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Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

domenica 30 ottobre 2016

CHE COSA SI VEDE “STANDO IN PIEDI”?


IL FARISEO PREGAVA BA ‘AMIDAH

Per tanti anni ho visto anch’io quello che vedevano tutti leggendo e commentando la
parabola di Gesù riportata dal vangelo di Luca 18,9-14. I due protagonisti del racconto sono un fariseo e un pubblicano descritti in un momento di preghiera. I commentatori hanno sempre evidenziato gli atteggiamenti dei due e il contenuto delle loro preghiere da un punto di vista moralistico con l’intento di trarne un insegnamento per la vita dei cristiani. In questa prospettiva lo “stare in piedi” del fariseo era interpretato come espressione del superbo che non vuole piegarsi di fronte a Dio. A lui si opponeva il pubblicano, descritto con gli occhi bassi e ripiegato su se stesso in segno di sottomissione a Dio. A volte si andava oltre a
quanto scritto nel vangelo, presentando il fariseo come espressione di una classe sociale di ricchi a cui si contrapponeva il pubblicano. Non si aveva il coraggio di definirlo povero ma i pittori lo lasciavano intuire rivestendolo di abiti modesti di fronte a quelli sfarzosi indossati dal fariseo. Il fatto che il pubblicano si fosse “fermato a distanza” era interpretato come segno di rispetto per la presenza di Dio nell’arca dell’alleanza collocata, si spiegava, al centro del tempio!

La chiave di lettura: la lingua ebraica
Non so quante volte ho letto questa parabola interpretandola come tutti senza pormi particolari problemi: sembrava tutto così ovvio! Però la settimana scorsa mentre preparavo l’omelia per la domenica successiva mi è capitato di tradurre mentalmente in ebraico il verbo greco stathéis“stando in piedi” con: ba ‘amidah. Non so perché l’ho fatto, forse avevo letto qualcosa in precedenza dove ricorreva la stessa espressione. Resta il fatto che quella parola ‘amidah  mi si è associata mentalmente al titolo dato dai rabbini a quella che viene definita “la preghiera” per antonomasia, cioè la recita delle “diciotto benedizioni” shemoneh ‘esreh. Aprire il siddur, il libro di preghiere degli ebrei, per rileggere il testo della ‘amidah con le rubriche e le spiegazioni sulle modalità con cui devono essere recitate le benedizioni è stato un gesto automatico dettato più che altro dalla curiosità.
Ma intanto avevo capito perché il fariseo stava in piedi, perché pregava a voce bassa, come se parlasse con se stesso o, per dirlo in ebraico, be libbò nel suo cuore. Mi era chiaro, finalmente, perché il pubblicano si era fermato a distanza dal fariseo (e non dall’arca dell’alleanza, scomparsa ormai già da alcuni secoli!). Lo aveva letto nel siddurche prescriveva il rispetto verso chi stava pregando in silenzio per non disturbarlo nella sua concentrazione costringendolo così a ripetere la preghiera da capo. Il particolare del fariseo che nota la presenza di un’altra persona che individua come pubblicano e che giudica con disprezzo, assume una valenza doppiamente negativa. Nonostante la preoccupazione del pubblicano di non disturbare, il fariseo si distrae e si perde dietro considerazioni nate dai suoi preconcetti.

E venendo alle parole pronunciate dai due personaggi, quelle del pubblicano sintetizzano due benedizioni, la quinta (teshuvah– ritorno [a Dio]) « Facci tornare, o Padre nostro, alla Tua Legge e fa’ che restiamo attaccati ai Tuoi precetti. Facci avvicinare, o nostro Re, al Tuo culto, e facci tornare con pentimento perfetto alla Tua presenza » e la sesta (selichah – perdono) « Perdonaci, Padre nostro, perché abbiamo peccato; assolvici, o nostro Re, perché ci siamo ribellati. Tu infatti sei un Dio buono e che perdona ».
Al contrario, le molte parole dette dal fariseo non hanno nessun riscontro nei testi delle diciotto benedizioni, se non nell’ultima indicata come hoda’ah, ringraziamento, per le opere compiute da Dio, mentre il fariseo ringrazia per quanto lui stesso ha fatto e per quello che è o che crede di essere.
Il siddur alla prescrizione della posizione eretta, aggiunge un particolare che a prima vista può sembrare curioso: i piedi devono stare uniti. Penso che la vera motivazione sia quella di favorire la concentrazione di chi prega. Riducendo la superficie di appoggio a terra si creano problemi di equilibrio il che richiede una continua presenza a se stessi. L’equilibrio del corpo dovrebbe favorire quello della mente così da avere una visione della realtà più oggettiva, non condizionata da posizioni di comodo.
La preghiera balebab, nel cuore, tra sé, era un’eccezione alla prassi comune di una preghiera “gridata”. La giustificazione del comportamento anomalo è indicata nella preghiera silenziosa di Anna, la madre di Samuele rimproverata in modo brutale dal vecchio sacerdote Eli.
Il fariseo rispettava la prescrizione riguardante la voce sommessa, ma urlava balebab tutte le sue benemerenze davanti a Dio, elencandole con pignoleria burocratica. Il pubblicano non ha niente di cui vantarsi, non ha niente da nascondere, tutti sanno tutto di lui. Può solo riconoscere la verità e affidarsi alla misericordia di Dio. Ed è quello che fa.

È più comodo leggere “stando seduti” bayyeshibah
A mano a mano che leggevo il siddur e lo confrontavo con il racconto di Luca, mi accorgevo che i due personaggi prendevano sempre più corpo, assumevano uno spessore impensabile, come se si presentassero  finalmente in 3 D e in HD. La ricostruzione dell’ambiente culturale e religioso restituiva la vita a due figure diventate scialbe e contraddittorie per gli abiti che gli erano stati cuciti addosso. Un’operazione anticulturale che aveva dell’incredibile.
Sono sceso in biblioteca e ho passato rapidamente in rassegna le traduzioni e i commentari di Luca con la speranza di trovare qualche appoggio alla lettura che avevo fatto di quel racconto. Certamente la nostra biblioteca non possiede tutto ciò che è stato scritto nel corso dei secoli sul vangelo di Luca ma offre una scelta di opere abbastanza rappresentativa del livello comune degli studi sull’argomento. In nessuno avevo trovato un riferimento alla ‘amidah per spiegare il comportamento dei due personaggi del racconto lucano.
Finalmente in un commentario al vangelo di Luca edito da Paideia nel 2007 si trova un cenno ad un possibile riferimento alla preghiera ebraica delle diciotto benedizioni. A commento del verbo greco stathéisla nota n. 8 dice: “La preghiera detta delle diciotto benedizioni è anche chiamata Amidah, cioè preghiera da pronunciare in piedi. Viene recitata in piedi, in silenzio, a talloni uniti. Ringrazio il collega (…) per queste informazioni”. Trovo sorprendente che il commentatore di Luca senta il dovere di ringraziare il collega per quelle che definisce “informazioni”, come se si trattasse di notizie riservate scambiate tra agenti dei servizi segreti. Invece bastava aprire il siddur e avrebbe trovato tutte le
informazioni desiderate e tanto altro ancora. Ma il nostro commentatore, molto preparato nell’analisi tecnica del testo, non era veramente interessato alle informazioni del collega. Infatti le ignora completamente nel suo commento che procede imperterrito sulle linee interpretative tradizionali.
Avevo cercato qualche punto di appoggio, qualche sostegno al mio ingresso nella ‘amidah e invece mi ritrovavo solo con quei due personaggi, in piedi accanto a loro. E dovevo decidere con chi stare, ora che li avevo conosciuti per quello che erano veramente al di là delle maschere  che erano state loro imposte. Stavo sperimentando che cosa significava quello stare ritto sui due piedi congiunti, alla ricerca di un equilibrio da ritrovare continuamente. E ho provato anche il rimpianto per la comodità della poltrona dove adagiarsi senza troppi problemi e dove ci si può permettere anche di addormentarsi senza correre il pericolo di finire a terra.
Guardare se stessi, gli altri, il mondo, lo stesso Dio da una posizione eretta, costringe a dare valore  e sfruttare tutte le occasioni che la vita offre. Ma oltre a questo insegnamento non da poco mi pare che vada evidenziata l’ambientazione della scena fatta da Gesù e conservata scrupolosamente da Luca nel suo racconto. Un’analisi più approfondita dei particolari potrebbe portare a conclusioni interessanti anche di carattere esegetico finora sfuggite agli studiosi.

