MenuPagine

Benvenuti alla Scala dei Santi

EOLP - EuropeanOpenLearning Publisher
Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

martedì 7 febbraio 2017

IN CUCINA CON IL VANGELO




Anche senza fare una ricerca accurata, vengono in mente diversi momenti in cui Gesù dimostra di avere una certa familiarità con l’ambiente in cui si preparano i cibi e non soltanto con quelli in cui si consumano. I vangeli presentano Gesù come invitato a banchetti in varie occasioni. In un caso – le nozze a Cana – la sua partecipazione è attiva e determinante. Nei racconti della moltiplicazione dei pani e dei pesci è il personaggio centrale. La sua familiarità con il cibo si manifesta anche dopo la risurrezione quando chiede che gli venga offerto un boccone o quando accetta l’invito dei due discepoli a Emmaus. Addirittura il vangelo di Giovanni ce lo presenta come cuoco che accende il fuoco per una grigliata di pesci che offre agli apostoli sulle rive del lago di Genezaret. Non ha paura di ripetere l’accusa che gli facevano di essere un mangione e un beone. Soprattutto lega la sua presenza in mezzo ai discepoli ad una cena nella quale lui stesso è cibo e bevanda.


La sua esperienza tra i fornelli gli permette non di scrivere un ricettario di piatti prelibati, ma di ricavare degli insegnamenti preziosi riguardanti il comportamento da tenere verso il prossimo e verso Dio, secondo il metodo dei grandi maestri di sapienza. Così la cuoca che impasta la farina e aspetta paziente che sia lievitata diventa l’icona di chi lavora alla costruzione del regno di Dio (Matteo 13,33-35). La donna che mette a soqquadro la casa per cercare la moneta smarrita e festeggia il ritrovamento con le vicine è presentata come un modello da seguire nella ricerca di chi si è allontanato da Dio (Luca 15,8-10). La cucina è anche l’ambiente più probabile in cui si accende la lampada e soprattutto si controlla se il sale può ancora essere usato per insaporire i cibi (Matteo 5,13-16). E proprio da questo Gesù trae lo spunto per delineare il ritratto dei suoi discepoli che devono essere luce e sale.

Nel mondo antico non ci si preoccupava che il sale facesse salire la pressione del sangue e si teneva conto solo del sapore che dava ai cibi e delle altre qualità positive che lo rendevano un elemento fondamentale e indispensabile per la vita. Lo sapeva bene l’autore del libro di Giobbe che considera la mancanza di sale sul cibo una delle sofferenze più insopportabili toccate al protagonista della vicenda narrata. “Si mangia forse un cibo insipido, senza sale? Che gusto c’è nel liquido del latte cagliato? Quello che mi dava il voltastomaco è diventato il mio pane” (Giobbe 6,6-7). L’identificazione degli alimenti ripugnanti non è facile, ma la mancanza di sale è espressa chiaramente e trova il consenso di tutti i traduttori.

È alla luce di queste caratteristiche del sale che si capisce a fondo l’insegnamento che ne ricava Gesù. Come il sale rende gradevoli i cibi così i discepoli devono comunicare agli uomini il gusto della vita vissuta secondo il volere di Dio. Ma non possono trasmettere nulla agli altri se non lo hanno in sé, perché fa parte della loro natura. I discepoli devono vivere con gioia per poter essere testimoni credibili. Se vivono un’esistenza scialba, insipida, senza ideali ed entusiasmi non possono comunicare nulla, diventano ingombranti e meritano di finire tra i rifiuti.



Se c’è un black out e rinunciamo al sale…

Tra le caratteristiche dei discepoli Gesù mette per prima la luce. È una parola che ricorre centinaia di volte in tutta la Bibbia e spesso viene usata in senso figurato per indicare la realtà in opposizione alle tenebre che impediscono di vedere le cose come sono. L’evangelista Giovanni nel prologo del suo vangelo identifica il Verbo di Dio con la luce (Giovanni 1,4-9) e poi con Gesù e con il suo insegnamento: “Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»” (8,12). I discepoli non possono emettere una luce propria ma solo quella che hanno ricevuto dal loro Maestro (Matteo 5,13).


Il legame tra luce e sale rende i due termini inseparabili e interdipendenti. Ci sono molte proposte offerte all’uomo per la valorizzazione e il godimento della vita, ma solo quella testimoniata dai discepoli è quella autentica che può realizzare le attese più profonde. A patto che abbia come contenuto la verità realizzata in Gesù.

Il carpentiere di Nazareth ha dimostrato di conoscere bene anche quanto avviene in cucina e di apprezzare e gustare i cibi saporiti. Ma il suo insegnamento non riguarda la gastronomia bensì la vita intera sulla quale proietta la luce che permette di vedere le cose nelle loro forme effettive. E non vuole essere da solo in questa impresa, cerca dei testimonial convinti della bontà del suo progetto e capaci di presentarlo in modo convincente ai loro contemporanei.

L’invito è allettante e provocatorio allo stesso tempo. Da una parte offre la possibilità di entrare in un’impresa grandiosa a dimensione mondiale e dall’altra pone la domanda sulla scarsa incisività della proposta nel mondo moderno. Siamo sinceri: al di là di certi criteri di valutazione basati su statistiche puramente numeriche (leggi: numero dei battezzati, anche questo comunque in calo), si deve costatare un distacco crescente dei comportamenti personali dai valori contenuti nel vangelo a cui sono preferite altre proposte di vita. Le letture trionfalistiche del passato hanno fatto il loro tempo anche se affiorano ancora in qualche occasione.

La luce che Cristo ha acceso non può manifestarsi solo con qualche flash abbagliante ma deve illuminare la vita quotidiana mettendo in evidenza gli aspetti che la rendono appetibile e gustosa e rendendo visibili gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione. Sono convinto che molti cristiani vivono la loro esperienza guidati da queste convinzioni. Senza stabilire confronti impossibili, forse sono anche in numero maggiore che nel passato, ma ho l’impressione che oggi ci manchi la capacità e forse anche la voglia, di incidere sulla società.

Non mancano certo, gli interventi ufficiali delle guide autorizzate. Ma non sono i documenti né tantomeno le leggi imposte a cambiare la vita. Se manca la convinzione profonda, se non si prova il gusto e il sapore di un’esperienza vissuta in modo positivo non servono a nulla le “gride” di manzoniana memoria. Non si è mai scritto tanto sulla gioia derivante dal vangelo. In pratica poi spesso si è concretizzata in scopiazzature mal riuscite di balli da discoteca o da riunioni dove si sprecano i larghi sorrisi e i convenevoli da salotto chic.

Ringraziando Dio, forse è finita l’era infausta dei flagellanti e dei penitenti cosparsi di cenere per commuovere una divinità più simile a Moloch che al Padre presentato da Gesù. Forse però non siamo ancora riusciti a trovare il modo corretto di essere “la luce del mondo e il sale della terra” perché diamo ancora troppa importanza al tarlo che continua a suggerire al nostro cervello che non è possibile o che è troppo difficile essere luce e che il sale danneggia la salute.

Ma se l’ha detto il carpentiere di Nazareth che sapeva il fatto suo anche in cucina, vale la pena di provarci. Non avrà ragione Lui?







venerdì 3 febbraio 2017

COME È LA “VOCE DI DIO”?

