (Genesi 41,1-36). È il racconto più celebre di una situazione che si è ripetuta migliaia di volte nel mondo antico e testimoniata spesso nella Bibbia. La scarsità di cibo o addirittura la sua mancanza hanno condizionato pesantemente lo sviluppo delle civiltà.
Tra gli Ebrei questi eventi erano interpretati come una risposta del loro Dio ai comportamenti del popolo. Questo modo di spiegare i fenomeni naturali era comune in tutte le religioni ma per gli Ebrei si distingueva per il legame con quella che era presentata come l’alleanza, cioè il patto stabilito da Dio con Mosè. Se il popolo “stava ai patti” era premiato da Dio con la prosperità e l’abbondanza: era in pace, Shalom. Se veniva meno agli impegni assunti scattava automaticamente la punizione minacciata.
I profeti si presentano al popolo come gli ispettori con l’incarico di verificare la conformità della vita dei loro contemporanei con gli impegni assunti nell’alleanza con Dio. Si identificano talmente con il compito che sentono di aver ricevuto, da parlare in prima persona come se fossero lo stesso Dio. Questo accorgimento letterario rende spesso i loro interventi appassionati e coinvolgenti. Mi pare significativo un intervento del profeta Amos vissuto nell’VIII secolo a. C. La sua vicenda tocca anche il tema dell’immigrazione. Infatti il profeta, originario del sud di Israele, proclama i suoi messaggi nel nord dove è ritenuto un estraneo e viene invitato senza mezzi termini a ritornare nel suo paese di origine.
In occasione  di una delle tante carestie, Amos dà voce a Dio interpretando gli avvenimenti alla luce della fede con una descrizione assolutamente realistica scandita in quattro momenti dal rimprovero: “non siete ritornati a me”. Carestie, pestilenze e guerre non sono presentate come la vendetta di una divinità irosa ma come una sterzata violenta che avrebbe dovuto riportare il popolo sulla strada giusta.

“6«Eppure, vi ho lasciato a denti asciutti
in tutte le vostre città,
e con mancanza di pane
in tutti i vostri villaggi;
ma non siete ritornati a me».
Oracolo del Signore.
7«Vi ho pure rifiutato la pioggia
tre mesi prima della mietitura,
facevo piovere sopra una città
e non sopra l’altra;
un campo era bagnato di pioggia,
mentre l’altro, su cui non pioveva, seccava.
8Due, tre città andavano barcollanti
verso un’altra città per bervi acqua,
senza potersi dissetare;
ma non siete ritornati a me».
Oracolo del Signore.
9«Vi ho colpiti con ruggine e carbonchio,
vi ho inaridito i giardini e le vigne;
i fichi e gli olivi li ha divorati la cavalletta;
ma non siete ritornati a me».
Oracolo del Signore.
10«Ho mandato contro di voi la peste,
come un tempo contro l’Egitto,
ho ucciso di spada i vostri giovani,
mentre i vostri cavalli diventavano preda;
ho fatto salire il fetore dai vostri campi
fino alle vostre narici;
ma non siete ritornati a me».
Oracolo del Signore.” (Amos4,6-10).

Evidentemente il profeta non aveva peli sulla lingua e questo può spiegare perché desse fastidio a molti. La citazione è molto lunga e va contro le “regole” della comunicazione moderna. Ma cosa eliminare da questo testo di Amos per renderlo “gradevole” ai nostri palati delicati? Le immagini usate descrivono il dramma della siccità e della carestia in modo impareggiabile. Amos riesce ad infilare tutti i drammi correlati tra di loro a partire dalla siccità per arrivare alla peste e alla spada fino al fetore dei cadaveri insepolti che entra nelle narici. Non manca l’ironia corrosiva che apre l’elenco con la battuta sui denti che sembra preludere le nostre preoccupazioni per l’igiene dentale. Il testo ebraico all’inizio del v. 6 dice: “vi ho dato la pulizia dei denti”. Grande! Una pagina che merita di essere letta e riletta, non per il gusto del macabro ma per apprezzare la forza delle immagini e per l’interpretazione religiosa data dal profeta.

Le vacche magre ingrassano i ricchi

Nel post precedente avevamo visto il degrado dal fare provviste per sopravvivere al fare la guerra per motivi di potere. Amos denuncia un altro aspetto dell’imbarbarimento dei rapporti, non più tra popoli diversi ma all’interno dello stesso popolo. La distinzione tra classi sociali accentuata con l’introduzione della monarchia (1 Samuele8,10-18) aveva creato un piccolo gruppo di ricchi contrapposto alla maggioranza composta prevalentemente da poveri. Questa situazione di squilibrio sociale poteva essere tollerabile in condizioni normali ma diventava esplosiva quando i poveri non avevano più nulla da mangiare mentre i ricchi avevano ancora provviste nelle loro dispense.
Era cosa naturale per i poveri affamati cercare un aiuto a due passi da casa prima di rivolgersi a gente estranea. Si poteva contare sulla vicinanza fisica ma anche su di una solidarietà fondata sull’appartenenza allo stesso popolo. Chi aveva ancora scorte alimentari era anche disposto a condividerle ma senza correre troppi rischi. Capitava così che le poche risorse economiche dei poveri finivano nelle casse dei ricchi che studiavano ogni mezzo, lecito o no, per trarre un vantaggio dalla situazione di emergenza.
Amos denuncia la classe dirigente che aumenta le proprie ricchezze racimolando in modo subdolo denaro e piccole proprietà dalle mani dei poveri per poi sperperarle in banchetti e in un lusso sfrenato per soddisfare capricci e vanità delle proprie donne (Amos2,6-8; 3,15-4,1; 5,11-12; 6,4-6; 8,4-6). Il quadro è desolante e purtroppo non è l’unico dello stesso tipo delineato nella Bibbia.