domenica 23 ottobre 2016

ECUMENISMO AD OGNI COSTO

QUANDO LA LOGICA VA IN FERIE

23/08/2016 18:41a tua privacy, le immagini remote di questo messaggio sono state bloccizza immagin
 E                                                       Egregio Direttore, sono rimasto allibito leggendo nell'editoriale di Davide Rondoni pubblicato venerdì 19 agosto la seguente affermazione: "Infatti, per chiunque creda - cristiano o islamico o ebreo - Dio è uno, grande, onnipotente, misericordioso. Le differenze, semmai sono a riguardo dell'io". Sarà perché dopo 40 anni di insegnamento dell'Antico Testamento sono abituato a motivare ogni affermazione, soprattutto se impegnativa, spiegando il significato preciso dei termini usati, ma la frase buttata lì come la cosa più ovvia, mi ha letteralmente sconcertato.
      
L'autore dell'editoriale è così sicuro che i lettori sappiano distinguere tra chi è Dio nella sua natura dalle immagini che le diverse religioni hanno costruito per presentarlo ai loro seguaci? Forse nemmeno l'autore saprebbe spiegare questo piccolo particolare, perché dimostra concretamente di non percepire nemmeno l'esistenza del problema. Del Credo che noi recitiamo l'unico elemento comune alle tre religioni citate è la frase di  inizio: Credo in Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra. E qui ci fermiamo, dopo la prima riga, che pure qualche differenza la propone, ma sono sottigliezze. Su quello che segue, cioè credo in Cristo figlio di Dio ecc. ecc. credo nello Spirito Santo, credo nella Chiesa ecc. ecc. posso tirare una croce e ignorarlo tranquillamente. Solo a queste condizioni posso affermare che abbiamo una fede comune. Io personalmente non la condivido, anche se oggi va di moda, come lo dimostra l'articolo di un giornale che si presenta come l'espressione del cattolicesimo. So benissimo che da un articolo di giornale non si può pretendere un trattato di esegesi o di teologia, ma penso che si debba pretendere il rispetto della verità e dei lettori. (…) 

… se questo è l’Avvenire della Chiesa…
Ho trascritto l’inizio del commento che avevo inviato al direttore del quotidiano della CEI per manifestare le mie perplessità sull’affermazione che oggi va tanto di moda negli ambienti di avanguardia che cercano dei punti di contatto tra le diverse fedi religiose. L’intento è lodevole ed è auspicabile che si riesca a trovarne qualcuno per mettere fine a secoli di contrapposizioni sfociate a volte in massacri assurdi di cui tutti devono sentirsi responsabili. Ma è doveroso chiedersi se la strada che si vuole percorrere insieme per raggiungere l’auspicata unità delle fedi sia quella giusta.
Ammiro la costanza e il coraggio di singoli e organizzazioni cattoliche che continuano a proporre incontri ecumenici e interreligiosi ad ogni livello. Sono stato anch’io, negli anni passati, parte attiva in questo movimento e l’esperienza fatta sul campo mi ha convinto che i risultati sperati rimangono ancora un sogno. È già un passo avanti il fatto di trovarsi tutti attorno ad un tavolo a parlare su argomenti di comune interesse senza insultarsi o anche solo senza ignorarsi a vicenda. Ma non illudiamoci, quando si arriva al dunque, cioè al modo in cui ognuno esprime la propria fede, la conversazione (il vero dialogo non è mai esistito) si blocca, qualcuno si alza, saluta educatamente magari con un sorriso, e poi se ne va.
Oggi qualcuno pensa di aver scoperto l’uovo di Colombo, di aver trovato l’algoritmo capace di risolvere l’eterno problema. Partendo dalla convinzione che Dio è uno solo in se stesso sono state individuate tre religioni che si riconoscono in questa affermazione mettendola alla base della loro stessa esistenza. In ordine di tempo –  ebraismo, cristianesimo, islamismo – sono le tre religioni monoteiste. Se tutte e tre riconoscono l’unico Dio, allora le differenze consistono solo nel modo di rappresentarlo e non possono riguardare la realtà di Dio in se stesso. Dunque, trattandosi solo di una questione di nomi, praticamente tutti diciamo la stessa cosa anche se la indichiamo con etichette diverse. E allora, perché scannarci per imporre agli altri la rappresentazione di Dio che ci siamo costruiti “a nostra immagine e somiglianza?”.
La proposta è accattivante e suggestiva oltre a presentarsi come assolutamente razionale. C’è però un piccolo particolare: ognuno dei rappresentanti delle tre religioni monoteistiche è convinto che l’immagine di Dio descritta nella propria fede corrisponde esattamente alla realtà. Le altre due sono inaccettabili. È questo l’approdo a cui si è ancorato per ora l’incontro interreligioso. Meglio di niente – si dirà – se almeno servisse ad aprire gli occhi sulla realtà difficile che non si risolve applicandole sopra una formuletta semplificatrice.

Per il passaporto ci vogliono foto uguali
Ecco perché ho reagito leggendo quel “semmai” che minimizzava il problema riducendolo ad una semplice questione terminologica del tutto soggettiva. Non si può far finta che le tre rappresentazioni di Dio siano fondamentalmente uguali tra di loro solo perché si riferiscono allo stesso personaggio. Le differenze sono sostanziali e – stando alla comprensione attuale delle rispettive teologie – sono irriducibili. Basti pensare al Dio in tre persone, che caratterizza la fede cristiana, rifiutato dall’ebraismo e negato decisamente dall’islam. Poco importa se la descrizione che ne dà il Corano non ha niente in comune con quanto afferma la teologia cristiana, dato che le affermazioni coraniche vanno comprese alla lettera che in questo caso è chiarissima.
Su questo punto fondamentale si potrebbe cercare un confronto con l’ebraismo, mettendo da parte i rispettivi pregiudizi. È quanto sta avvenendo, anche se ancora timidamente, in ambienti di avanguardia avanzata, ma la strada per arrivare ad una comprensione comune dei testi biblici è ancora lunga.
Diverso è il confronto tra il Dio dell’islam e quello dell’ebraismo. A prima vista si può avere l’impressione che le due presentazioni coincidano. In realtà questa coincidenza è all’origine della spaccatura drammatica tra i due popoli, fatta risalire, dalla ricostruzione che ne fa il Corano, alla lotta tra i due figli di Abramo, considerati nella tradizione biblica i capostipiti del popolo ebraico (Isacco) e di quello arabo (Ismaele). Chi conosce le interpretazioni date alle vicende dei fratelli maggiori privati dei loro diritti di primogenitura a vantaggio dei fratelli minori può intuire con quale stato d’animo un ebreo e un islamico si possono rivolgere allo stesso Dio. Accenno solo alle reazioni negative di certi ambienti ebraici alla definizione di “fratelli maggiori” data da papa Wojtila. Quante volte ho dovuto spiegare a gruppi di cattolici, che ripetevano come segno di rispetto la stessa frase, il sottofondo emotivo che faceva sentire ad un ebreo quelle parole come una grave offesa. 