         È diventata un’abitudine diffusa usare parole ebraiche per indicare dei termini ritenuti importanti nel linguaggio biblico e forse anche per dare un certo tono culturale a quanto si scrive. Capita sempre più spesso di imbattersi non solo con l’abusato shalom (pace) ma anche con ruach (vento, spirito), chesed (misericordia), rachamim (viscere, amore). Io stesso cedo a questa moda che presenta anche aspetti positivi almeno come stimolo alla curiosità del lettore. Una di queste parole con funzione di specchietto per attirare l’attenzione è qol che già nella scrittura presenta un’anomalia per la lingua italiana, con quella “q” iniziale a cui non siamo abituati. Chi usa questa parola le dà il significato di “voce” che, nella lingua italiana, indica “il suono articolato dall'essere umano tramite le corde vocali parlando, ridendo, cantando, piangendo o urlando” secondo la definizione che ne dà Wikipedia. Non c’è niente di strano se un italiano leggendo nella Bibbia l’espressione frequente “la voce di Dio” le dà il significato che trova nei dizionari e nell’uso comune. Se poi il nostro lettore ha visto qualche film “biblico” in chiave hollywoodiana è autorizzato ad immaginare Dio che parla con voce roboante seguita da un’eco interminabile.

Una parola dai cento significati
Però se cerchiamo la parola qol in un vocabolario ebraico troveremo che il primo significato elencato è “rumore, strepito, fragore, chiasso, suono” con rimandi ai testi biblici dove il termine in questione è usato con questa accezione. Il libro del profeta Ezechiele usa il termine con una certa frequenza in questi diversi significati. Così in 1,24 sembra che ci sia un concentrato dei vari significati che mettono in imbarazzo i traduttori costretti a trovare sinonimi adatti ai vari soggetti rumorosi. Il termine qol è ripetuto cinque volte più una sesta all’inizio del verso seguente, ma i traduttori italiani si sentono in dovere di precisare che si tratta di “rombodelle ali” simile al “rumore delle cascate, al tuono dell’Onnipotente, al fragore di una tempesta e al tumulto di un accampamento”, cinque parole che non hanno niente in comune con la definizione di “voce” offerta dai dizionari italiani. Sempre la stessa parola in 26,10 indica lo “strepito dei cavalieri” mentre in 26,13 diventa il “suono delle cetre”.
Il “tuono dell’Onnipotente” (qol Shadday) di Ezechiele 1,24 diventa “tuono di YHWH” (qol YHWH) nel Salmo 29 che lo ripete per sette volte nella descrizione di una violenta tempesta che si è formata sul Mediterraneo per abbattersi sulla costa occidentale, sul Libano e infine sul deserto siriano. Ma oltre allo sconquasso di una bufera qol può indicare anche il leggero “fruscìo” di una foglia che cade (Levitico26,36). In senso figurato non richiede nemmeno qualche suono sensibile: la voce del sangue di Abele grida a YHWH dal suolo (Genesi4,10). Il Salmo 19 afferma che tutte le creature proclamano la gloria di Dio semplicemente con la propria esistenza senza bisogno di far sentire la loro voce (Salmo 19,4-5).
Con la “voce delle colombe” (Nahum 2,8) ci avviciniamo alla definizione dei dizionari italiani che parlano di “organo della fonazione” fondamentalmente comune a uomini e animali. Riferendosi a colombe il profeta Nahum non pensava certo a uccelli parlanti ma soltanto al verso emesso che viene interpretato come un lamento. Per l’autore del libro di Giobbe il suono del flauto richiama “la voce di chi piange” (Giobbe 30,31), già espressiva da sola senza bisogno di parole.
Quando la voce è quella dell’uomo, normalmente si presuppone che venga usata per esprimere i pensieri o i sentimenti. Se chi prega dice: “innalzo la mia voce a YHWH” (Salmo 3,5) ci fa pensare ad una preghiera recitata ad alta voce, non certo ad un grido disarticolato. È l’uso normale della voce nei dialoghi tra uomini e nella preghiera a Dio. Non c’è da meravigliarsi se nella cultura ebraica si attribuisce a Dio una voce per comunicare con gli uomini, rispondendo alle loro preghiere o indicando come si devono comportare. Il linguaggio della Bibbia ricorre continuamente ad antropomorfismi attribuendo a Dio un volto, occhi, orecchie, braccia, mani come anche sentimenti e comportamenti tipicamente umani, pur rifiutando decisamente qualsiasi rappresentazione della divinità sotto forma di statue o disegni. Non si vede un motivo per considerare la voce un’eccezione a questo schema rigido.

Il tuono e il Decalogo
Eppure si sono sempre letti i testi che usano l’espressione “voce di Dio” come se riferissero un fenomeno uditivo sensibile, anche se riservato solo a pochi privilegiati. Non si è tenuto conto di una caratteristica tipica della letteratura ebraica: il gusto e la capacità di raccontare. Tutta la Bibbia (ricordo: anche il Nuovo Testamento!) è un grande racconto reso vivo non solo da descrizioni accurate ma soprattutto dai dialoghi tra i protagonisti. YHWH, il protagonista assoluto di tutte le vicende narrate, poteva starsene in silenzio nel suo palazzo nei cieli? Era semplicemente impensabile. YHWH parla, fa sentire la sua voce in tanti modi anche quando il suo popolo ha paura di sentirlo e scarica su Mosè il rischio di un dialogo tanto impegnativo.
Il testo è esplicito nel descrivere la scena grandiosa riportata nel libro dell’Esodo al capitolo 19: “… vi furono tuoni (qolot voci) e fulmini, una nube densa sul monte e un suono (qol) fortissimo del corno… il suono (qol) del corno diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con un tuono (qol)” (Esodo 19,16.19). Il racconto si conclude nel capitolo seguente: “Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, e il suono del corno… il popolo ebbe paura e dissero a Mosè: ‘Parla tu con noi, ma non parli con noi Dio altrimenti moriremo’” (Esodo20,18-19).
Il pio desiderio di dare importanza alle “dieci parole” (i dieci comandamenti) ha trasformato i tuoni in suoni articolati come parole inducendo il lettore ad interpretare il racconto nel modo diventato tradizionale e ufficiale, tanto che uno studioso ha potuto scrivere: “… la Bibbia stessa presenta un caso – unico nel suo interno – di ‘scrittura divina’. Il libro dell’Esodo racconta che nell’esperienza del Sinai il popolo udì direttamente le parole del Decalogo pronunciate da Dio dal monte (cf. Es 20,1-21; Dt 5,1-22)”. L’affermazione viene ribadita nelle righe seguenti che insistono sull’assenza di ogni mediazione umana perfino nella scrittura delle “dieci parole”. Ma il testo di Esodo 20,18 come si è visto, dice che il popolo “percepiva i tuoni, i lampi e il suono del corno” ed esclude che li interpretasse come parole.
Attribuire alla Bibbia quello che non dice, significa renderle un pessimo servizio, anche se lo si fa in buona fede e con le migliori intenzioni. La pagina dell’Esodo su cui ci siamo fermati è composta con una forza espressiva straordinaria, assemblando in modo mirabile tradizioni diverse con lo scopo di mettere al centro dell’attenzione il tesoro più prezioso conservato dal popolo di Israele. L’autore di questo racconto ha raggiunto il suo scopo ma solo se lo leggiamo per quello che è effettivamente, senza darne interpretazioni di comodo.
In un post pubblicato nel 2011 e ripresentato a maggio dello scorso anno dal titolo “Dio parla nella Bibbia. Come?” presentavo i tre modi fondamentali con cui sono riferite le parole di Dio: nella Torah sotto forma di leggi, nei libri profetici come rivelazione personale ma indirizzate al popolo, nei libri sapienziali come frutto di riflessione sulle esperienze della vita. In ogni caso, le “parole di Dio” sono pronunciate o dal legislatore-narratore o dal profeta (che può anche annunciare il falso!) o dal maestro di sapienza. La Bibbia è ben lontana da certe letture infantili assetate di magia e di miracolistico che sono state fatte in passato e che perdurano ancora in certi ambienti.

sabato 28 gennaio 2017

MA LA BIBBIA È UN’ALTRA COSA


ADDIO ALLE RELIGIONI? 