“Dateci il grano perché possiamo mangiare e vivere!”

      La richiesta è esplicita ed è definita “un grande lamento da parte della gente del popolo” (Neemia 5,1). Sono passati tre secoli dalle invettive di Amos contro gli sfruttatori dei propri concittadini da parte delle autorità. Chi richiede il cibo sono gli Ebrei ritornati a Gerusalemme dall’esilio a Babilonia e che avrebbero dovuto ricostruire la città. Si tratta di un’opera pubblica di interesse nazionale e quindi ci aspetteremmo un piano finanziario adeguato. Invece tutti i lavori sono bloccati.
Lo viene a sapere un certo Neemia, discendente da una famiglia di Ebrei deportati che non erano ritornati a Gerusalemme. Costui aveva fatto carriera in quello che ormai era diventato l’impero persiano, ma aveva sempre mantenuto un legame affettivo per la patria d’origine. Venuto a conoscenza delle condizioni precarie in cui si trovavano i Giudei, ottiene dal  re Artaserse l’incarico di organizzare i lavori di ricostruzione della città. Naturalmente l’arrivo di un estraneo con un incarico così importante non è ben visto dalle autorità locali che lo osteggiano in tutti i modi.
Non possiamo seguire tutte le vicende narrate come in un diario nel libro omonimo. Ci fermeremo solo su come Neemia sia riuscito a superare lo sfruttamento vergognoso del popolo da parte di coloro che aveva incaricato di dirigere i lavori.  I lavoratori erano costretti ad impegnare campi, vigne e case in cambio di cibo durante la carestia (5,3). Per pagare le tasse al governo centrale avevano dovuto ipotecare i loro beni (5,4). Addirittura erano arrivati al punto di vendere come schiavi i propri figli ai responsabili dei lavori che pure erano Giudei come loro e si dichiaravano fratelli (5,5).
L’intervento di Neemia è molto fermo. La sua denuncia si fonda su un ragionamento umano (5,6-8) confrontato e convalidato con la motivazione religiosa (5,9.12-13). Il risultato ottenuto è stata la restituzione dei pegni e la remissione volontaria di tutti i debiti. In questa vicenda, che sembra raccontata in presa diretta per la vivacità della narrazione, si intrecciano molti temi che riguardano la fede religiosa, la politica, la sociologia, l’economia, l’identità nazionale. Quest’ultima avrà un risvolto xenofobo di intolleranza nelle battute finali del libro (13,1-3.23-28), dove il protagonista si sente costretto a maledire, picchiare e strappare i capelli (13,25) a chi favoriva rapporti amichevoli con gli stranieri.

Un idealista deluso

Neemia (Nechemyah = YHWH consola) è un personaggio complesso, forse un po’ snobbato dai commentatori della Bibbia che sembrano interessati unicamente ai capitoli 8 e 9. Certamente non è agevole impostare una Lectio divina su testi che si presentano come elenchi anagrafici (cap. 11) o liste delle ditte appaltatrici dei lavori di ricostruzione delle mura (cap. 3) o ancora come resoconto di intrighi loschi contro i Giudei (cap. 4). Eppure sono testi che aprono delle finestre sulla vita reale nella sua banalità, con le sue miserie, con gli entusiasmi e le delusioni. Trovo commovente le descrizione degli operai che con una mano lavorano e con l’altra impugnano la spada per difendersi dagli attacchi dei nemici (4,10-17). Sono sostenuti da una certezza: “Dio combatterà per noi” (4,14) ma intanto si organizzano di tutto punto come se la salvezza dipendesse unicamente da loro.
Ma noi cerchiamo spasmodicamente l’intervento straordinario di Dio per motivi di comodo, mascherato maldestramente da fiducia nella Provvidenza. Preghiamo Dio perché intervenga aprendoci davanti le acque del mare per farci passare all’asciutto e aspettiamo che ci mandi la manna o le quaglie, pronti anche a lamentarci perché non sono spennate e dobbiamo arrostirle dopo aver anche dovuto accendere il fuoco. Pretendiamo il servizio completo ma questo non rientra nei piani di Dio che ci vuole protagonisti della costruzione di un mondo giusto perché ci ritiene capaci di farlo. Dio si fida di noi nonostante le nostre pigrizie e incongruenze.
Nel nostro libro troviamo impastati tutti questi ingredienti che ci offrono uno spaccato della vita reale di un certo periodo della storia di Israele. Neemia è Giudeo di famiglia ma cresciuto alla corte persiana. È legato alle sue origini ma ne denuncia i limiti che cerca di superare non con belle teorie ma con l’impegno personale, pagando di tasca propria (5,14-19).
Tanto impegno sembrava aver prodotto i suoi frutti tanto che Neemia fece ritorno nella capitale dell’impero persiano convinto di aver sistemato tutto per il meglio.  Invece erano riaffiorati gli interessi personali, i favoritismi. Neemia ritornò a Gerusalemme per costatare il fallimento, almeno in parte, delle sue riforme. Non si trattava di questioni teoriche o di discussioni teologiche. Semplicemente “le porzioni dovute ai leviti non erano state date” (13,10) e il grande riformatore fu costretto a riorganizzare la raccolta “del frumento, del vino e dell’olio” (13,13) affidandone la distribuzione “a uomini fedeli” (13,13).
Anche la mancata osservanza del riposo del sabato è descritta nei suoi aspetti più commerciali e organizzativi. La stessa attenzione alla concretezza è data ai rapporti con le popolazioni straniere che, come abbiamo visto, spinge “l’uomo venuto da lontano” su posizioni xenofobe.