Almeno Abramo può essere il padre di tutti?
Un altro luogo comune ripetuto con compiacimento in certi ambienti alla ricerca del dialogo ad ogni costo, è la definizione “le tre religioni abramitiche”. Anche in questo caso non è tutto così semplice come si vorrebbe far credere. Stando al racconto biblico, ebrei e arabi sono discendenti dei due figli di Abramo avuti da due donne diverse, Sara la moglie legittima madre di Isacco capostipite degli ebrei e Agar la schiava egiziana madre di Ismaele considerato il capostipite delle popolazioni arabe. Nelle vene dei due popoli scorrerebbe dunque lo stesso sangue di Abramo, anche se contaminato fin dall’origine.
Il legame con Abramo, rivendicato da Paolo per i cristiani, è di tutt’altra natura, fondato unicamente sulla fede del grande patriarca. I cristiani sono considerati suoi figli solo se condividono la certezza di Abramo che Dio avrebbe mantenuto le sue promesse. Si tratta di un legame che viene addirittura contrapposto a quello determinato dal sangue.
“Religioni abramitiche”? La spiegazione che ho cercato di abbozzare è largamente lacunosa e certamente non risulta chiara a chi non conosce il testo biblico con tutte le risonanze emotive che suscita in un ebreo o in un arabo. Non nego la validità della definizione di religioni abramitiche, purché venga accompagnata o meglio, preceduta da un’ambientazione culturale e religiosa adeguata. Con queste premesse è per lo meno rischioso mettere in circolazione come dati largamente acquisiti e condivisi, delle affermazioni molto complesse che hanno come risultato di aumentare la confusione già largamente diffusa non solo tra quelli che una volta erano definiti brutalmente “rudes”.
Ecco perché mi sono sentito in dovere di chiedere al direttore di Avvenire una chiarificazione su quella frase esplosiva buttata lì con indifferenza tra i piedi della gente. Gente che legge il quotidiano cattolico in numero crescente in controtendenza agli altri quotidiani italiani. È motivo di gioia per chi crede nel valore della stampa, ma è anche occasione per riflettere sulla responsabilità di fronte ai lettori e soprattutto verso la verità.
 
Una lettera cestinata
Mi aspettavo un cenno di comprensione verso il problema che avevo evidenziato, anche se avevo superato i fatidici “1500 caratteri spazi inclusi”, vista l’importanza dell’argomento. Ma quando spedivo il messaggio erano esattamente le 18:41 del 23/08/2016 e non potevo pensare che poche ore dopo un terribile terremoto avrebbe sconvolto la vita di tante persone e monopolizzato le informazioni e i commenti di tutti i mezzi di comunicazione.
Non potevo far altro che rispettare anch’io la priorità delle notizie, ma senza lasciare sepolto sotto le macerie il problema che mi stava a cuore. E sono contento anche perché il tragico evento ha fornito al direttore di Avvenire un alibi validissimo che mi impedisce di metterlo sul banco degli imputati. Spero che, ritornata una certa normalità nelle informazioni si possa dedicare un po’ di attenzione a temi di teologia pratica. Non auspico la censura su affermazioni che non condivido, ci mancherebbe altro! Chiedo solo che ad un punto di vista se ne affianchino anche altri perché i lettori possano rendersi conto per lo meno della complessità di certi problemi.
Con questo, caro Direttore, non le chiedo di pubblicare le mie considerazioni. Riconosco di essere un biblista ruspante che non ambisce i titoloni né usa il linguaggio forbito degli ambienti accademici. Ci sono sul mercato molti colleghi che condividono le mie idee e sono anche capaci di esporle in modo “teologicamente corretto”. Sono sicuro che anche lei ne conosce qualcuno e non farà fatica ad ottenere la loro collaborazione. Quello che conta, sono le idee non tanto chi le espone, anche se un nome famoso può facilitare la loro diffusione.

sabato 8 ottobre 2016

IL PRIMO “MISSA EST”

LO HA DETTO GESÙ

Ci teneva molto a fare quella cena con gli amici che si era scelto. Gesù aveva indicato personalmente il luogo e aveva dato l’incarico a due apostoli fidati, Pietro e Giovanni, di preparare la tavola in una stanza già addobbata per la festa di Pasqua. Doveva essere per ogni ebreo una cena speciale dove nulla era lasciato al caso. Ogni gesto, ogni parola, ogni boccone, ogni sorso di vino era carico di significati e doveva essere fatto in un momento preciso indicato da un ordinamento che aveva finito per indicare la stessa cena, Era il “sèder” nome che è rimasto fino ad oggi nella tradizione ebraica.
In questa ritualità così rigida, Gesù introduce degli elementi nuovi che assumono quindi un valore particolare. I racconti dei vangeli non si fermano a spiegare le varie fasi della cena. Erano conosciute da tutti. Ogni evangelista ricorda solo quegli aspetti di novità che rientrano nel profilo di Gesù che sta delineando. La cena rituale che celebra la Pasqua è soltanto lo sfondo che fa risaltare e mette nella giusta luce la continuità con la tradizione ebraica e la nuova realtà attuata da Gesù.

Le novità introdotte da Gesù. La prima:
il Maestro lava i piedi ai discepoli
La prima sorpresa è narrata da Giovanni: Gesù lava i piedi agli invitati. Era un rito abituale, un gesto nato per motivi pratici e poi diventato segno di accoglienza e di rispetto verso gli ospiti. Era tanto ovvio che non c’era bisogno di farlo oggetto di particolari prescrizioni. Non era certo il padrone di casa che provvedeva personalmente alle abluzioni degli ospiti. Suo dovere era procurare il necessario alla bisogna e offrire spazio e tempo per espletare il tutto. In un’occasione Gesù aveva rinfacciato senza peli sulla lingua ad un fariseo la mancanza di questo gesto di buona educazione e aveva lodato la donna che vi aveva provveduto diversamente.
Il gesto compiuto da Gesù in modo insolito, contro le consuetudini aveva colto di sorpresa gli apostoli. Il solito Pietro reagisce tra l’imbarazzo generale ed esagera con le sue proteste costringendo Gesù a spiegare il significato di quanto aveva fatto: era un esempio del servizio che i suoi discepoli dovevano seguire nei rapporti tra di loro.