Non è la prima volta che leggo dei necrologi che annunciano la scomparsa delle religioni, finalmente smascherate nelle loro mistificazioni grazie a nuovi principi ideologici dettati dalla ragione. L’ultimo in ordine di tempo mi è capitato sott’occhio qualche giorno fa, pubblicato su di un quotidiano on line locale, a firma di un rappresentante di un “Comitato per la Spiritualità Laica”. L’accusa che viene rivolta alle religioni è di predicare e praticare la divisione tra gli esseri umani, in nome di ideologie contrapposte come se fossero dogmi indiscutibili.

      Con mia sorpresa, tra gli intransigenti sono elencati anche certi «”puri” razionalisti atei», giudizio che mi trova pienamente consenziente. L’autore afferma di intervenire “bonariamente” proprio per evitare l’accusa di integralismo che rivolge alle diverse religioni. Tra queste elenca anche «i nazisti, i comunisti, i flippatisti… e tutti quelli che spaccano l’umanità in nome di un “nome”».
Come spesso accade, alla proclamazione dei principi non segue la loro applicazione nella pratica. Così l’atteggiamento bonario e tollerante lascia il posto fin dall’inizio a giudizi drastici come quello che apre il “pezzo”. «Le religioni tradizionali sono ormai una zavorra inutile, eppure talvolta occorre analizzarle per lo meno allo scopo di ridimensionarle a quel che realmente sono: favole necessarie all'infanzia!».

Il nostro amico non nomina esplicitamente la Bibbia ma si riferisce diverse volte a cattolici, ortodossi, protestanti ed ebrei. Non è un mistero che tutti questi in un modo o in un altro fondano la loro fede sulla Bibbia. Da qui trarrebbero le “favole necessarie all'infanzia” che rendono le religioni che ne derivano “una zavorra inutile”. Interessante anche quell’”ormai” che sembra suggerire un “Requiem” definitivo, recitato “bonariamente” dall’ultimo ritrovato della ragione.  

Vorrei intervenire “bonariamente” anch’io, chiedendo al nostro amico se per caso non gli è mai capitato di leggere qualche pagina della Bibbia non destinata proprio all’infanzia. Non pubblico l’elenco di passi scabrosi per non suscitare curiosità malsane in qualche lettore. Ma anche senza ricorrere a qualche caso estremo è risaputo che tutti i popoli antichi non si preoccupavano minimamente di produrre una letteratura mirata all’infanzia. Gli ebrei non facevano eccezione. È ugualmente fuori posto pensare che gli adulti di quei tempi lontani fossero dei bambinoni ingenui e creduloni. Avevano gusti diversi dai nostri, comunicavano non soltanto con lingue diverse dalle nostre ma con espressioni originate dal loro modo di vivere, che non è il nostro dominato dalla tecnologia.

Ignorare queste caratteristiche del mondo antico significa precludersi la possibilità di capire un universo culturale ricchissimo che avrebbe molto da insegnare alla nostra generazione proprio sul tema dell’unità del genere umano che sta tanto a cuore al nostro amico. Certamente non va tutto in quella direzione, c’erano divisioni, odi, rivalità, soprusi, guerre, devastazioni e si potrebbe continuare con i comportamenti negativi descritti anche con compiacimento e attribuiti ad ordini ricevuti dalle rispettive divinità. Ma non era “letteratura per l’infanzia”. Soprattutto era molto ben bilanciata da riflessioni e insegnamenti che miravano a superare ogni divisione con riferimento, guarda caso, proprio ad una fede religiosa.

Non conosco bene altri testi antichi al di fuori di quelli contenuti nella Bibbia. Di questa mi limito a ricordare solo qualche brano in cui si prospetta quella che gli studiosi chiamano “era messianica” descritta come una pace e benessere universale, una condizione di vita che soddisfa tutte le aspettative di felicità che l’uomo può desiderare. E tutto questo è presentato come volontà esplicita di Dio, contrastata dall’egoismo dell’uomo che crea le divisioni.

Che cosa sta scritto davvero nella Bibbia?

Propongo solo qualche testo fra i tanti che descrivono questa situazione desiderata. Nel libro di Isaia, dopo la minaccia di stragi e devastazioni si prospetta un cambiamento dovuto all’intervento di Dio: “Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Isaia 2,4). Poco più avanti nello stesso libro si legge la descrizione di un mondo ideale (11,6-9a) reso possibile “perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare” (11,9b).


Un altro profeta annuncia un futuro in cui il popolo vivrà nell’abbondanza di prodotti della terra e manifesterà la propria gioia di vivere con canti e danze (Geremia31,10-14). Nel libro di Michea si legge un’affermazione sorprendente per l’apertura verso culture e religioni diverse da quelle del popolo ebraico. Dopo aver ripetuto le promesse che abbiamo visto in Isaia, Michea descrive una scena che traspira pace, serenità e gioia di vivere con le cose semplici offerte dalla natura. “Sederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà, poiché la bocca di YHWH degli eserciti ha parlato. Tutti gli altri popoli camminino pure ognuno nel nome del suo dio, noi cammineremo nel nome di YHWH nostro Dio, in eterno e per sempre” (Michea4,4-5).

Non intendo scrivere un trattato su come è presentato il tema della pace nella Bibbia. Penso che le poche citazioni fatte possano rassicurare il nostro amico che, almeno la religione fondata sulla Bibbia, è contraria alla violenza sia privata che pubblica mentre è assolutamente favorevole ad ogni iniziativa che porti alla pace e alla felicità di tutti e non di pochi privilegiati.

Che poi nella storia ebrei e cristiani si siano comportati e continuino a comportarsi in modo diverso è un altro problema che certamente non si risolve buttando a mare un testo che sostiene l’ideale della pace. Sembra invece che il nostro amico sia impaziente di liberarsi di quella che continua a definire “zavorra inutile” visto che ci ritorna su con un altro articolo che conclude con le stesse parole con cui aveva aperto il precedente. Anche in questo si nota una mancanza di informazione sugli argomenti trattati. Non è vero che l’insegnamento della religione sia mantenuto per dare uno stipendio ai preti. La maggioranza di chi insegna religione nelle scuole è formata da laici.

Discutiamo pure “bonariamente” su tutto, ma, per favore, conoscendo la materia della discussione. Diversamente si perde tempo e soprattutto si alimenta quella contrapposizione che si vorrebbe eliminare. E per farlo si sceglie il metodo più spiccio: eliminare l’avversario.

Se ben ricordo, era il metodo usato da un certo Hitler, come ci è stato illustrato nella “Giornata della memoria”.

sabato 14 gennaio 2017

PREGHIERA DEI MORTI O DEI VIVI?

IL  DE PROFUNDIS

        Nella tradizione popolare cattolica c’è una preghiera associata al ricordo dei morti in modo così stretto da sembrare composta proprio in vista di funerali o in occasione di lutti. Forse è superata in popolarità solo dal Requiem aeternam, conosciuto ormai come L’eterno riposoche ha avuto la meglio grazie alla sua brevità e semplicità. La preghiera concorrente è il De profundis che continua ad essere indicato con il titolo latino. Non tutti sanno che il testo del Requiem aeternam è tratto da un libro apocrifo del III secolo dal titolo Apocalisse di Esdra mentre il De profundisnon è altro che il Salmo 130 della Bibbia ebraica. Informazioni di questo genere possono sembrare di nessun interesse per chi affida a Dio i propri cari con la speranza di assicurare ad essi la felicità eterna. Eppure, anche queste notizie ci aiutano a capire meglio il senso delle preghiere che recitiamo, spesso in modo meccanico senza renderci conto di quanto chiediamo al Signore.