Concludo con un’osservazione interlocutoria sull’insieme dei libri che compongono la nostra Bibbia: è perfetta nel descrivere una società imperfetta. È il risultato sorprendente del lavoro di intere generazioni che ci hanno narrato le loro esperienze, i loro sogni, le speranze, le delusioni, la loro fiducia in un Dio che nessuno ha mai visto, un Dio così umano e così diverso, un Dio che accetta le contestazioni e che affida all’uomo tutto se stesso nella vita quotidiana, che può essere riscattata dalla banalità solo se riconosce e accetta la sua presenza.

 

lunedì 25 luglio 2016

DUE STRANE COPPIE


Pane-Combattere

Pace-Pagare


Dico subito che l’accoppiamento mi è risultato strano leggendo i quattro termini in ebraico. Ho voluto verificare con un gruppo di amici se condividevano la mia sorpresa. Naturalmente non ho anticipato il problema che mi ero posto. Anzi, ho cercato di confondere le idee introducendo un intruso, una coppia di termini assolutamente “normale” ma aperta ad altri accoppiamenti: formaggio-mangiare.
     Il verbo poteva essere unito a pane, come formaggio poteva andare d’accordo con pagare. Per gli altri termini mi aspettavo che pace venisse unita a combattere  per l’influsso del titolo del noto romanzo “Guerra e pace”. Mi sembrava che fossero questi gli abbinamenti suggeriti dalla logica.
Le risposte degli amici hanno confermato la mia impressione. La maggioranza ha abbinato pace a combattere mentre pane e formaggio si sono divisi tra chi voleva pagare e chi preferiva mangiare. Un gruppetto ha sfidato la logica, forse perché conosceva bene chi aveva proposto il giochino. Qualcuno ha formato le coppie strane grazie a reminiscenze linguistiche.
Ringrazio gli amici per l’ampia collaborazione. Spero di rispondere alla curiosità nata da questo strano sondaggio presentando le tappe che mi hanno spinto a proporre il giochino delle coppie.

Ritorno alle origini

Il punto di partenza può sembrare banale: il confronto tra i quattro termini (il formaggio non c’entra!) in ebraico. Come tutti sanno (sarà vero?) la lingua ebraica era scritta solo con le consonanti, come accade anche oggi. Aggiungendo le vocali si formano parole diverse. Un piccolo esempio in italiano. Se scrivo tre consonanti, ad esempio c r t  posso leggere: corto, certo, creta, corte, carta, accorto, carota, carati, curato, carità... Il contesto mi aiuta a capire come devo leggere e quindi non dirò mai “un mazzo di crete da gioco” oppure “ha comprato un gioiello da 18 carote” o ancora “In piedi, entra la carota!”. In italiano non ci sono incertezze ma in ebraico la possibilità di leggere una parola in modi diversi è abbastanza frequente.
In italiano, come nell’esempio che ho fatto, le consonanti c r t  senza vocali non sono abbinate a nessun significato particolare, non comunicano un’idea. Invece in ebraico ai gruppi di consonanti è legato un concetto generale che viene poi specificato e applicato a casi particolari grazie alle vocali e ad aggiunte iniziali o finali. Ad esempio il gruppo m l k  esprime l’idea di governare, regnare. Se aggiungo le vocali a a avrà valore di verbo: malak = egli regnò. Se aggiungo e e leggerò melek = re; se leggo malka = regina; leggendo malkut = regno; himlik = egli proclamò re. Questi gruppi di tre consonanti sono chiamati radici dalle quali possono derivare molte parole con significati affini.
Mi scuso per la lunga premessa ma era necessaria per capire la mia perplessità. Infatti i quattro termini pane, pace, combattere, pagare in ebraico sono scritti con due soli gruppi di consonanti, rispettivamente l ch m  (lechem= pane – lacham = combattere)  sh l m  (shalom = pace – shillem= pagare). Se derivano dalla stessa radice, che rapporto c’è tra significati tanto diversi? Oppure bisogna pensare a radici con significato già diverso all’origine?