Seconda novità:
Gesù manda via Giuda
Ma le sorprese non erano finite. La cena che doveva rievocare la tragedia vissuta dagli Ebrei tanti anni prima diventava lo scenario del dramma che avrebbe travolto Gesù e gli apostoli quella stessa notte. L’ombra del tradimento prendeva la forma di uno dei presenti. Il suo nome non viene pronunciato ma è indicato con un gesto che esprime amicizia e rispetto che non impediscono però a Gesù di usare parole decise che non ammettono replica. Il traditore smascherato deve abbandonare la cena che continuerà senza di lui.
Il gesto di familiarità consisteva nell’offerta di un pezzo di pane azzimo intinto in qualche preparato liquido o fatto con ingredienti ridotti in pezzetti. Sulla tavola si trovavano cibi differenti ma rispondenti alle prescrizioni del menu descritto nel sèder, l’ordinamento della cena di Pasqua. C’era l’uovo sodo, una zampa di capretto, delle erbe amare, un gambo di sedano, il pane azzimo sotto forma di gallette tondeggianti rigide o morbide (matzot) e infine il preparato semisolido fatto con frutti diversi detto in ebraico charòset. Il pezzo di pane strappato dalla galletta o cialda veniva così insaporito intingendolo nel charòset. A completare il menu  era presente anche il vino che si doveva bere in momenti fissati dall’ordinamento della cena.
Naturalmente il racconto di Giovanni presuppone tutte queste informazioni che per noi sono necessarie per capire il significato di un gesto che non ci è abituale. L’esclusione di Giuda Iscariota (in ebraico Ish Qeriot cioè Uomo di Qeriot?) dal proseguimento della cena è dovuta all’incompatibilità del suo comportamento con quanto Gesù stava per fare con gli altri apostoli. Giovanni non lo dice e si dilunga a riferire il dialogo con gli undici rimasti, nel quale Gesù manifesta i suoi sentimenti più intimi.
Gli altri evangelisti ricordano l’annuncio del tradimento ma tralasciano l’allontanamento di Giuda per concentrare l’attenzione sul pane e sul vino con le parole di Gesù che ne spiegano il nuovo significato che assumono. I quattro racconti sembrano integrarsi tra di loro riferendosi ad un unico avvenimento presentato però con intenti diversi. Letta in questa prospettiva, la cena risulta nettamente divisa in due parti dall’ordine dato a Giuda di allontanarsi al più presto. Anche il particolare del boccone di pane azzimo insaporito con il charòset fa pensare al pane semplice, senza condimenti, sul quale Gesù pronuncerà quelle parole misteriose prima di distribuirlo ai discepoli.

Terza novità:
riduzione del menu al pane e al vino
Pane e vino sono gli alimenti comuni alle due parti della cena e ne evidenziano la continuità, ma allo stesso tempo diventano i protagonisti unici nella seconda parte del banchetto determinandone l’originalità. Il comportamento di Gesù, inserito in un rituale celebrativo piuttosto rigido, se ne discosta non come contrapposizione ma come sviluppo di elementi precedenti.
Accogliendo l’invito del Maestro di “fare memoria” (la parola ebraica zikkaron era carica di significati evocativi!) i discepoli hanno concentrato la loro attenzione soprattutto sugli elementi innovativi portati alla cena di Pasqua, cancellando dal menu previsto dal sèder tutte le portate, ad eccezione del pane e del vino considerati nella nuova prospettiva indicata dalle parole di Gesù. Si manteneva così l’idea del banchetto con la presenza del Maestro, ma diventava sempre più evidente che non si trattava di una cena finalizzata al nutrimento del corpo.

Le prime “cene-ricordo” fatte dai cristiani
Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto descrive una situazione in cui questa consapevolezza non si era ancora affermata. Alla cena comune ognuno si portava il proprio menu che non condivideva con gli altri evidenziando così le differenze sociali tra ricchi e poveri. A conclusione dell’incontro conviviale si “faceva memoria” di quanto aveva fatto e detto Gesù, dopo di che ognuno tornava alla propria casa, chi a stomaco pieno e chi a stomaco vuoto. Non era facile, in quelle condizioni, distinguere tra il pane inzuppato nelle varie salse più o meno piccanti e il pane insipido che Gesù aveva detto essere il suo corpo.
Paolo taglia corto. Dato che quando siete un po’ brilli fate fatica a riconoscere il corpo di Cristo, mangiate e bevete a casa vostra – scrive ai cristiani di Corinto – e poi, quando avete smaltito la sbornia, radunatevi pure ma solo per fare memoria della cena del Signore. E conclude con una minaccia pesante di condanna per chi non tiene conto delle sue indicazioni.
È chiaro che Paolo non è mosso da preoccupazioni moralistiche per evitare la contaminazione del corpo di Cristo a contatto con i cibi. Lo stomaco ingombro  – lo sapevano tutti anche allora – appesantisce la mente, annebbia il cervello e rallenta i riflessi rendendo ancora più difficile riconoscere in quel pane una presenza accolta per fede. Paolo non prescriveva ricette mediche (“una pasticca al mattino a digiuno”) ma applicava semplicemente il criterio che usava riguardo ai cibi, compresa la carne offerta nei sacrifici agli idoli.
Chi è nato prima del Concilio Vaticano secondo ricorderà certamente la rigidità con cui si interpretava il digiuno eucaristico, basandosi proprio sul rispetto dovuto alle “sacre specie”. Si spiegano così anche le resistenze che bloccano ancora molti cattolici impedendo di ricevere sulla mano il pane consacrato.

Sèder e Messa a confronto
Tralasciando altre considerazioni, riprendo il confronto tra i due termini con cui sono identificati la cena pasquale ebraica e la cena del Signore della liturgia cattolica. La parola ebraica sèder è un termine generico e indica una serie di indicazioni da seguire per compiere un’azione complessa e può riguardare la celebrazione di festività religiose. Nell’uso si è venuto ad identificare con la festa più importante, la Pasqua, fino a diventare quasi un suo sinonimo.
Nel caso della celebrazione cattolica, il termine messa, originato forse da una parola latina intesa come “commiato” o “saluto di congedo” indicava l’atto conclusivo dell’incontro di preghiera dei fedeli. Quando il popolo ha perso la familiarità con la lingua latina ha però conservato nella memoria il suono di quella parola, l’ultima che sentiva pronunciare dal sacerdote. Il passo ad indicare con quel nome tutto quello che precedeva era inevitabile ed è stato compiuto con le conseguenze che sperimentiamo ancora oggi.
La storpiatura di espressioni latine e greche è un fenomeno linguistico noto e frequente nella lingua italiana e nei vari dialetti, basti pensare alla “befana” (da “epifania”) o all’espressione “andare in visibilio” (dal Credo: “visibilium omnium et invisibilium” [Dio creatore] di tutte le cose visibili e invisibili). Cercando sulla rete, si possono trovare numerosi esempi di storpiature di frasi latine sentite pronunciare nella liturgia, ma ognuno potrebbe aggiungerne altre pescate nei ricordi personali. Tra quelli che mi vengono in mente dalla mia infanzia è il modo di manifestare la fiducia nella protezione materna di Maria da parte delle vecchiette che cantavano in piemontese: “Ca tempesta (cioè, grandine) pura, mi la paro tuta” [può anche grandinare, io la raccolgo tutta] che traduceva il latino dell’Ave maris stellavitam praesta puram, iter para tutum” [concedi una vita pura, prepara un cammino sicuro].
La parola “messa” non storpiava il suono ma il significato di ciò che voleva indicare. Non meraviglia che ciò sia avvenuto in tempi lontani per opera di un popolo che stava forgiando la propria lingua. Meno comprensibile che in una società come la nostra che rifiuta termini chiarissimi e ben stagionati come spazzino, bidello, cieco, ecc. sostituendoli con espressioni tipo: netturbino sostituito a sua volta da operatore ecologico, oppure personale parascolastico, o ancora ipovedente, oppure con diversamente abili ecc. non si percepisca l’inadeguatezza di una parola ad indicare l’oggetto a cui è stata abbinata, come appunto nel caso della messa.
      Non mi illudo che si arrivi a cambiare il vocabolario. Mi basterebbe anche solo che si avesse il coraggio di dire a chi non condivide le nostre convinzioni sul pane e sul vino che mangiamo e beviamo nella cena del Signore: “Caro amico, ci salutiamo qui. Adesso lasciaci perché stiamo per fare una cosa che sarebbe troppo lungo spiegarti. Mi sembra una mancanza di rispetto verso di te, invitarti a vedere noi che mangiamo e beviamo mentre tu stai a digiuno”.
È evidente che questo discorsetto non va fatto solo ai musulmani ma anche a tutti quelli che, battezzati o no, non credono più o non hanno mai creduto a quanto ha detto Gesù su quel pane e sul vino dopo aver imposto a uno degli invitati di abbandonare immediatamente la compagnia: “Torna a casa tua, per te l’incontro è terminato” Ite, missa est!

venerdì 23 settembre 2016

NON TOCCATECI LA MESSA...