Del De profundis ho un ricordo nitidissimo, anche se il fatto risale a 67 anni fa. Avevo iniziato l’anno di noviziato e avevo incominciato a recitare il Breviario come i sacerdoti. Arrivati a Natale mi trovai di fronte al Salmo 130 con mia grande sorpresa. Non capivo perché in quel giorno di festa per la nascita di Gesù si dovesse recitare la preghiera per i morti. Mi sembrava un controsenso. Cercavo di darmene una ragione leggendo i commenti al salmo che però davano tutti la stessa interpretazione: rappresentava la preghiera che i defunti dal profondo del purgatorio rivolgevano a Dio chiedendo il perdono dei propri peccati così da poter essere ammessi in paradiso.
Tutto filava liscio: l’anima “purgante” che grida verso il Signore, il desiderio ardente di incontrarlo, l’impazienza delle sentinelle (ma da dove saltavano fuori?) che rappresentava l’ansia dell’anima desiderosa di essere liberata dalle pene del purgatorio. Tutti i particolari erano coerenti e si incastravano uno nell’altro come le tessere di un puzzle. Ma il disegno ricostruito non dava una risposta alla domanda che mi ero posta: che c’entrava con Gesù bambino? Col passare degli anni si fece sempre più insistente un’altra domanda, molto più impegnativa: che c’entrava con la Bibbia, in particolare con l’Antico Testamento ebraico?

“I morti non lodano il Signore”
Il libro di Isaia (38,10-20) riporta la preghiera del re Ezechia gravemente ammalato, che chiede a Dio di non farlo morire perché “non ti lodano gli inferi, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà. Il vivente, il vivente ti rende grazie come io faccio quest’oggi” (Isaia 38,18-19a). Nel libro di Giobbe ritorna insistente l’affermazione che i morti sono esclusi da qualsiasi dialogo non solo con i vivi ma anche con Dio. È il grido disperato di chi sta per morire e si rivolge a Dio: “Ben presto giacerò nella polvere, mi cercherai, ma più non sarò!” (Giobbe 7,21). Questa convinzione porta l’autore del libro intitolato Qohèlet all’amara riflessione: “I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito” (Qohèlet 9,5-6a). Lo stesso sentimento anima la preghiera conservata in alcuni Salmi: “Quale vantaggio dalla mia morte, dalla mia discesa nella tomba? Ti potrà forse lodare la polvere e proclamare la tua fedeltà?” (Salmo 30,10; cfr. Salmo 6,6; 88,11-13; 115,17-18).

Soltanto nei libri più recenti, giunti a noi in lingua greca e che noi consideriamo parte dell’Antico Testamento (i cosiddetti Deuterocanonici) si affaccia la prospettiva di un rapporto personale dei morti con Dio che assume la forma di un rendiconto dal quale l’uomo risulta debitore. Particolarmente significativo in questo senso è il racconto riportato nel secondo libro dei Maccabei dove troviamo l’idea dell’offerta di un sacrificio di espiazione per i peccati commessi da coloro che erano caduti in battaglia contro i nemici del popolo di Dio (2 Maccabei 12,38-45). Il De profundis esprimeva la stessa esigenza, ma la sua composizione era ritenuta da tutti i commentatori precedente all’epoca dei Maccabei. Il disegno ricostruito con i diversi pezzi del puzzle risultava anacronistico. Doveva esserci un altro quadro all’origine del Salmo 130 e forse sarebbe stato possibile scoprirlo guardando i singoli elementi “senza pregiudizi”, come si dovrebbe fare sempre quando si legge la Bibbia (ma non solo la Bibbia!).

Ricostruiamo il puzzle
       Ho incominciato dal titolo: Shir hamma’alot, Canto delle salite. Lo stesso titolo viene dato ai Salmi da 120 al 134 e comunemente si pensa che fossero canti che accompagnavano i pellegrini che si recavano a Gerusalemme secondo le prescrizioni della legge. Si possono individuare con buone probabilità anche vari momenti del viaggio, dell’arrivo in vista della città, di che cosa avveniva nei giorni di permanenza a Gerusalemme fino all’inizio del ritorno. L’appartenenza al gruppo dei Salmi di pellegrinaggio permette di stabilire che al termine della “salita” c’è una località ben conosciuta, Gerusalemme (e non il paradiso ipotizzato dalla preghiera dei morti!).
        De profundis. È la prima parola del Salmo, che corrisponde ad un termine ebraico usato raramente in questa forma precisa, ma abbastanza frequente in parole derivate da una radice che significa “profondità” di ogni tipo. In ebraico la parola è ma’amaqim e negli altri casi al di fuori del nostro Salmo indica sempre gli abissi marini. Penso che sia difficile che chi ha usato questa parola stando nei pressi di Gerusalemme si riferisse agli abissi del Mediterraneo, quando si trovava in altre “profondità” dalle quali doveva compiere l’ultima “salita” del suo pellegrinaggio.
        Forse qualcuno lo troverà poco poetico, ma è molto più realistico immaginare il pellegrino giunto in vista della meta, che vede davanti a sé l’ultimo tratto di strada in salita e pensa alla fatica che deve ancora affrontare dopo il lungo viaggio. Quelle poche centinaia di metri dovevano sembrare interminabili a chi aveva nelle gambe un bel po’ di chilometri. Chi è stato a Gerusalemme può immaginare anche un luogo preciso da cui anche oggi si può provare la stessa sensazione. Non si tratta certo del Monte degli ulivi, da cui si ammira la città dall’alto, bensì dalla parte meridionale dove confluiscono la valle del Cedron e quella della Geenna. Due “profondità” che si assommano nell’animo del pellegrino stanco e lo inducono ad usare un termine decisamente esagerato: “dal profondo dell’abisso” (v. 1).
Ti ho chiamato, YHWH! Niente di più naturale del grido di gioia per aver raggiunto la meta che non era tanto una città quanto il Dio che vi abitava. Chiamarlo per nome era come dirgli: Sono arrivato! “Ascoltami, presta attenzione alle mie suppliche” (v. 2).
Ma a questo punto il tono cambia bruscamente. Il pellegrino passa dalla gioia dell’incontro che aveva immaginato alla dura realtà di non essere ricevuto dal suo Dio e si chiede: Che cosa ho fatto di male? Dobbiamo cercare di capire il perché di questa nuova situazione. Il Salmo non lo dice chiaramente ma offre indizi preziosi per dare una risposta che rimane sempre ipotetica ma ben fondata sulle abitudini del tempo che ci sono note.
Per prima cosa il Salmo ci informa che siamo di notte. Lo deduciamo dal fatto che le sentinelle aspettano il mattino. Siamo dunque all’ultimo turno di guardia, cioè precisamente dalle tre alle sei. Il pellegrino vede le sentinelle, quindi si trova all’esterno delle mura viste “dal profondo delle valli”. Ma perché il pellegrino si trova lì a quell’ora della notte? Evidentemente perché non ha potuto entrare in città. Sappiamo che alla sera le porte che davano accesso alle città venivano chiuse e la sorveglianza per impedire l’ingresso di persone non gradite si spostava dalle porte alla parte superiore delle mura di difesa che era percorribile grazie ad un camminamento.