Il linguaggio è creato dalla vita

Poteva sembrare una questione accademica, un perditempo da pensionato sfaccendato. Ma alla fine mi sono accorto che la risposta è di un’attualità sorprendente e spiega tutti, proprio tutti, i drammi che stiamo ancora vivendo e che hanno tormentato la vita delle generazioni passate. “Il solito esagerato” – dirà qualcuno. Vediamo di capirci qualcosa. Intanto preciso che mi sono servito, come sempre, dei vocabolari a mia disposizione, e di tutto quello che ho conosciuto in questi anni del mondo antico, soprattutto di quello presentato nella Bibbia. Non nascondo che ho riempito qualche buco con un po’ di fantasia, ma anche per questo posso portare a mia scusante, esempi di studiosi illustri.
Per prima cosa ho visto che la radice l ch m  oltre che combattere significa anche mangiare, nutrirsi. È l’esigenza fondamentale per sopravvivere. Nel mondo in cui è nata la lingua cananea che noi abbiamo chiamato ebraica (altra questione intrigante…) l’elemento di base dell’alimentazione è il pane (lechem).  Se lo colleghiamo ad un verbo, questo può significare nutrirsi ma prima ancora può indicare la ricerca del nutrimento, cioè far provvista di pane. Si presenta questa necessità quando sono esaurite le scorte e bisogna riempire i magazzini. Noi diremmo: fare la spesa rivolgendosi a chi ha ciò che ci serve.
Le riserve di frumento potevano esaurirsi prima della nuova mietitura che poteva avvenire, a seconda delle regioni, dalla primavera inoltrata (come nella depressone del fiume Giordano dove si trovava Gerico) fino all’inizio dell’estate. Era il periodo per rinnovare le provviste che riguardavano tutto il clan guidato da un capo con il titolo di melek. Questo termine è tradotto come re, il che ci fa pensare spontaneamente al capo di un grande impero, cosa che non corrisponde alla realtà di quei tempi lontani. Per fare un esempio con il nostro linguaggio, il responsabile di un paesino sperduto tra i monti ha lo stesso titolo del sindaco o sindaca di Roma, anche se il numero dei cittadini è ben diverso.
Il re (il capo clan di un gruppo di famiglie) guidava una delegazione incaricata di fare gli acquisti di frumento e di trasportare la merce acquistata. In quei tempi lontani gli acquisti avvenivano attraverso lo scambio di merci, ad esempio ad un certo numero di pecore corrispondeva una determinata quantità di frumento. Se il re del clan che aveva frumento in sovrabbondanza accettava lo scambio pattuito era come se non avesse rinunciato a niente era “completo” come prima e altrettanto avveniva per il re che si portava via la provvista per il suo clan: ognuno era completo, era shallem e i due potevano salutarsi amichevolmente chiedendo: “Shalom?” (tutto a posto?) e rispondendo “Shalom!” (OK!). E se ne andavano in pace, uno aveva pagato (shillem) e l’altro aveva ricevuto quanto gli era dovuto.
Ma le cose non filavano sempre così lisce. Si dava il caso che il re a cui si chiedeva il frumento non volesse o non potesse soddisfare la richiesta. Il re che aveva offerto lo scambio di merci, che cosa poteva fare? I suoi morivano di fame, non poteva tornare a mani vuote. E allora, “prendete tutto quello che potete anche se non vogliono darvelo, lottate, saccheggiate, combattete, pensate ai vostri figli!”.  “Fare la spesa” è diventato “fare la guerra” senza nemmeno lo sforzo di cambiare verbo.
E così noi ci troviamo a chiederci che c’entra il pane con la guerra e la pace con i pagamenti. La storia di queste quattro parole così intrecciate tra di loro rivela la trama nascosta delle vicende umane di sempre. Non può esserci pace senza equilibrio tra dare e avere, senza giustizia sociale. L’idea della completezza legata alla radice sh l m  non solo esclude qualsiasi privazione di diritti ma implica l’attuazione di ogni elemento positivo per il benessere di ogni persona, a partire dal diritto al nutrimento indispensabile per godere buona salute fino ad abbracciare tutto ciò che rende la vita felice: una famiglia numerosa (erano altri tempi!), la stima degli amici, la mancanza di preoccupazioni e, naturalmente, una ricchezza adeguata.
Quando l’equilibrio viene alterato scatta automaticamente la reazione violenta che nasce dalla necessità di sopravvivere. La ricerca del pane si trasforma così in lotta per la vita dove si gioca tutto per tutto perché non c’è più niente da perdere.