…MA NON CHIAMIAMOLA MESSA!


     “Ite, missa est”. Era il saluto con cui il sacerdote congedava i fedeli che avevano partecipato alla Cena del Signore Gesù rispondendo al suo invito: “Fate questo in mia
memoria”. Non era soltanto un incontro conviviale di un gruppo di amici, ma era soprattutto rivivere l’esperienza degli apostoli in quell’ultima cena con Gesù prima della sua morte. Il Maestro aveva parlato a lungo, aveva confidato i suoi sentimenti più intimi e soprattutto aveva promesso di rimanere sempre con loro come il pane e il vino che non potevano mai mancare, anche nel cibo dei più poveri, per garantire la vita.

     I primi cristiani avevano coscienza di realizzare qualcosa di singolare in quei loro incontri, anche se c’era già qualcuno che non aveva capito bene la differenza tra una cena normale tra amici e quel pasto a menu fisso: Gesù in persona con la sua parola e con tutto se stesso, corpo e sangue. Paolo denuncia questa confusione descrivendo quanto accadeva a Corinto (1 Corinzi 11,17-34). “18Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. 19È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova. 20Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore”.
     L’accusa di Paolo riguarda il fatto che ognuno portava le proprie provviste determinando così la divisione tra ricchi e poveri in quello che doveva essere un pasto che ho definito a “menu fisso”, cioè il corpo e il sangue del Signore Gesù. Notiamo che in questo caso non c’è polemica di carattere sociale: “22Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere?”, concetto ripetuto a conclusione dell’intervento “se qualcuno ha fame, mangi a casa” (11,34).
     Paolo ricorda che nella cena del Signore non c’è spazio per i protagonismi perché il centro unico è Gesù come emerge chiaramente dal racconto di quel momento che ormai era diventato patrimonio comune di tutte le comunità cristiane. Il mancato riconoscimento dell’unicità di quella “Cena” è causa di un giudizio severo: “chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (11,29).

Adattamenti stabilizzati

     Gli studiosi di storia della liturgia hanno individuato i tempi e i motivi delle trasformazioni avvenute nel modo di ricordare quanto aveva fatto Gesù in quella cena con gli apostoli. Col passare del tempo sono state aggiunte preghiere varie per rispondere a necessità particolari, segno della consapevolezza del valore universale attribuito alla preghiera di Gesù. Sono stati introdotti gesti simbolici che volevano rendere comprensibili ai cristiani di regioni e culture differenti i significati che si venivano scoprendo grazie alla riflessione teologica.
     Guidati dal principio accettato da tutti che non si poteva togliere nulla a quanto era stato acquisito in precedenza si è avuta una crescita inarrestabile di elementi sovrapposti che hanno finito con l’appesantire lo svolgersi lineare e semplice di un incontro conviviale, per quanto unico e caratteristico.
     Chi ha i capelli bianchi forse ricorderà la sfilza delle preghiere “per varie necessità”, sempre comunque in numero dispari (!); i lunghi silenzi dovuti alla recita bisbigliata del sacerdote celebrante, interrotti dall’improvviso “nobis quoque peccatoribus” che si intrufolava nel rosario delle vecchiette, introdotto per riempire un vuoto celebrativo. Il campanello, conteso tra i chierichetti, col suo tintinnio sembrava una sveglia per un gruppo di persone assopite o un segnale per gli uomini che si intrattenevano in conversazioni fuori della chiesa aspettando di entrare all’ultimo minuto utile per “non perdere la messa”.

     Il momento  in cui il sacerdote ripeteva le parole di Gesù era conosciuto come “l’elevazione” che alcuni confondevano con il sollevamento della “pianeta” da parte del chierichetto di turno. Il “lavabo”, staccato dalla realtà che lo aveva originato, era presentato come il ricordo del gesto di Pilato che si lavava le mani per dichiarare la sua estraneità a quanto accadeva a Gesù. Questa  estraneità raggiungeva il culmine quando si rifiutava di distribuire il pane a quanti erano stati invitati a cena. Ma nessuno faceva notare l’incongruenza di un invito a vedere alcuni che mangiavano, come se si trattasse di uno spettacolo.
     Gli abiti indossati dai sacerdoti, assolutamente rispondenti ad esigenze di vita e gusti di moda dei tempi antichi, erano diventati un autentico enigma per una cultura che ormai si ispirava ad altri canoni estetici e pratici. Che senso aveva indossare il “piviale” nelle
processioni sotto il sole di giugno quando lo stesso nome originale lo indicava come “mantello per ripararsi dalla pioggia” (dal latino pluvialis). O ancora, perché continuare a portare il “manipolo” destinato ad asciugarsi il sudore e il naso e che gli antichi avevano legato al polso sinistro per averlo “a portata di mano”, quando noi abbiamo la comodità di tenere il fazzoletto in tasca? Ecco il passaggio da indumento a “paramento”, indossato non per necessità ma per una “parata” cioè una messa in scena per dare spettacolo.
     È questa l’immagine delle nostre liturgie che siamo riusciti a comunicare ad un pubblico estraneo ai nostri ambienti anche se composto da persone regolarmente battezzate e cresimate. È emblematico il caso di Federico Fellini con la scena impietosamente vera della sfilata di moda ecclesiastica nel film Roma. Le innovazioni tecnologiche, gli effetti spettacolari, i raggi laser non bastano a cancellare l’atmosfera fumosa dell’incenso che si mescola con la polvere sollevata dai quadri di epoche lontane rimpiante da una nobiltà fatiscente. Quelle tiare sorrette da un bastone rappresentano al meglio il nulla percepito da un estraneo presente alle nostre liturgie solenni.

Da cena condivisa a cerimonia commemorativa

     Ridotta a questa dimensione spettacolare, la celebrazione della messa perdeva la sua caratteristica originale per assumere i contorni di una cerimonia sempre più legata a regole rigide, a rituali che dovevano rispettare scale di valori e di “dignità” originate dalla società civile e trasportate di peso all’interno della chiesa che proclamava di ispirarsi a valori ben diversi che erano contenuti nel Vangelo.