La preghiera dei ritardatari
Il nostro pellegrino, giunto in tarda serata, ha trovato le porte della città già chiuse e interpreta questo fatto come se il suo Dio gli avesse sbattuto la porta in faccia perché non lo voleva ricevere. E si chiede il perché di quel rifiuto. La risposta era ovvia: si trattava di una punizione divina per qualche offesa che aveva recato al suo Dio, anche se inconsapevolmente: “Se consideri le colpe, YAH, Signore, chi potrà sussistere?”(v. 3). Al verbo “considerare” corrisponde in ebraico un verbo che troviamo anche al v. 6 nella forma del participio presente: shomerimsentinelle, e quindi si potrebbe tradurre “se tu farai la guardia alle nostre colpe”, cioè se le custodisci gelosamente perché non ne manchi nemmeno una al rendiconto, “chi potrà stare in piedi?” secondo il senso originale del verbo usato ya’amod che si oppone all’atteggiamento imposto agli sconfitti che dovevano prostrarsi con la fronte a terra ai piedi del vincitore.
(Dal Corriere della sera)

Ma il Dio a cui si rivolge il pellegrino è disposto a perdonare per far capire all’uomo quale sia l’atteggiamento giusto che deve tenere nei suoi confronti, non arroganza né servilismo, ma grande rispetto: “Infatti presso di te c’è il perdono perché vuoi essere rispettato” (v. 4). È questo il timore che altrove viene messo a fondamento di una vita serena (Proverbi1,7; Siracide 1,9-18).
Con questa convinzione il pellegrino può dire: “Attendo YHWH, lo attende la mia anima, perché spero nella sua parola” (v. 5). A questo punto l’attenzione viene attratta dal movimento delle sentinelle che vanno avanti e indietro per ispezionare il tratto delle mura affidato alla loro sorveglianza. Il pellegrino vede in quelle ombre inquiete che si stagliano sul cielo che incomincia a schiarirsi il desiderio impaziente che venga il mattino per poter riposare dopo la notte insonne e lo confronta con il proprio desiderio di incontrare finalmente il suo Dio: “L’anima mia desidera il Signore più che le sentinelle il mattino, le sentinelle il mattino” (v. 6).
Finora il pellegrino si era espresso sempre in prima persona. Ora si rende conto di essere in compagnia di altri con cui aveva compiuto il viaggio e si sente in dovere di coinvolgerli nella propria preghiera che si allarga fino ad abbracciare tutto il popolo: “Attenda Israele YHWH perché presso YHWH c’è la misericordia e con lui c’è una grande liberazione” (v. 7). Non si tratta qui di libertà dai nemici ma da tutto quello che aveva impedito al pellegrino di incontrare subito il proprio Dio e che aveva individuato nelle “colpe” (v. 3): “Ed egli libererà Israele da tutte le sue colpe” (v. 8).
Si conclude così un Salmo ambientato perfettamente in una situazione concreta vissuta dal protagonista con grande partecipazione emotiva e mosso da una profonda spiritualità. Il disegno che abbiamo ricostruito assemblando i diversi pezzi del puzzle risulta assolutamente coerente con il contesto biblico in cui è inserito e non richiede giustificazioni anacronistiche. Nulla vieta di pregare con le parole di questo Salmo in situazioni diverse da quella che lo ha ispirato. Lo possiamo fare purché non attribuiamo alla Bibbia affermazioni o insegnamenti che le sono estranei.
Concludo suggerendo di sentire come un musicista ebreo contemporaneo ha interpretato i primi quattro versetti del nostro Salmo. È una musica struggente che esprime in modo mirabile il desiderio di incontrare Dio nella propria vita che ogni credente dovrebbe sperimentare.
https://youtu.be/jlT8o1YMKwI

sabato 31 dicembre 2016

LA BIBBIA: USI ED ABUSI


LA BIBBIA E NOI

Come si sa, la Bibbia è una straordinaria raccolta di scritti che riportano le riflessioni sui diversi casi della vita fatte nei secoli passati da uomini appartenenti al popolo di Israele. Le esperienze commentate ricoprono le situazioni più frequenti, così che ogni lettore può trovare qualche caso che presenta forti analogie con quanto sta vivendo. Evidentemente saranno differenti le modalità di realizzazione tra l’episodio biblico e quanto vissuto dal lettore moderno, ma le motivazioni che hanno spinto i protagonisti biblici sono sempre le stesse che muovono l’uomo di ogni tempo.
      Ad esempio, il desiderio smodato della ricchezza con le conseguenze negative che produce è un tema ricorrente nella Bibbia. Le ricchezze ricercate avidamente potranno essere, a seconda dei casi, oggetti di metalli preziosi, possesso di terreni, palazzi, vestiti lussuosi, una vita agiata. L’uomo moderno può avere gli stessi desideri che però identifica in oggetti del tutto sconosciuti agli antichi. Oggi non desideriamo più soltanto la vigna del vicino ma estendiamo l’interesse al possesso di intere regioni. Oggi colleghiamo la felicità della ricchezza a ville miliardarie, allo yacht da crociera, ai conti in banca, agli abiti firmati, alle collezioni di opere d’arte, al controllo dei capitali di grandi imprese, tutte cose che in passato non esistevano se non in forme diverse.
Un lettore attento e responsabile non farà fatica a trovare nelle pagine della Bibbia personaggi, avvenimenti o suggerimenti per vivere sereni e tranquilli che sembrano corrispondere alle proprie aspettative quasi fossero una foto della realtà contemporanea. Penso che tutti abbiamo avuto questa sensazione leggendo certi racconti che sembrano ricavati dalla cronaca (spesso nera) dei nostri quotidiani. A seconda dei casi e dello stato d’animo del lettore, l’analogia tra narrazione biblica e avvenimenti recenti potrà suggerire reazioni differenti.

Riferirsi alla Bibbia con rispetto

Si può trovare una conferma della bontà delle proprie scelte oppure la condanna di comportamenti giudicati in modo severo dagli autori biblici. A volte una frase del testo biblico può sembrare una sintesi folgorante del proprio ideale di vita ed essere considerata come un programma che si vuole realizzare. Spesso si ricorre ai testi biblici in conferenze o in scritti anche non di carattere religioso per sostenere la validità delle proprie argomentazioni.
In linea di massima questi riferimenti alla Bibbia sono segno della considerazione in cui è tenuta nella nostra cultura, anche non dichiaratamente religiosa e quindi sono apprezzabili. Se un giovane sceglie una frase del vangelo per presentare agli amici l’annuncio della sua ordinazione sacerdotale non vuole certamente far credere che l’evangelista pensasse proprio a lui quando scriveva quelle parole dette da Gesù in un contesto diverso. La citazione del vangelo viene intesa da tutti come l’impegno che il nuovo sacerdote si assume nell’impostare la propria vita.
Così quando si accompagna l’annuncio della morte di una persona cara con una frase del vangelo si vuole solo esprimere la propria fede nella risurrezione e lo si fa con le parole che hanno sostenuto e alimentato la speranza del defunto e dei suoi familiari. A nessuno viene in mente di controllare la citazione per verificare se corrisponda o no al significato del testo originale.

Quando non si rispetta la Bibbia

Le cose cambiano quando si riportano frasi della Bibbia per sostenere le proprie idee e dimostrare la validità delle argomentazioni basandosi sull’autorità del testo considerato sacro. Si parte dal presupposto che la Bibbia è “Parola di Dio” e quindi deve esprimere sempre la verità. Perciò, se il testo biblico afferma le cose che dico io, il mio insegnamento o comunque le mie affermazioni sono vere e indiscutibili. Forse non lo si dice in modo così sfacciato, ma chi parla o scrive citando versetti biblici e i lettori o ascoltatori condividono questa convinzione di fondo.
In questi casi è necessario rispettare rigorosamente la corrispondenza non solo delle singole parole ma del significato globale delle frasi tra quello che si dice o scrive e quello che è scritto realmente nella Bibbia. Si corre il rischio di attribuire ai testi biblici affermazioni che sono solo frutto della fantasia di chi li riporta in modo non corretto. A volte si cade in questa trappola spinti dal desiderio di presentare solo gli aspetti belli e gradevoli di un testo che invece contiene anche elementi ostici ai nostri gusti e alla nostra sensibilità e che vanno comunque spiegati ma non eliminati.
Qualche volta si citano delle parole che si trovano effettivamente nella Bibbia ma non esprimono il suo insegnamento, sono nella Bibbia ma non della Bibbia. Un esempio per chiarire l’idea. In tre Salmi si trova l’affermazione: “Non c’è Dio” (Salmi 10,4; 14,1; 53,1). Materialmente sono parole che si trovano nel testo ma non dicono il pensiero del testo che infatti le attribuisce allo stolto. Ma un autore italiano contemporaneo ha scritto un intero libro per dimostrare che nell’Antico Testamento non si parla di Dio.
Dire che “Gesù bestemmiava” può risultare sorprendente e scandaloso per molti, eppure è scritto nel vangelo di Marco (14,64) che mette l’accusa sulla bocca del sommo sacerdote. Anche in questo caso le parole sono nel vangelo ma non corrispondono all’insegnamento del vangelo. E si potrebbe continuare ricordando altri casi di citazioni distorte, a volte intenzionalmente ma spesso per ignoranza. Il risultato è comunque lo stesso: attribuire alla Bibbia ciò che non dice ed esponendola a smentite che non la riguardano ma che fanno sorgere dei dubbi sulla sua credibilità.