La Bibbia: una web cam live sul passato per capire il presente

La Bibbia contiene molti racconti ambientati in un mondo nel quale possiamo vedere quasi la nascita di questo linguaggio, il formarsi del vocabolario che usiamo ancora senza renderci conto  delle vicende complesse che l’hanno generato. Tra queste ha avuto un posto importante la carestia, dovuta a motivi diversi ma sempre comunque portatrice di conseguenze devastanti. Era collegata ad altre due catastrofi considerate il castigo esemplare per i peccati del popolo: pestilenza, carestia, guerra, una trilogia che poteva anche essere espressa con immagini correlate e ampliata secondo i casi, come in Geremia 15,2 (morte, spada, carestia, schiavitù).
La carestia poteva spingere una famiglia a trasferirsi in una regione confinante (Rut 1,1) per un periodo limitato, fino al termine dell’emergenza. Oppure costringere i capi famiglia ad acquistare il frumento anche in paesi lontani, come nel caso dei figli di Giacobbe che vanno a rifornirsi in Egitto. Il racconto lungo e dettagliato di Genesi41,53-47,26 offre un esempio significativo delle possibili trasformazioni da migrazione temporanea ad insediamento stabile, da accoglienza di un cliente occasionale ai sospetti di un’invasione di una popolazione straniera, da problema economico a questione politica. Sarebbe interessante un’analisi del racconto da questo punto di vista.
Col passare del tempo, alla lotta per sopravvivere si è affiancata la lotta per motivi di prestigio, di orgoglio personale del capo, diventato melek re a tutti gli effetti. Esemplare il primo versetto del capitolo 11 del secondo libro di Samuele: “1All’inizio dell’anno successivo, al tempo in cui i re sono soliti andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a compiere devastazioni contro gli Ammoniti; posero l’assedio a Rabbà, mentre Davide rimaneva a Gerusalemme”. Il testo ebraico dà per scontato che a primavera (inizio dell’anno) i re, come se si svegliassero dal letargo invernale, “escono” a saccheggiare i territori confinanti senza essere costretti da motivi di sopravvivenza. In realtà non sono i re a combattere. Mandano l’esercito che hanno messo insieme arruolando anche truppe mercenarie, mentre il re se ne sta tranquillamente nel suo palazzo dedicandosi magari, come nel caso di Davide, a combattimenti di tutt’altro genere.
Sono ormai tramontati i tempi in cui il capo famiglia andava personalmente a fare provvista per tutti i familiari, disposto anche a lottare per procurare il cibo ai suoi figli. La guerra (milchama) non ha più niente in comune con il pane (lechem) anzi è diventata una delle sciagure peggiori che affliggono l’umanità. Parecchi secoli dopo queste lontane origini, un ebreo tedesco ha riscoperto il legame tra fame e rivoluzione proletaria e l’ha teorizzato proponendolo come modello da seguire. Se avesse avuto la pazienza di leggere qualche altro testo biblico, come abbiamo cercato di fare noi, si sarebbe accorto che mettendosi su questa strada si finiva alla guerra fine a se stessa con le conseguenze che sperimentiamo anche noi in questi giorni drammatici che stiamo vivendo.
Lo aveva capito molto bene un altro ebreo, vissuto a Gerusalemme due mila anni fa, Senza ripercorre la lunga strada dalla lotta per vivere alla guerra in se stessa, definiva il potere come “dominio e oppressione” chiedendo ai suoi discepoli di non comportarsi allo stesso modo ma di imitare l’esempio che lui stesso aveva dato: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. 26Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore 27e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. 28Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»(Matteo 20,25-28).

 

 

giovedì 7 luglio 2016

GESÙ HA CAMBIATO IDEA?

DUE TESTI DI LUCA A CONFRONTO

Gesù ha cambiato idea?
     Forse lo ha pensato qualcuno dei fedeli presenti alla messa che ho celebrato  questa domenica 3 luglio, sentendo la lettura del brano di vangelo proposto dalla liturgia (Luca 10,1-12.17-20). Anche perché leggendo il vangelo ho dato particolare rilievo ai versetti 10-11 nei quali Gesù prevede il caso di una città che rifiuta di accogliere gli annunciatori del vangelo e ordina a questi come devono comportarsi, sia nel caso che vengano accolti come nel caso di un rifiuto. In questa seconda ipotesi, i discepoli devono scuotere ostentatamente la polvere dai sandali. Questo gesto equivale ad una condanna esplicita del comportamento tenuto dagli abitanti della città. Ma l’esecuzione della condanna è affidata alla giustizia divina, non ai discepoli, ed è rimandata a “quel giorno”, cioè al giudizio finale.

Ho evidenziato questo particolare perché, commentando il vangelo della domenica precedente, avevo lasciato senza risposta una domanda suscitata dal comportamento di Gesù. Il brano (Luca 9,51-62) proponeva un caso molto simile. Gesù aveva inviato i discepoli a preparare il suo arrivo in una città di samaritani, ma gli abitanti non avevano voluto accoglierlo. Due apostoli molto zelanti, avevano chiesto l’autorizzazione di invocare la punizione divina immediata per i colpevoli. Gesù aveva reagito in modo inaspettato perché, invece di condannare quelli che si erano opposti a lui aveva rimproverato i due apostoli che volevano difenderlo.

Si ha l’impressione che Gesù si dimostri indifferente verso i suoi oppositori e che sia interessato soltanto a garantirsi la possibilità di predicare. Infatti il racconto prosegue dicendo che si incamminarono verso un altro villaggio, come a dire che se si chiude una porta ce ne sono altre a cui bussare. L’attenzione viene portata sull’urgenza dell’annuncio che deve prevalere su ogni altra considerazione. Il compito affidato ai discepoli è mirato a preparare l’accoglienza del loro maestro. Invece la domanda dei due era fuori da questa prospettiva perciò non viene presa in considerazione da Gesù.