     Condividendo in pratica gli stessi ordinamenti, era naturale  e doveroso lo scambio di presenze delle rispettive “autorità” a cerimonie celebrative di avvenimenti e personaggi tipici dell’una o dell’altra società. Questo anche per favorire la convivenza armoniosa del potere civile con quello religioso. Ottimo intento che non richiedeva certo la condivisione dei valori celebrati, ma unicamente la presenza rispettosa. In fondo si trattava di opportunismo politico o, se vogliamo, di buona educazione.
     Si capisce così la presenza compunta alle messe solenni di uomini politici dichiaratamente atei o miscredenti oppure notoriamente libertini (come si diceva una volta). Altrettanto comprensibile la presenza di vescovi e cardinali, o anche di “semplici monsignori”, a cerimonie patriottiche, culturali, sportive o di spettacolo a cui, per definizione, non avrebbero dovuto avere il minimo interesse. Quante volte queste “autorità” sono state immortalate in filmati o foto che li ritraevano annoiati o addirittura appisolati. La loro presenza era dovuta a motivi diversi da quelli pensati dalle rispettive istituzioni. Si trattava di scambio di cortesie, niente di più.
     Penso anche alle messe in occasione di funerali o di matrimoni. Spesso la presenza del pubblico è dovuta a motivi di parentela o di amicizia oppure a solidarietà con l’ideologia politica dei protagonisti della cerimonia. E ritorna sempre la stessa domanda: “Che c’entra la cena del Signore?”. Gli invitati al matrimonio aspettano solo di sentir dire “La messa è finita” per lasciare il campo libero ai fotografi e per avviarsi verso il ristorante dove finalmente si mangia e si beve e si fa festa. Ma non hanno già fatto cena con il Maestro?
     Tranquilli, non sono così ingenuo, idealista e integralista da non distinguere le due cose. Anche Gesù non solo parla dei banchetti di nozze ma vi prende parte attiva lui stesso con il gruppo dei suoi amici. Sapeva di che cosa si trattava. Ma ogni cosa ha il suo tempo e i suoi modi di essere.
     Chi si trova in una situazione che non conosce o di cui si è fatto un’dea sbagliata ha ragione di sopportare in qualche modo la cosa aspettando che qualcuno lo autorizzi ad andarsene senza fare brutta figura. “La messa è finita!” dice il prete o chi per lui (noi sappiamo che si chiama diacono, cioè inserviente!) “Finalmente!” commenta mentalmente il nostro ospite casuale che se ne va sollevato. Forse è anche in grado di sintetizzare la sua esperienza come la giapponesina che si era trovata in una chiesa cattolica. Alla domanda “Che cosa hanno fatto?” rispose “In piedi, seduti! In piedi, seduti!”. Descrizione forse un po’ riduttiva.

A Messa con i musulmani?

     Con queste premesse non c’è da meravigliarsi se qualche vescovo, sostenuto da parte di un’opinione pubblica che si definisce pacifista, si è rallegrato per la presenza di autorità e fedeli islamici alle messe domenicali per dimostrare solidarietà con i cattolici in occasione dell’assassinio di un sacerdote in una chiesa di Francia. Lodevole l’intenzione di superare le barriere che ci separano. Mi pare però discutibile aver scelto la messa come test dimostrativo.

     Sarebbe doveroso fare alcune osservazioni a partire dalla teologia islamica, ma il discorso ci porterebbe molto lontano e in un campo minato. Limitandoci alla riflessione cristiana, la presenza di non credenti o di seguaci di altre fedi al mistero che riassume la nostra fede  è intrinsecamente incompatibile. A maggior ragione per la fede islamica che nega esplicitamente qualificando come bestemmia quanto noi affermiamo a proposito di Gesù.
     A meno che… a meno che non consideriamo la messa come un semplice rito, come una cerimonia commemorativa anodina. Cosa che invece è accaduta in passato, come abbiamo visto in precedenza. Mi sforzo di capire quei vescovi esultanti e non metto in dubbio la loro fede nel mistero. Ma l’abitudine di celebrare di fronte alle autorità riverenti, anche se non credenti, non può aver influito subdolamente sul modo di considerare la “cena del Signore”? Se tutti siamo d’accordo nell’indicarla con un termine che non la definisce per quello che è, non c’è motivo di esigere dai musulmani quello che è tollerato negli altri casi. Il ragionamento ha una sua logica.
     Sono soltanto mie supposizioni (maligne, penserà qualcuno), ma nascono dal desiderio di capire la realtà in cui vivo. È un desiderio che mi ha sempre accompagnato e che è cresciuto a contatto con le esperienze che andavo facendo. I ricordi più lontani che ho salvato nella mia memoria riguardano proprio la messa. Ci andavo con la mamma e mi sentivo attratto dal silenzio che regnava in chiesa ma soprattutto da quell’uomo, vestito in modo strano, che parlava una lingua che non capivo ma che mi attirava per le sue sonorità. Ripetevo le parole ma soprattutto mi sarebbe piaciuto poter ripetere quei gesti misteriosi. Non avevo ancora compiuto sei anni quando fui ammesso alla prima comunione. Il passo successivo mi portò sui gradini dell’altare come chierichetto. Non arrivavo a spostare il leggio con il messale (non sono mai stato un campione di altezza) ma potevo suonare il campanello, alzare la pianeta, rispondere in latino evitando gli strafalcioni delle “pepie” (così chiamavamo a Torino le vecchiette rosarianti).

     Non era gran che, ma è stato sufficiente per portarmi in seminario dove nel corso dei lunghi anni di studio ho scoperto progressivamente che cosa era quella messa che mi aveva affascinato fin da bambino. E sono passato attraverso le vicende di questi ultimi cinquant’anni nei quali la messa è stata forse l’indice più significativo dei cambiamenti avvenuti nel modo di vivere la nostra fede cristiana. Poco per volta mi sono liberato dalle incrostazioni che avevano appesantito la linearità dell’evento originale fino ad indicarlo con quel nome strano che nessuno spiegava con certezza ma che certamente non comunicava nulla a chi lo sentiva. O peggio, poteva trasmettere un messaggio che ne alterava il vero significato.
     “Ite, missa est!”. “Andate, è il momento di mandarvi via!” facendo derivare quella parola “missa” dal verbo latino mittere, inviare, spedire. In altre parole era l’invito a tornarsene a casa. Quando il saluto finale è stato identificato con quello che precedeva si è giunti all’assurdo che “andare a messa” significava andare a sentirsi dire “tornate a casa!”. L’ignoranza del latino, la pigrizia intellettuale di spiegare le cose, il pressapochismo di comodo hanno consolidato un equivoco di cui portiamo ancora le conseguenze.

Ad ogni cosa il suo nome

     Secondo il racconto biblico, la prima attività dell’uomo è consistita nel dare il nome agli esseri viventi (Genesi 2,19-20) con una decisione a cui si sottomette lo stesso Dio. Evidentemente, attribuire il nome “messa” alla cena consumata da Gesù con gli apostoli era un’eccezione clamorosa in contrasto con la capacità dell’uomo di conoscere le cose e di indicarle con il nome giusto.
     Questa osservazione, insieme a tante altre, mi ha aiutato ad andare oltre ai luoghi comuni che apparentemente semplificano la vita ma che a lungo andare finiscono per creare più problemi di quanti ne hanno risolti. Una domanda ha sempre guidato le mie riflessioni: gli estranei alla nostra fede come vedono i nostri paramenti, i nostri atteggiamenti, i nostri gesti, le nostre parole, le preghiere che recitiamo?
     Ricordo l’impressione che ho avuto a Gerusalemme dove mi trovavo per concludere gli studi biblici, quando vedevo i gruppetti di giovani studenti delle scuole rabbiniche che sciamavano per strada nelle loro palandrane nere, con in testa la kippà nera, con le peot (in italiano li chiamano cernecchi) ugualmente nere, che si muovevano come un solo uomo quasi fossero telecomandati. Mi sembravano tanto, ma tanto strani fino a che non ho pensato ai nostri seminaristi che dovevano indossare talare nera e cappello nero (noi lo chiamavamo saturno per la sua forma bizzarra) fin dalla tenera età di dieci anni, anche quando giocavano a calcio o uscivano inquadrati per la passeggiata quotidiana.