Le citazioni bibliche “ad orecchio”

Il problema diventa più serio quando è la liturgia a trattare i testi biblici con una certa
disinvoltura, andando, per così dire, ad orecchio. Non dubito affatto delle buone intenzioni delle anime pie che hanno introdotto versetti biblici qua e là sotto forma di antifone varie senza prestare attenzione al senso che hanno nel contesto di origine. Bisogna anche riconoscere che spesso queste scelte sono favorite dalla bellezza e dalla poesia dei testi citati, per di più in latino che esercitava tutto il fascino della sua capacità espressiva. Aggiungiamo l’incanto di certe melodie gregoriane, e la ricetta ha tutti gli ingredienti per essere accolta con applausi.
Confesso che è difficile resistere alla suggestione del “Rorate coeli desuper et nubes pluant justum” con le strofe struggenti che vi sono state aggiunte per formare il canto tipico dell’Avvento. Pensate solo a quella cascata di note che porta fino al fondo dell’abisso e che descrive sonoramente le parole “et cecidimus”. L’abbinamento è perfetto e giustifica l’invocazione al Salvatore perché scenda dal cielo a portare tra gli uomini quella pace che non sono stati capaci di costruire. Non c’era preghiera più adatta al tempo dedicato all’attesa del Natale di Gesù. Infatti la liturgia cattolica assegna questa supplica accorata come antifona d’ingresso alla quarta domenica di Avvento.
Ma se ci chiediamo qual è il significato di quelle parole nel libro di Isaia da cui sono tratte, corriamo il rischio di perdere un po’ di poesia ma soprattutto di perdere fiducia nella Bibbia che nel testo citato (Isaia 45,8) non si riferisce affatto al messia futuro bensì, più prosasticamente, alla
pioggia. Il contesto del capitolo 45 è la rivendicazione che il profeta attribuisce al Dio di Israele, di essere l’unico ad aver fatto ogni cosa esistente e di poter guidare la storia a proprio piacimento. In particolare al v. 7 è detto chiaramente: “Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo”. Anche la pioggia che fa fiorire il deserto, obbedisce agli ordini di Dio. Come si vede la descrizione è coerente e non lascia spazio ad altre interpretazioni.
Forse la poesia di un altro testo ha giocato un brutto scherzo a chi ha scelto come antifona d’ingresso alla liturgia eucaristica della seconda domenica dopo Natale il testo del libro della Sapienza (18,14-15a). “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale…”. L’atmosfera densa di attesa creata dal versetto 14 si scioglie con l’introduzione del “logos” onnipotente che lascia il trono di Dio. Per un cristiano queste parole richiamano spontaneamente il mistero del Verbo di Dio che si fa carne, come è scritto nel prologo del vangelo di Giovanni. Tutto coincide alla lettera e quindi… Ma nel testo greco del libro della Sapienza il versetto continua definendo il “logos” “guerriero implacabile” che non scende pacificamente dal trono celeste per dimorare tra gli uomini, ma “si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio, portando, come spada affilata, il tuo decreto irrevocabile e, fermatasi, riempì tutto di morte; toccava il cielo e aveva i piedi sulla terra” (18,15b-16).
Questo dice il libro della Sapienza, che descrive con enfasi drammatica la morte dei primogeniti
egiziani e non si riferisce affatto al mistero del nostro Natale. È innegabile la tentazione di forzare il testo in prospettiva messianica ma è un risultato che si ottiene solo fermandosi a metà versetto e addolcendo il violento “si lanciò” con un innocuo “venne”. Purtroppo l’abitudine di mutilare i testi scegliendo solo quello che fa comodo si è diffusa a macchia d’olio e ha contaminato non solo la liturgia ma anche i testi di teologia e i documenti del magistero. È quello che mi piace chiamare “metodo dello spiedino” che infilza una dietro l’altra citazioni di mezzi versetti comunicando così una “mezza verità” e attribuendola alla Bibbia.

Sono tentato di abbandonare il riferimento allo spiedino per passare alla “raccolta differenziata”, perché con questo sistema si raccolgono soltanto gli scarti della Bibbia ma si perde una delle caratteristiche principali della Bibbia: la sua unità nella diversità.
 

martedì 20 dicembre 2016

“NON FIDATEVI DI PAROLE BUGIARDE” (Geremia 7,4)


… ANCHE SE LE TROVATE IN UN’ANTIFONA DEL BREVIARIO!
       Le parole del titolo sono tratte dal libro di Geremia e si riferiscono all’affermazione che definiva il tempio di Gerusalemme l’unico legittimo per tutto il regno di Giuda. Il profeta non contesta la verità dell’affermazione ma denuncia le conseguenze di comodo che ne venivano tratte da coloro che ne approfittavano a proprio vantaggio. In altre circostanze Geremia accusa coloro che per interesse smerciano come “parola di Dio” quelli che sono soltanto i loro sogni (cfr. 23,14-32).
 Il giudizio severo del profeta di Anatot si potrebbe applicare anche a coloro che citano le parole della Bibbia staccate dal loro contesto originale per adattarle a situazioni diverse e anche a quelli che introducono nel testo biblico elementi estranei o interpretazioni arbitrarie di particolari descrittivi. Questa abitudine è diventata frequente ed ha contaminato in qualche caso anche ambiti che dovrebbero essere esemplari nel modo di presentare l’insegnamento biblico, come la liturgia.

Da dove vengono i “Re Magi”?

Il pericolo maggiore di queste manipolazioni del testo biblico è quello di attribuire alla Bibbia affermazioni, giudizi, notizie, addirittura personaggi del tutto estranei o inesistenti. È il caso, consolidato da una lunga tradizione, dei Re Magi di cui si ricordano i nomi, il colore della pelle, il paese di provenienza, la stella cometa che li guida (anticipando i nostri “navigatori”!) e altri particolari che sanno molto di folclore natalizio ma che non hanno alcun riscontro o giustificazione nel testo evangelico. Questi “arricchimenti” di un racconto piuttosto scarno di particolari, sono belli, suggestivi e rispondenti al desiderio infantile di conoscere cose nascoste. Non c’è nulla di dissacrante, generalmente, in queste “invenzioni fantastiche” ma solo il desiderio di rendere più comprensibile un testo considerato oscuro.

La “mela” avvelenata

Un altro caso clamoroso di falsa interpretazione della Bibbia è la mitica “mela” identificata nel frutto proibito da Dio ad Adamo ed Eva. Il testo biblico non ne parla affatto in termini botanici ma è esplicito nei riferimenti ad un modo di esprimersi caratteristico di un ambiente che chiamiamo “sapienziale”. Si trattava di persone che volevano vivere felici e che erano convinte di aver trovato il segreto per riuscirci in un complesso di indicazioni concrete che chiamavano “Sapienza”.
La concretezza che li guidava aveva suggerito di paragonare questa realtà astratta ad un albero e gli insegnamenti ai frutti che produceva. Ma, sempre per la concretezza che li animava, sapevano dell’esistenza di piante che offrivano frutti velenosi. Ecco allora la necessità di mettere in guardia chi voleva vivere felice dal cibarsi di frutti che davano la morte e di nutrirsi solo di quelli che alimentavano la vita. Evidentemente non si trattava di prescrizioni di un dietologo ma di consigli dati da un amico convinto, per esperienza personale, che per vivere felici si deve seguire la strada indicata da Dio e non quella che ognuno voleva tracciare secondo i propri gusti.