Punti di vista diversi
     I due racconti di Luca presentano molti elementi comuni ma si differenziano in tanti particolari. Nel primo caso si tratta della cronaca di un fatto incentrato sulla persona di Gesù; nel secondo caso Gesù delinea un programma che riguarda il futuro non solo immediato. L’orizzonte del primo racconto è limitato alla regione della Samaria; il secondo presuppone uno scenario universale indicato già dal numero dei discepoli (72 numero simbolico!) e dalla indeterminazione dei luoghi.

Nel brano di Luca 10 l’attenzione viene portata soprattutto sui comportamenti degli annunciatori e dei destinatari dell’annuncio. Ai primi si richiede un coinvolgimento completo nell’annuncio, ai secondi si prospettano due possibilità: una collaborazione diretta con gli inviati o almeno un’accoglienza generica. Se questa viene a mancare, gli inviati non possono rimanere indifferenti. Il loro intervento è presentato con tratti spettacolari che da una parte significano la dissociazione completa degli annunciatori da coloro che non li hanno accolti ma insieme sottolineano la grave responsabilità che questi si assumono.

Come si vede, non si tratta di un cambiamento di Gesù nella valutazione dei fatti, ma di un giudizio su due situazioni analoghe ma viste da due angolature differenti. In ambedue i casi viene evidenziato il tema della libertà dell’uomo nell’accogliere o rifiutare gli inviti di Dio insieme alla consapevolezza delle conseguenze che ne derivano.

La costruzione del regno di Dio è affidata ai discepoli che però devono confrontarsi con le situazioni concrete che non dipendono soltanto dal loro impegno. Coscienti di questa realtà non cederanno alla tentazione di imporre il regno di Dio con la violenza ma non si lasceranno nemmeno sopraffare dallo scoraggiamento e dalla sfiducia che portano all’ignavia e alla chiusura in un ghetto volontario.

I discepoli di Gesù devono trovare il giusto equilibrio tra le due posizioni contrapposte: entusiasmo fondato sui successi della predicazione e paura di dare le testimonianza della propria fede. Gli ultimi versetti del brano di Luca (10,17-20) presentano Gesù che, ancora una volta relativizza una situazione che poteva dar luogo ad equivoci. Egli frena gli apostoli che vantano i loro successi basandosi su aspetti secondari e indica quale deve essere il vero motivo della loro gioia: “i vostri nomi sono scritti nei cieli”.

Un programma sempre attuale
     Non si fa fatica a leggere queste pagine di vangelo e pensare alla situazione della Chiesa, quella del passato ma soprattutto quella di oggi. Senza scendere a troppi particolari, i discepoli non devono essere motivati da interessi personali, devono sentirsi liberi da qualsiasi legame di parentela o di amicizia. Devono accontentarsi di quanto è loro offerto da chi li ospita. Il loro è un precariato permanente fondato però sulla promessa che non mancherà mai nulla di ciò che è necessario alla vita. Avranno vitto e alloggio assicurato ma non dovranno ambire ad appartamenti sontuosi né a menu raffinati.

In modo insolito Gesù a questo punto si sente in dovere di dare una motivazione razionale, quasi una garanzia esigita dalla giustizia retributiva: “l’operaio ha diritto alla sua paga”: Sembra di sentire un sindacalista!

Inoltre, i discepoli non dovranno cercare ospitalità dove si sta meglio (“non passate di casa in casa…”) ma dovranno impegnarsi a comunicare a chi li ospita il bene che hanno ricevuto, la pace, cioè tutto ciò che rende la vita felice, a partire dall’amicizia con Dio.

È un progetto affascinante che può anche ottenere il consenso delle folle. Ma i discepoli non devono cadere nella trappola dei numeri, dei click su “mi piace”, degli applausi da concerti della band di successo. Si riempiono gli stadi e le piazze: ringraziamo Dio, ma non montiamoci la testa. Il regno di Dio è un’altra cosa. Anche Gesù ha avuto il suo bagno di folla esultante, ma sappiamo com’è andata a finire.

Il realismo di Gesù è sorprendente e potrebbe sembrare scoraggiante. Forse è per questo che il maestro si dilunga sul tema della responsabilità personale. Ai discepoli spetta il compito di annunciare il regno di Dio. Se lo fanno, nei debiti modi, hanno compiuto la loro missione e non hanno nulla da rimproverarsi.

Ma chi non accoglie il loro messaggio è responsabile delle proprie scelte e ne porterà le conseguenze drammatiche. Purtroppo queste coinvolgeranno colpevoli e innocenti. È accaduto in passato e continua ad accadere puntualmente anche al presente. Però ai discepoli fedeli Gesù rinnova la sua promessa: “i vostri nomi sono scritti nei cieli”.