Un “Grazie!” al cinema

     E mi sono sentito in dovere di guardarmi allo specchio con gli occhi di chi non conosce le mie abitudini per sperimentare che cosa prova uno che vede i miei comportamenti. Ringrazio il mio interesse per il cinema che è stato per me questo specchio rivelatore di come una persona “normale” percepisce il nostro modo di pregare e di celebrare la messa, per fermarmi solo a questo aspetto. Ho capito quanto fastidio provochi nei non addetti ai lavori il rosario biascicato a velocità da Gran Premio di F1, o il tono melenso con cui si dicono le preghiere, o la voce nasale che si tira fuori quando si vuole dare solennità a quanto si dice oppure si vuole sottolineare il distacco dalla vita reale tuonando come un oratore del ‘600. Come se non esistessero già da qualche anno i radiomicrofoni.
     Senza parlare dei segni di croce non solo dei giocatori di calcio quando entrano o escono dal campo ma soprattutto di quelli con cui, dai semplici preti fino al papa, si benedicono persone o cose. Che si tatti di un segno che rappresenta una croce bisogna leggerlo nei testi che ne parlano o lo si deve dare per scontato. In realtà viene percepito come un gesto che ricorda più che altro quello che tutti compiamo quando, infastiditi, cerchiamo di liberarci dalle mosche. Il cinema ha semplicemente esasperato questi gesti accentuandone il lato caricaturale. A me da fastidio vederli perché a volte sono dovuti a disprezzo verso la religione, ma purtroppo devo riconoscere che spesso corrispondono a quanto realmente si fa nelle nostre assemblee.

     Tutto questo ha finito per avvolgere la messa in quell’alone di “mistero” che non corrisponde certo a quello che dichiariamo stancamente “mistero della fede” ma semplicemente dimostra la non conoscenza di quello che stiamo facendo. E le cose non cambiano se al posto dello Stato maggiore dell’esercito sull’attenti allo squillo della tromba si sostituisce un milione di giovani abituati a vivere i loro incontri in un clima non proprio rispondente a quello dell’Ultima Cena.
     Ci sono anche altri motivi per cui non voglio né musulmani, né atei, né libertini notoriamente tali, né autorità in divisa o senza, né orchestre sinfoniche, né gruppi producenti suoni, né urlatori che si dimenano, né coreografie a cui mancano solo i fuochi pirotecnici, quando mi trovo con un gruppo di amici a ripetere parole e gesti di Gesù alimentando la mia vita con la sua.
     Ma è giusto limitare la presenza ai soli credenti? Non si dice che il sangue di Gesù è sparso “per tutti”? Non entro nella discussione ripresa anche recentemente sul significato da dare all’espressione “pro multis” del latino che corrisponde al testo originale greco. Ritengo corretta la traduzione “per tutti” ma questo si riferisce al valore universale della salvezza e non alla presenza fisica alla cena consumata da Gesù con gli apostoli.
     Come chiamare questa esperienza? Certamente, lo ribadisco, non si può chiamare “messa”. Cena del Signore Gesù? Sarebbe molto semplice e soprattutto vero. Intanto, in attesa che chi può decidere lo faccia presto e si corregga il vocabolario, teniamo le porte chiuse a chi non condivide la nostra fede o non sa nemmeno di che si tratti. Tenere le porte chiuse non significa “sbattere le porte in faccia” ma semplicemente, in modo educato e con carità, chiedere ad estranei di non violare la nostra privacy. A meno che non la riconosciamo come tale

sabato 3 settembre 2016

LETTERA APERTA

AL PRIORE DI BOSE & FOLLOWERS


Mi sono imposto di mantenere un silenzio rispettoso di fronte alla tragedia che ha travolto tante persone, convinto che a volte le parole possono essere inopportune. Ne ho avuto la dimostrazione vedendo i fiumi di commenti che si sono riversati dai giornali e dagli schermi televisivi. Le notizie e le immagini parlavano da sole ma si sono mescolate e a volte sono state sopraffatte da tanta retorica, poesia, polemiche, accuse, insinuazioni maligne, promesse.
Passati i primi giorni dal terremoto devastante, la vita sta riprendendo i suoi ritmi soliti. Mi è ritornato in mente un tema che avevo accantonato ma che mi sembra doveroso riproporre perché continua ad essere attuale. Lo spunto mi è stato offerto dalla conclusione della settimana liturgica nazionale svoltasi a Gubbio a metà di agosto, in particolare dall’intervento del priore di Bose, Enzo Bianchi.

L’ammirazione e la stima generale che io condivido, verso questo personaggio carismatico, mi hanno creato non poche difficoltà. Infatti non mi sono trovato in sintonia con alcune sue affermazioni riportate dall’articolo dell’Avvenire di venerdì 20 agosto a pag. 20. Sono frasi virgolettate e quindi, stando alle consuetudini della comunicazione giornalistica, dovrebbero corrispondere a quanto detto veramente.

La sindrome di “Don Chisciotte”
Mi sento in dovere di fare queste precisazioni perché mi rendo conto di muovermi su di un campo minato. Infatti il mio disaccordo non è solo nei confronti dell’illustre biblista ma anche contro la schiera numerosa dei suoi sostenitori a cui si aggiungono tanti altri che, indipendentemente dal riferimento al monaco carismatico, stanno sostenendo idee simili alle sue.
Forse sono stato infettato dal virus di Don Chisciotte, il cavaliere solitario, solo contro tutti. È un sentimento esaltante, anche se poi si tratta di avversari creati solo dalla sua fantasia. Nel nostro caso sono convinto che non è così, purtroppo, ma voglio precisarlo per ribadire che sono consapevole dei pericoli a cui vado incontro.
Ma cosa avrebbe detto di tanto sconvolgente il priore di Bose? Niente di straordinario, ha solo sottolineato con la solita forza quello che si vuole imporre come pensiero comune, religiosamente corretto. Di proprio forse ha aggiunto solo qualche “etichetta” per identificare quelli che sostengono idee diverse e così poterli isolare. Peccato che si sia lasciato prendere la mano (o la lingua), appioppando in modo indiscriminato agli oppositori qualità e attributi che non tutti condividono.

Copio e incollo dall’articolo di Avvenire. “Purtroppo molti tra gli uomini e le donne del nostro tempo sono tenuti lontano dal Signore proprio dalla pretesa giustizia dei credenti, dei ‘cristiani del campanile’, di quelli che vantano un’appartenenza alla Chiesa sentendosi già salvati, e sovente allontanano i peccatori, emarginano quelli che hanno un comportamento che contraddice la legge e li pone ‘fuori dal campo’”.
Ma quali cristiani frequenta il nostro priore? La domanda mi era già venuta in mente prima quando descriveva una Chiesa “nuovamente timida, paurosa e tentata dal rigore, con sguardi nostalgici verso i tempi passati, quelli della cristianità”. O anche quando presentava la giustizia contrapponendola alla misericordia con le parole della Bolla di indizione dell’anno giubilare: “una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori”.
Non posso certo ignorare i numerosi frequentatori del monastero in quel di Bose, esperienza che non ho avuto la fortuna di fare, ma l’immagine di Chiesa presentata non mi pare corrispondente alla realtà che conosco io. Non riesco a vedere nell’atteggiamento dei cristiani di oggi tutto questo desiderio di giustizia che sembra assillare non solo Bianchi. Piuttosto mi sembra prevalente l’indifferentismo che parte dalla pratica per trasformarsi in teoria che giustifica ogni comportamento scelto dal singolo.
      Una contrapposizione deleteria
Perché non lo si dice chiaramente? Perché si continua ad alimentare una polemica che non ha nessun fondamento biblico? Perché il biblista Enzo Bianchi non spiega che, come ci hanno dimostrato i nostri maestri al PIB di Roma (ha conosciuto p. Lyonnet?), Dio agisce con giustizia quando realizza i suoi progetti di salvezza? È evidente l’equivoco che nasce dall’uso del termine “giustizia” sia per indicare una “mera osservanza della legge” e sia per indicare l’azione di Dio che sarebbe meglio definire “fedeltà” alle sue promesse. Promesse che, ricordiamolo, non prevedono mai la soppressione della libertà dell’uomo con la responsabilità delle proprie scelte.
Perché si ironizza sui cristiani che riflettono sulle interpretazioni di comodo date da alcuni al documento Amoris laetitia definendoli “maestri esperti nell’inoculare il sospetto, il dubbio, la paura. Costoro temono che la misericordia diventi un ‘lasciar fare’, varco verso una superficialità che toglie la responsabilità, che finisca per favorire un cristianesimo debole”. Questi cristiani sarebbero infetti dal “virus del giusto incallito, del religioso che si crede salvo”, in altre parole sarebbero degli ipocriti.
E no, questo insulto frequente in certi ambienti contrari alla Chiesa non me lo sarei mai aspettato da un maestro di vita spirituale che lo rivolge tranquillamente a tutti quelli che non si adeguano al linguaggio ufficiale. Che vi sia ipocrisia in alcuni ambienti della nostra Chiesa è innegabile, ma forse non è la qualifica che caratterizza i semplici battezzati.
E così contestando le generalizzazioni ci sono cascato anch’io. Non tutti i pastori sono ipocriti, e lo riconosco con gioia. Però si riconosca anche che non tutti quelli che dissentono dalla linea ufficiale sono ‘cristiani del campanile’ che si sentono già salvati in quanto colpiti dal “virus del giusto incallito”.