L’inutile caccia al “Super Moby Dick”

Come non si doveva cercare “l’albero della conoscenza del bene e del male” nei trattati di botanica, così non si sarebbe dovuto consultare nessun testo di zoologia marina per trovare notizie sul grande cetaceo che, secondo il racconto biblico, avrebbe inghiottito il profeta Giona nel corso di una tempesta spaventosa. L’insolito boccone umano era stato così indigesto al mostro marino che aveva finito col vomitarlo vivo e vegeto dopo averlo tenuto nello stomaco per tre giorni e tre notti.

Tutto il libro che contiene questo racconto è pieno di particolari tanto inverosimili da suggerire almeno il sospetto che chi l’ha scritto volesse comunicare ai suoi lettori qualcosa di diverso da quella che poteva apparire come la cronaca fedele di un fatto realmente accaduto con le modalità descritte. Eppure, generazioni di studiosi hanno compiuto ricerche accurate per ritrovare i resti fossili del cetaceo avallando così, anche senza volerlo, l’idea che la Bibbia è falsa perché contiene dei racconti inventati per far addormentare i bambini irrequieti, come facevano i nostri nonni quando non c’era ancora la televisione.

La Bibbia è piena di bufale?

A questo punto è doveroso chiederci se non dobbiamo credere alla Bibbia o non piuttosto alle spiegazioni che ne danno quelli che la commentano? Se siamo scettici sui Re Magi e sulla stella che traccia la Road Map, è a causa delle falsità contenute nel vangelo o invece è a causa di particolari aggiunti per riempire dei vuoti narrativi con invenzioni di dubbia origine? E se la mela è diventata il simbolo dell’attività sessuale è a causa della Bibbia, che addirittura non la nomina, o di chi non l’ha capita? E se Giona ci fa pensare a Geppetto che si era costruito l’abitazione nel ventre della balena è a causa della Bibbia o invece è dovuto a chi ha letto il racconto in modo puerile?
Reazioni di questo tipo mi sono sempre venute in mente quando recitavo il Breviario nel tempo di Avvento. In quel periodo dell’anno liturgico ho sempre cercato di evitare la recita di una delle tre Ore canoniche. Chi conosce come è organizzata la preghiera a cui sono tenuti i sacerdoti e che oggi è usata anche da molti laici, forse avrà già capito il motivo della mia avversione all’ora incriminata, la prima, che però è chiamata Terza. La cosa può sembrare strana, ma è così ed ha anche una sua spiegazione (Le altre Ore sono: la seconda chiamata Sesta e la terza chiamata Nona. Se qualcuno mi chiederà il perché, sono pronto a spiegarlo).

L’Antifona incriminata

Nella Liturgia cattolica ogni salmo è preceduto da una frase che dovrebbe sintetizzare il significato della preghiera che segue e per questo viene chiamata Antifona, cioè “quella che sta davanti” anche se poi viene ripetuta alla fine. Nelle tre ore medie un’unica antifona precede i tre salmi e quindi dovrebbe suggerire lo stato d’animo con cui recitare la preghiera. Ebbene, all’ora Terza l’antifona afferma “I profeti l’avevano annunciato: il Salvatore nascerà dalla Vergine Maria”.
Non ci vuole molto a capire che si tratta di un’affermazione semplicemente falsa. Nessun profeta, in nessuna pagina della Bibbia ha mai detto quelle parole. Sono espressioni di qualche anima pia vissuta nei secoli passati che ha pensato bene di consolidare la fede dei cristiani presentando il mistero dell’incarnazione del Verbo come realizzazione di una promessa esplicita e dettagliata. Peccato che la promessa sia stata fatta in altri termini, con mille sfumature e che si sia realizzata in modo analogo e coerente sempre avvolta in quel mistero che caratterizza tutti gli interventi di Dio registrati nella Bibbia.
Quell’antifona non è solo uno scivolone innocuo dovuto ad una devozione malintesa ma dev’essere considerato un attentato alla verità che noi consideriamo una qualità essenziale della Bibbia. Attribuirle affermazioni di quella portata induce a considerarla inaffidabile e quindi a rifiutarla insieme alla fede che è nata da essa.
È sorprendente che uno svarione di questa portata sia stato accolto nella preghiera ufficiale della Chiesa. Però mi chiedo anche perché la mia reazione all’antifona in tutti questi anni si sia limitata ad evitare la recita dell’Ora Terza nel periodo di Avvento e non sia stata seguita da una denuncia pubblica. Forse è uno dei tanti peccati di omissione a cui ci siamo abituati per pigrizia, per trascuratezza o anche per la convinzione che nessuno ci bada e che comunque si tratti di proteste che non avranno mai un seguito. Il clima generale introdotto nella Chiesa cattolica (non soltanto!) da papa Francesco può aver influito nel comunicarmi più fiducia che avvenga presto la sostituzione di quelle “parole false” che sono un attentato alla verità della Bibbia. Chissà che prima della Parusia non abbia la soddisfazione di recitare l’Ora Terza in Avvento alle nove del mattino senza aspettare il mezzogiorno per recitare l’Ora Sesta!

mercoledì 14 dicembre 2016

LA BIBBIA NELLE MANI DI TUTTI


MA NON BASTA TENERLA IN MANO

«Nell'apprendere e professare la fede, abbraccia e ritieni soltanto quella che ora ti viene proposta dalla Chiesa ed è garantita da tutte le Scritture. Ma non tutti sono in grado di leggere le Scritture. Alcuni ne sono impediti da incapacità, altri da occupazioni varie. Ecco perché, ad impedire che l'anima riceva danno da questa ignoranza, tutto il dogma della nostra fede viene sintetizzato in poche frasi». Potrebbe sembrare un primo commento a caldo dell’intervista rilasciata da papa Francesco alla Civiltà Cattolica prima dello storico viaggio in Svezia in occasione dei 500 anni dall’inizio della riforma protestante. In realtà si tratta di un commento tratto dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo, vissuto verso la metà del 300. Non erano passati molti anni da quando l’imperatore Costantino aveva riconosciuto alla Chiesa il diritto ad esistere. Possiamo immaginare facilmente un clima di euforia tra i cristiani che si vedevano finalmente liberi di manifestare la loro fede e di accedere senza paura ai testi sacri sui quali era fondata.
      È sorprendente perciò la preoccupazione del vescovo Cirillo che riscontra la difficoltà dei cristiani ad accostarsi alla Bibbia. Sono due le cause indicate dal vescovo: scarsa preparazione culturale e mancanza di interesse che porta a preferire “occupazioni varie” allo studio della Parola di Dio. Non meraviglierebbe la difficoltà derivante dalla cultura se a dirlo fosse il vescovo di una chiesa ai confini dell’impero romano, nelle lontane Gallie o tra le foreste della Turingia. Ma lo dice il vescovo di Gerusalemme, città coinvolta in modo diretto nelle vicende narrate e dove sarebbe lecito aspettarsi una continuità nelle abitudini e nel linguaggio. Evidentemente non era così.

Una “sintesi” troppo… sintetica

Ma il breve commento di Cirillo ci costringe a fare altre considerazioni non meno interessanti e, purtroppo, di un’attualità permanente. Il vescovo di Gerusalemme non si preoccupa che i fedeli conoscano tutte le Scritture. Si accontenta che abbraccino e ritengano “soltanto quella [fede] che ora ti viene proposta dalla Chiesa ed è garantita da tutte le Scritture”. La Chiesa si presenta come garante della corrispondenza sostanziale del suo insegnamento con l’insieme delle verità presenti nella Bibbia, ritenuta troppo complessa per la massa dei fedeli. L’intervento riduttivo minimalista è suggerito certamente da zelo per la salvezza delle anime che potrebbero interpretare in modo inesatto i testi biblici. Cirillo è esplicito e, come si è visto, ben motivato: “ad impedire che l'anima riceva danno da questa ignoranza, tutto il dogma della nostra fede viene sintetizzato in poche frasi”. Una volta si sarebbe paragonato al celebre “Bignami”  che ha salvato dalla bocciatura intere generazioni di studenti. Oggi forse si potrebbe parlare di un abstract  che sfronda un testo delle lungaggini che lo appesantiscono, oppure di una “lettura breve” seguendo le indicazioni canonizzate dalla liturgia attuale.