Un’ultima osservazione che ci porta alla conclusione di questi due capitoli di Luca che leggeremo domenica prossima: la parabola che ha come protagonista esemplare un “samaritano”, uno di quelli che non avevano accolto Gesù e che i due discepoli volevano distruggere con i fulmini mandati da Dio. Gesù lo presenta come esempio per il suo comportamento verso chi aveva bisogno di aiuto.

Penso che ci sia molto da riflettere! Può essere utile rileggere il post del 16 marzo 2016
“Misericordia samaritana”

venerdì 1 luglio 2016

"NON PRIVARTI DI UN GIORNO FELICE!" (2)


 

“BUON APPETITO… MA RICORDATI CHE…”

                                                                  (continuazione)

“Grazie dell’augurio, però…”.

È stata la reazione immediata di alcuni lettori che mi hanno subito fatto notare che il “vero” messaggio che ci dà la Bibbia non è quello che potrebbe apparire leggendo solo i versetti bellissimi del Siracide ma, insieme all’esortazione ad essere moderati non solo nei cibi, ci sono molti altri richiami insistenti alla rinuncia, alla penitenza, alla sofferenza redentrice modellata sull’esempio di Gesù sofferente e morto in croce.

Era proprio questa la reazione che mi aspettavo e che avevo provocato apertamente. Le esortazioni “epicuree” del Siracide sono contenute nella Bibbia (almeno per noi cristiani) ma non comunicano il messaggio della Bibbia. A questa costatazione bisognerebbe far seguire la conseguenza logica immediata: se il messaggio “epicureo” non è quello della Bibbia non lo è altrettanto il messaggio “penitenziale” pure contenuto materialmente nelle pagine bibliche.

Tornando all’immagine degli spiedini, ad ogni serie di citazioni a sostegno di un’idea, infilzate l’una dietro l’altra per preparare lo spiedino di mio gradimento posso affiancare o contrapporre un’altra “antologia” di testi che a me possono risultare indigesti mentre invece soddisfano appieno le aspettative di qualcun altro.

Ho sperimentato questa situazione al termine di una conferenza sulla violenza nella Bibbia. Avevo presentato due serie di citazioni, una “buona e pacifista” l’altra che proclamava e imponeva la violenza. Mi ero permesso di definirla “cattiva”, al che una signora tra il pubblico (nota per le sue idee politiche) ha reagito ad alta voce dicendo: “Per me, è buona!”.

Ciò non significa che ognuno può far dire alla Bibbia quello che gli piace. Questa raccolta di scritti così eterogenei ha un suo significato al di là delle interpretazioni che se ne possono dare. È arbitrario fare come i pescatori della parabola raccontata da Gesù (Matteo13,47-48), i quali selezionano i pesci buoni illudendosi di aver pescato solo quelli perché hanno fatto sparire gli indesiderati.

Vediamo allora di completare il “menu” del Siracide per renderci conto del suo vero pensiero su questo aspetto così importante della vita, com’è un cibo sano e gustoso, in giusta quantità, condiviso con amici in un’atmosfera di gioia e di festa ma sullo sfondo di una realtà tanto diversa dall’ideale sognato.

 Lo “spiedino penitenziale”.

In tutte le tue opere ricordati della tua fine […]
                            (Siracide7,36a)
Ricordati che la morte non tarderà […]
Ogni corpo invecchia come un abito,
è una legge da sempre: «Devi morire!».
                            (Siracide14,12a.17).

Abbiamo infilato nello spiedo il primo bocconcino che comunica il suo sapore a tutti gli altri. Il pensiero della morte deve essere sempre presente nelle scelte dell’uomo ma le può condizionare in due direzioni. La prima è quella dei gaudenti espressa molto bene nel canto dei clerici vagantes del Medioevo “Gaudeamus igitur juvenes dum sumus”. La seconda è quella che anticipa lo squallore e il disfacimento della condizione finale estendendoli alla vita intera e trasformandoli in ideale di santità.

Non ci vuole molto a capire come le scelte contrapposte siano ambedue irrazionali anche se praticate in larga scala. La prima, etichettata come peccaminosa e additata al pubblico disprezzo, è però la più seguita appena se ne abbia l’occasione. La seconda, esaltata come modello di virtù, è la condizione normale di vita di milioni di persone che cercano con ogni mezzo di venirne fuori. Gli stessi teorici delle rinunce e delle privazioni spesso si guardano bene dal verificare nella propria vita la validità delle loro elucubrazioni.

Il Siracide non teme di guardare in faccia la realtà complessa e di suggerire comportamenti ispirati dalla razionalità: non rifiutare le gioie della vita ma agire rispettando le esigenze della natura nei confronti di se stessi e degli altri. Continuiamo ad infilare i bocconcini scelti per dimostrare che il nostro autore è esigente e severo fino ad essere intransigente nei giudizi su comportamenti anche se accettati e praticati dalla maggioranza “benpensante” del suo tempo.