Alcuni interventi dei profeti
Si dà il caso che qualcuno rifletta seriamente, ad esempio, sul versetto 17 del capitolo 23 di Geremia che accusa i profeti che “dicono a coloro che disprezzano la parola del Signore: Voi avrete la pace! E a quanti seguono la caparbietà del loro cuore dicono: Non vi coglierà la sventura”. In questo modo “danno mano ai malfattori, sì che nessuno si converte dalla sua malvagità” (23,14b). Geremia li esorta in nome di Dio: “Facciano udire le mie parole al mio popolo e li distolgano dalla loro condotta perversa e dalla malvagità delle loro azioni” (23,22b).
Chiedere che queste parole siano presentate chiaramente, senza equivoci, senza edulcorazioni, con la stessa insistenza con cui si parla della misericordia significa forse “inoculare il sospetto, il dubbio, la paura”? Sarà un caso, ma anche Geremia è stato accusato di scoraggiare i guerrieri e tutto il popolo con le sue parole (Geremia 38,4).
Nel libro di Isaia è descritta una situazione simile: “questo è un popolo ribelle, sono figli bugiardi, figli che non vogliono ascoltare la legge del Signore. Essi dicono ai veggenti: ‘Non abbiate visioni’ e ai profeti: ‘Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni! Scostatevi dalla retta via, uscite dal sentiero, toglieteci dalla vista il Santo di Israele’” (Isaia 30,9-11).
“Diteci cose piacevoli”: è sorprendente questa richiesta per la sua attualità in una società condizionata dai sondaggi di opinione, dal numero di ‘like’, dai dati forniti dall’Auditel che determinano l’offerta dei prodotti commerciali. Non c’è il pericolo che anche la verità venga proposta con le caratteristiche richieste dal “mercato dei desideri”? Siamo sicuri che sia impossibile il formarsi di una “oclocrazia intellettuale” fondata sul consenso manipolato da interessi economici piuttosto che su valori morali?
Il libro del profeta Michea, conosciuto principalmente per il riferimento a Betlemme come luogo della nascita del Messia, ha una pagina sconvolgente per la denuncia violenta dei legami tra interessi economici e annuncio della legge di Dio (capitoli 1-3). Il profeta accusa quelli che detengono il potere perché “sono avidi di campi e li usurpano, di case e se le prendono (2,2a), “da chi è senza mantello [esigono] una veste, dai passanti tranquilli un bottino di guerra” (2,8b), “Divorano la carne del mio popolo e gli strappano la pelle di dosso, ne rompono le ossa e lo fanno a pezzi come carne in una pentola, come lesso in una caldaia” (3,3),
Anche i profeti, pur non avendo potere politico, approfittano del prestigio di cui godono e “fanno traviare il mio popolo, […] annunciano la pace se hanno qualcosa tra i denti da mordere, ma a chi non mette loro niente in bocca dichiarano la guerra” (3,5). Ed ecco la sintesi conclusiva: “i suoi capi giudicano in vista dei regali, i suoi sacerdoti insegnano per lucro, i suoi profeti danno oracoli per denaro” (3,11).
Siamo sinceri: la tentazione di leggere queste accuse pesanti applicandole alla situazione presente è molto forte. Sembra il copione di certi dibattiti televisivi o la raccolta degli striscioni di protesta da una parte e dall’altra. Penso alla campagna orchestrata contro l’8 per mille in favore della Chiesa, alle esenzioni fiscali sui beni ecclesiastici, alle raccolte di fondi promosse da organizzazioni cattoliche, alle ristrutturazioni di case e appartamenti da parte del clero, allo sfarzo spettacolare di certe manifestazioni etichettate come sacre, e si potrebbe continuare.
Se un cristiano pensa che parlando solo di misericordia si corra il rischio di trasmettere un messaggio subliminale che giustifica i comportamenti denunciati dai profeti, quale etichetta si merita? È un conservatore? Un nostalgico? Un leguleio? O è un rivoluzionario? Un comunista? O che cos’altro? Savonarola o Giordano Bruno oppure un Rosmini? Un laudator temporis acti o un profeta dei nuovi tempi?
Se si condividono le denunce fatte dai profeti non c’è forse il pericolo di “dire cose piacevoli” assecondando le richieste di alcuni con l’illusione di proclamare la verità? Non è forse anche questa una forma subdola di oclocrazia contrapposta a quella “buonista”?
Mi accorgo che evidenziando la difficoltà di trovare un equilibrio tra le interpretazioni della situazione complessa in cui viviamo sono entrato nel numero dei “maestri esperti nell’inoculare il sospetto, il dubbio, la paura”, secondo l’etichetta confezionata a Bose.


… e veniamo al “qiqajon"
Vorrei concludere queste considerazioni con una provocazione che nelle mie intenzioni è scherzosa, un gioco di parole, niente più. Vorrebbe solo evidenziare come da un’etichetta si potrebbero trarre delle conclusioni assolutamente fuori dalla verità. Ci provo.
“Qiqajon” è il logo che sintetizza lo spirito e le attività della comunità monastica di Bose. La parola ebraica indica la pianta di ricino e ricorre nella conclusione del libro di Giona. Dal ricino si ottiene un prodotto ben noto e usato generosamente negli anni dell’EF per evacuare l’intestino degli oppositori del regime con la speranza di evacuare anche il loro cervello. La scelta del “Qiqajon” come proprio logo, può essere dunque intesa come un messaggio cifrato allusivo dell’ideologia politica che ispira le attività del gruppo con sede nel monastero, comoda copertura religiosa per nascondere progetti sovversivi.

Sono sicuro che non è così. È solo fantapolitica, su cui purtroppo sono stati costruiti non solo romanzi ma processi iniqui in un passato nemmeno tanto remoto. Ecco il pericolo derivante da etichette approssimative applicate con troppa facilità a realtà complesse che spesso non hanno nulla in comune con il ritratto che pretende di rappresentarle.
Certamente siamo tutti animati dallo stesso desiderio: cambiare in meglio questa società di cui siamo disgustati. Cerchiamo di farlo con un linguaggio comune che sia espressione di quella parresia che dovrebbe animarci tutti nel proclamare la verità tutta intera e non dimezzata.