Ammetto che le intenzioni di Cirillo fossero buone. Forse però sono state interpretate come un invito al disimpegno culturale nei confronti di libri giudicati troppo al di sopra delle capacità del popolo di Dio. Oggettivamente era un atto di disistima verso i cristiani che comportava una sottovalutazione della stessa Bibbia. Questo clima piuttosto pessimistico che ha allontanato dalla Bibbia molte generazioni di credenti ha avuto dei risvolti che, dal punto di vista della fede, possiamo definire provvidenziali. Con linguaggio moderno, potremmo dire che i libri sacri sono stati “ibernati” inconsciamente, in attesa di poterli restituire intatti alle generazioni future che, nel frattempo avrebbero potuto attrezzarsi culturalmente così da evitare i pericoli paventati dal vescovo Cirillo nel 350.
A mille e settecento anni di distanza da quella data, forse è giunto il momento di autorizzare le procedure per riportare in vita con tutta sicurezza, quella creatura meravigliosa custodita gelosamente per tanti secoli e così permetterle di raggiungere finalmente lo scopo per cui era stata realizzata. Non è che in passato siano mancati i tentativi di “scongelamento” della Bibbia. Nonostante i divieti di accesso, sono sempre esistiti dei temerari che hanno cercato di impadronirsi dei codici segreti per raggiungere quei tesori, resi ancor più affascinanti dalle misure protettive adottate da chi si considerava il loro custode ufficiale.

La Bibbia nelle mani di tutti

Il tentativo più clamoroso di conquistare il tesoro e distribuirlo a tutti si è verificato 500 anni fa ed è stato favorito da una serie di circostanze diverse di carattere politico e sociale. Ma determinante è stata un’invenzione avvenuta proprio in quegli anni: la stampa con caratteri mobili che ha reso possibile il sogno di mettere nelle mani di un gran numero di persone quei libri che erano stati confinati nelle biblioteche e nelle sacrestie fumose dei luoghi di culto.

C’erano ormai tutti gli elementi per formare una miscela pronta ad esplodere in presenza della più piccola scintilla. E le occasioni non sono mancate: interessi politici, economici, rivendicazioni territoriali, questioni di prestigio che si intrecciavano tra di loro ma con la presenza divenuta costante della Bibbia che tutti dichiaravano di voler difendere. Ognuno lo faceva con le armi che sentiva più consone alle proprie forze: Inquisizioni, roghi, scomuniche, demonizzazione dell’avversario, accuse di eresie, sospetti atroci contro chi stava dall’altra parte. La chiesa di Roma così centralizzata, raccoglieva puntigliosamente gli anatemi scagliati in ogni direzione, assicurando così ad ognuno l’esecrazione perenne.
Le chiese “eretiche” finirono per trovare il motivo che le univa non tanto nell’interpretazione della Bibbia quanto nell’opposizione comune a chi pretendeva di essere l’unico in possesso della verità: il papa di Roma. Non sono un esperto di letteratura popolare di matrice protestante, ma da quanto ho letto qua e là ho avuto l’impressione che gli attacchi violenti e a volte volgari contro il capo della Chiesa cattolica siano stati la tematica preferita da molti scrittori.
Lo è stato e forse lo è ancora se nel 2012 un’editrice protestante ha sentito la necessità di ripubblicare un volume di oltre 600 pagine scritto nel 1858 e giunto ormai alla sesta edizione italiana, proprio quella che un Amico aveva messo nelle mie mani qualche tempo prima. Mi pareva di leggere certe vite di santi cattolici quando si presentavano i grandi personaggi delle diverse “riforme” protestanti mentre al contrario mi sembravano datati e ricalcati sui soliti stereotipi i ritratti dei papi e della chiesa cattolica.

Verso un mondo nuovo

Nonostante il permanere di pregiudizi reciproci, purtroppo giustificati dalla storia, si deve riconoscere che stiamo vivendo un momento che potrebbe aprire la strada a rapporti ispirati più al vangelo che ad altri interessi politici, di prestigio, di supremazia culturale o di carattere economico. La crisi mondiale che stiamo vivendo ci costringe a rivedere i motivi che hanno portato alla divisione tra gruppi di cristiani che, partendo dagli stessi testi della Bibbia ne hanno dato interpretazioni tanto diverse.

Le considerazioni che Cirillo, vescovo di Gerusalemme, faceva nel 350 sono state più o meno inconsciamente le linee guida seguite dalla Chiesa cattolica nei confronti della Bibbia, tanto rispettata da non essere nemmeno toccata, come scriveva amaramente Claudel alla fine dell’ultimo millennio. Ma anche la diffusione capillare dei testi sacri, realizzata lodevolmente dalle Società bibliche ed oggi anche dalle editrici cattoliche non è sufficiente, di per sé, a rendere la Bibbia quel libro aperto alla comprensione di tutti, come si dice dovrebbe essere.
Non basta tenere in mano i testi sacri perché il loro messaggio si comunichi in modo transdermico al paziente. Resta sempre valida la strada indicata dal viaggiatore etiope che leggeva il testo di Isaia: “Come posso capirlo se nessuno me lo spiega?” (Cfr. Atti 8,28-40). Ritorniamo così all’analisi del vescovo Cirillo: non si conosce la Bibbia per incapacità (= ignoranza) e per mancanza di interesse. La prima difficoltà si supera con lo studio, la seconda con le sfide proposte dalla vita stessa. Non ci sono alternative.
La Chiesa del 350 sperava di risolvere il problema offrendo ai cristiani una sintesi della Bibbia, condensata nelle formule dei vari Simboli della fede. La scelta, accettabile come soluzione provvisoria, si è dimostrata insufficiente a lungo termine. Oggi la Chiesa nelle sue diverse componenti si trova di fronte alla sfida proveniente dall’islam che si presenta compatto nel riferirsi al suo libro sacro. Il confronto tra le due religioni per quanto riguarda la conoscenza diffusa dei testi su cui si fondano, vede il popolo cristiano nettamente battuto da quello musulmano. Questa situazione dovrebbe stimolare i cristiani a conoscere la Bibbia per diventare maggiormente consapevoli della propria identità. La Chiesa oggi è in grado di rispondere in modo adeguato a questa richiesta di conoscenza a tutti i livelli.
Cirillo, vescovo di Gerusalemme, riscontrava mancanza di interesse per la Bibbia e ignoranza del suo contenuto. Oggi si ripropongono gli stessi problemi ma con possibilità concrete di trovare quelle risposte che le sintesi sbrigative suggerite da Cirillo e applicate dalla Chiesa non sono riuscite a dare. Il proibizionismo nei confronti della Bibbia praticato dalla Chiesa di Roma ha prodotto effetti devastanti. Ma neppure il metodo “fai da te” seguito dalle Chiese riformate ha portato tutti gli effetti sperati, anche se si fatica a  riconoscerlo.
La visita di papa Francesco in Svezia è stata quel fuori programma che potrebbe aprire la strada a sviluppi successivi. I sorrisi, gli abbracci, i colloqui tra il Papa di Roma e i responsabili di Chiese riformate sono un segno evidente della volontà di impostare rapporti nuovi tra tutti i credenti. Ma non dobbiamo dimenticare che il cammino verso la Bibbia incomincia dall’interesse comune e si percorre insieme a tutti gli interessati.
E questo richiede fatica e impegno costante.