                          Non ti abbandonare alla tua passione,
                          perché il tuo vigore non venga abbattuto come un toro;
                          divorerà le tue foglie e tu perderai i tuoi frutti,
                          e ti ridurrà come un legno secco.
                                        (Sir 6,2-3)
                          Non disprezzare il lavoro faticoso,
                          in particolare l’agricoltura che Dio ha istituito.
                                        (Sir 7,15)
                          Non perderti dietro alle prostitute,
                          per non dissipare il tuo patrimonio.
                                         (Sir 9,6)
                          Non ti vantare per le vesti che indossi
                          e non insuperbirti nel giorno della gloria,
                                        (Sir 11,4)
                          [Chi dice] «Ho trovato riposo,
                           ora mi ciberò dei miei beni»,
                           non sa quanto tempo ancora trascorrerà:
                           lascerà tutto ad altri e morirà.
                                        (Sir 11,19)
                          Fa’ doni all’uomo buono e non dare aiuto al peccatore.
                                        (Sir 12,7)
                          Ricòrdati della carestia nel tempo dell’abbondanza,
                          della povertà e dell’indigenza nei giorni della ricchezza.
                                        (Sir 18,25)
                          Non seguire le passioni,
                          poni un freno ai tuoi desideri.
                          Se ti concedi lo sfogo della passione,
                          essa ti renderà oggetto di scherno per i tuoi nemici.
                          Non rallegrarti per i molti piaceri,
                          per non impoverirti con i loro costi.
                          Non ridurti in miseria per i debiti dei banchetti,
                          quando non hai nulla nella borsa,
                          perché sarà un’insidia alla tua propria vita.
                                        (Sir 18,30-33)
                          Regali e doni accecano gli occhi dei saggi,
                          come bavaglio sulla bocca soffocano i rimproveri.
                                        (Sir 20,29)
                          Le prime necessità della vita sono acqua, pane e vestito,
                          e una casa che protegga l’intimità.
                          Meglio vivere da povero sotto un riparo di tavole,
                          che godere di cibi sontuosi in casa d’altri.
                          Sii contento del poco come del molto,
                          e non ti sentirai rinfacciare di essere forestiero.
                                        (Sir 29,21-23)
                          Amarezza dell’anima è il vino bevuto in quantità,
                          con eccitazione e per sfida.
                          L’ubriachezza accresce l’ira dello stolto a sua rovina,
                          ne diminuisce le forze e gli procura ferite.
                                        (Sir 31,29-30)

… e si potrebbe continuare

Allo spiedino godereccio ne ho affiancato uno “penitenziale” che abbraccia anche altri aspetti della vita oltre a quelli legati ai piaceri della tavola. Non ho esaurito le possibili citazioni che hanno in comune un elemento fondamentale: la valutazione dei comportamenti umani è basata sui vantaggi che ne derivano o sugli insuccessi a cui conducono. Il Siracide non ricorre a principi ascetici per convincere i suoi lettori a comportarsi in un modo piuttosto che in un altro.

È significativa la motivazione portata per convincere i lettori a non frequentare le prostitute: “per non dissipare il tuo patrimonio” (9,6). Uguale attenzione è richiesta nell’organizzare feste: “Non ridurti in miseria per i debiti dei banchetti, quando non hai nulla nella borsa” (18,33). Così la sobrietà nel cibo è suggerita per evitare disturbi del fegato e notti insonni (31,20). L’ironia sferzante contro chi si crede grande per la ricchezza dei vestiti che indossa (11,4) si trasforma nell’elogio stucchevole dei paramenti sacri indossati dal Sommo Sacerdote Simone (50,5-21) con una descrizione che sembra il risultato di un “copia e incolla” da una rivista di alta moda.

Tutti gli argomenti affrontati dal Siracide sono presentati da una duplice prospettiva, motivata dall’esperienza e guidata da una convinzione profonda: “Le opere del Signore sono tutte buone” (39,33), “Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra […] L’una conferma i pregi dell’altra […]” (42,24a.25a). “Non bisogna dire: «Che cos’è questo? Perché quello?»” (39,17a.21a; cf 39,34a) – afferma il Siracide – convinto che “Tutto […] è stato creato per uno scopo preciso” (39,21b) e “al tempo giusto sarà riconosciuto buono” (39,34b).

Può sembrare un ottimismo ingenuo mentre invece nasce dall’osservazione di quanto accade se si va oltre un giudizio immediato dovuto ai limiti della ragione umana. Il nostro autore lo dichiara apertamente: “Di questo ero convinto fin dal principio, vi ho riflettuto e l’ho messo per iscritto” (39,32). Per questo può presentare i diversi aspetti della vita attraverso le loro manifestazioni contrastanti. Basti pensare per esempio al modo con cui descrive le donne, l’educazione dei figli, i rapporti tra le persone, i medici, i mestieri, i sogni.

Ci sarebbe materiale abbondante per confezionare spiedini a volontà secondo i propri gusti. Lo si fa, purtroppo, ma per favore non si dica che il Siracide è un antifemminista misogino perché ha scritto: “Non c’è ira peggiore di quella di una donna [,..] Motivo di sdegno, di rimprovero e di grande disprezzo è una donna che mantiene il proprio marito” (25,15b.22), ma non lo si descriva nemmeno come un libertino perché ha anche scritto: “Colonne d’oro su base d’argento sono gambe graziose su solidi piedi” (26,18) e “La bellezza di una donna allieta il volto e sorpassa ogni desiderio dell’uomo” (36,24).